Patax – Work in fusion ad ALBA JAZZ 2026

Flamenco, jazz, rock, afrocubana: groove travolgente e una trama armonico ritmica complessa e raffinata alla 19′ edizione del Festival con Patax

Patax

Reportage di Daniela Floris (parole) e Carlo Mogavero (immagini)

Arena Estiva, Teatro Sociale Alba

11 luglio, ore 21

PATAX

Jorge Pèrez, percussioni

Daniel Morales, batteria

Aurora García, voce

Nino de los Reyes, danzatore di flamenco

Adrián Estévez Rodríguez, tastiere

Santi Greco, basso

Miguel Sempere, chitarra

Ariel Brínguez, sax

Raúl Gil, tromba

Roberto Pacheco, trombone


Quando il gruppo sale sul palco e, dopo una intro che riporta accenni al mondo sonoro del flamenco, parte a tutto volume Eleanor Rigby, un po’ lo stupore prende il sopravvento: ma non si trattava di flamenco – jazz? In realtà stai ascoltando i Beatles, in versione molto rock. La poderosa sezione fiati canta il tema, Aurora Garcia sovrasta il suono dirompente degli strumenti con una voce potentissima, e il flamenco, del tutto inaspettatamente, è raffigurato dalla danza di Nino de los Reyes: ballerino insignito di un Grammy Award nel 2020 per aver ballato nel progetto di Chick Corea con la sua The Spanish Heart Band.

Patax
Patax

Un ballerino che balla il flamenco con una band fusion dai volumi imponenti che esegue una medley dei Beatles. Non fai in tempo a riprenderti, che parte Roxana, dei Toto. In rapida sequenza: Bad, di Michael Jackson, con intramuscolari di Ghostbusters, I shot the sheriff, di Bob Marley.
Cominci a chiederti, Patax cosa è? Siamo davanti a una cover band? No, non quadra!

patax

Con Patax l’impatto emotivo è quello di quando ascolti brani che conosci da una vita e istintivamente cominci a cantarli insieme ai musicisti: ma l’impianto ritmico complesso, gli arrangiamenti raffinati, i cambi di registro improvvisi, gli assoli, parlano di reinterpretazione radicale. Una specie di quadratura del cerchio: divertire e fare musica di alto livello dal punto di vista strumentale, tecnico, interpretativo.
E’ una sonorità adrenalinica, fatta di volumi elevati, (che costringono Aurora Garcia a cantare a squarciagola) di poliritmie complesse, di inserti impetuosi della sezione fiati. Jorgé Perez (il fondatore del gruppo) si alza diverse volte per coinvolgere la platea con riff da imparare (nemmeno tanto semplici) o battiti di mani.

Patax
Patax

Aurora Garcìa ha (per forza di cose) una voce vigorosa, una presenza scenica notevole: tiene testa a una massa sonora irruenta, precisissima, inarrestabile. Quando rimane da sola con batteria, qualche sprazzo sonoro di armonizzazione, e Nino de los Reyes che balla, la sua anima di cantaora emerge e riconosci, a ben pensare, che quella emissione vocale esiste anche mentre canta la versione Patax, per dirne solo una, di Yellow Submarine: alternanza di tempi asimmetrici e regolari, inserti di rap, pianoforte afrocubano, duetti vocali, in spagnolo, con Pèrez .

Patax
Patax

E mentre guardi questo spettacolo coinvolgente e anche un po’ strambo dal nome di Patax pensi anche, quanto tempo ci vorrà perché Bad, o Eleanor Rigby, o Kiss, di Prince, diventino jazz standards?
Meglio tardi, forse, perché per ora questo rendimento duplice tra intrattenimento e musica seria è abbastanza nuovo e straniante: sul palco si gigioneggia, si cerca il consenso, ma la trama sonora è complessa, ricca, e bisognerebbe ascoltare più volte per coglierne ogni sfumatura. Nulla di banale – standardizzato.
I musicisti sono bravissimi, versatili, in sintonia totale con il repertorio, con la difficoltà delle parti e con il clima festoso ed energico scelto da Jorge Pèrez.


In effetti questa reinterpretazione radicale di brani rock, pop, e non solo è, da un punto di vista strettamente musicale, una fusion – jazz abbastanza particolare. L’accessibilità del repertorio è quasi un’esca: dietro melodie familiari si sviluppa un linguaggio sofisticato, il rock o il pop sono materia prima, non punto d’arrivo da riproporre in sé. Per Patax le canzoni diventano il pretesto per costruire architetture ritmiche complesse, ampi spazi di improvvisazione e un dialogo costante tra jazz, flamenco e fusion.

Al termine del concerto, dopo un richiestissimo bis, concesso con entusiasmo, parte la musica di sottofondo di fine serata, mentre i musicisti smontano: quel quasi silenzio ha un suo suono preciso, un rimbombo che ha un peso. Non sai se accoglierlo come un sollievo o viverlo come l’assenza di qualcosa che vorresti ricominciasse almeno per un po’.

Alba Jazz è stato il primissimo palco in Italia di Patax, Fabio Barbero spesso fa questi regali. Se dovessero suonare ancora vale la pena di andarli ad ascoltare almeno una volta: lo consiglio. Potrebbero piacere tantissimo o risultare eccessivi, ma lo si scopre solo dopo un ascolto attento, superando i primi dieci minuti di disorientamento. E Nino de Los Reyes che balla è davvero fenomenale. A me, per la cronaca, nonostante il sollievo del silenzio, sono piaciuti molto (terza possibilità).

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