ALBA JAZZ 2025: dall’India la gioiosa forza della bassista Mohini Dey
Mohini e il suo basso – mitragliatore di note diverte il pubblico della 18′ edizione

Reportage di Daniela Floris (parole) e Carlo Mogavero (foto)
Alba Jazz 18ma edizione
4 luglio 2025, ore 21
Arena Estiva, Teatro Sociale Alba
MOHINI DEY QUARTET
Mohini Dey basso, voce
Shahar Amdor sax, effetti
Daniel Szebenyi tastiere
Marco Cirigliano batteria
Sale sul palco entusiasta e sorridente Mohini Dey, parla con il pubblico, si racconta, ringrazia per la sua prima data in Italia e poi imbraccia il suo basso e, insieme ai suoi musicisti esplode in un funky travolgente, disegnando da subito il sound della sua musica.

Mohini è una virtuosa del suo strumento. Ha cominciato a suonarlo da piccola, sotto la guida attenta del padre, ed è già nella classifica di Music Radar tra i dieci migliori bassisti del mondo.
E quando si finisce tra i primi dieci migliori bassisti al mondo di sicuro ciò che viene premiata è prima di tutto, sempre, la tecnica prodigiosa, la capacità di comunicare con chi ascolta, e, in questo caso, una certa originalità dei contenuti.

Unici suoni acustici sono quelli della batteria: il sax è modificato con effetti, e il quartetto si attesta, per quasi tutto il concerto, su un suono complessivo potente, fraseggi frenetici, Funk Rock che in certi momenti sfiora l’ Hard Rock. Jazz? Anche, per una rilevante parte di improvvisazione, e per alcuni schemi (ad esempio gli scambi ogni 4 battute tra basso e batteria, o gli assolo assestati nel centro dei brani).

Il volume è poderoso. Il ritmo incalzante. Basso elettrico e batteria dominano la scena con duetti di estrema potenza, il sassofono segue e doppia all’unisono i fraseggi a velocità frenetica del basso di Mohini.
Molti degli incipit sono deflagranti, con l’entrata contemporanea di tutto il quartetto alla massima potenza acustica, senza preamboli, e andando dritti allo sviluppo di brani tellurici, che divertono ed fanno scatenare il pubblico.



Ma Mohini canta, anche, e canta bene, e talvolta interrompe questo fantastico tsunami di suoni, che arrivano a stordire, con fraseggi che si allungano, all’unisono talvolta con il suo basso.
Altre volte invece, rifacendosi alle sue radici, si esibisce, sfruttandone le caratteristiche ritmiche, nel Konnakol: quel ta ka din – taka di na tam che si ascolta dai suonatori di Tabla, e che è davvero singolare ascoltare in un contesto così diverso dalla musica tradizionale.
Le capacità meramente espressive di Mohini si apprezzano durante un brano in solo che vede il basso, fino a quel momento vero, potente, divertente, stupefacente mitragliatore di suoni, diventare quasi una chitarra, con diversi momenti lirici piuttosto intensi.

Il Konnakol torna più volte, anche in un duo dirompente tra Mohini e il batterista Cirigliano: che suonano a velocità supersonica, alla massima potenza, giocano con questo caratteristico linguaggio ritmico anch’esso espresso a quella che sembrerebbe la massima velocità possibile.
La potenza della batteria è tale che il rullante di Cirigliano cede, e viene sostituito prontamente da uno staff allenato, in un festival oramai arrivato alla diciottesima edizione, oramai rodatissimo.



Non mancano ogni tanto intro più dolci, momenti di funky più morbido, assottigliamenti dello spessore sonoro complessivo, che sono godibili preludi a nuove nuove potenti esplosioni di virtuosismo puro.
Come Lakecia Benjamin sul palco la sera precedente, Mohini ha una notevole presenza scenica: tiene il palco, coinvolge il pubblico, sorride, è entusiasta di suonare ed è quindi contagiosa. Il pubblico è avviluppato sia dalla potenza dei suoni che dall’innegabile carisma di una musicista che ha una grinta straordinaria mentre suona, e una dolcezza disarmante quando parla e si racconta.

Il concerto termina tra gli applausi di una platea entusiasta, che acclama inutilmente e piuttosto a lungo un bis, che non viene concesso.

