Emma Smith ad ALBA JAZZ 2026: ironia britannica e swing contemporaneo al Castello di Grinzane Cavour
Sotto le mura del Castello di Grinzane Cavour, Emma Smith dà nuova vita al Jazz con verve, un linguaggio nuovo e senza nostalgie.

Reportage di Daniela Floris (parole) e Carlo Mogavero (immagini)
9 Luglio 2026, Castello Grinzane Cavour, ore 21
Emma Smith Quartet
Emma Smith, voce
Sam Watts, piano
Conor Chaplin, contrabbasso
Steve Brown, batteria
Alba Jazz apre quest’anno da un sito di eccezionale bellezza: Fabio Barbero e l’ Associazione Amici di Alba Jazz decidono di fare uno strappo alla tradizione e portano il palco della prima serata al Castello di Grinzane Cavour. Il tramonto e la sera che arriva dolce sulle colline di vigneti a perdita d’occhio sono indiscutibilmente uno spettacolo nello spettacolo.
L’occasione è il concerto di una cantante inglese in continua ascesa, pluripremiata: Emma Smith.

La breve intro del trio che la precede sul palco definisce da subito che siamo nel mondo sonoro dello swing più puro: Emma Smith entra in scena in abito lungo nero, guanti neri al gomito, la sensazione è quella di aver appena compiuto un salto spazio temporale negli anni 50 – 60. Ma quasi da subito si capisce che no, non si è tornati ai vecchi tempi.

La gestualità non è quella finalizzata ad assecondare il registro vocale per ottenere una emissione ottimale della voce: è piuttosto quella della diva anni 50, che tiene il palcoscenico da donna di spettacolo: eppure Emma Smith è, si comprende dalle prime note, una musicista completa.

Emma Smith ha una voce duttile, da potente a intensamente sottile; una sapienza ritmica che emerge con accenti perfetti, che sfruttano a fondo l’ andamento delle parole oltre che delle note, una creatività infinita nei fraseggi e nell’interazione con gli strumenti. Una totale padronanza della voce che le permette di volare ovunque voglia e atterrare perfettamente dove voglia.
Sono caratteristiche di diverse cantanti eccellenti, si può dire nulla di nuovo, nell’ambito dell’eccellenza.
Ma nel caso di Emma Smith queste doti che non diventano un valore in sè, ma sono il mezzo invisibile che le permette una libertà espressiva totale. E questo è un aspetto che è davvero difficile, se non impossibile, incontrare.

Canta con una disinvoltura particolarissima: sorride, si muove sinuosamente, è vezzosa, mentre compie imprese vocali anche funamboliche, ma non c’è mai un istante di compiacimento: tutto è attraversato da una sottile ironia, con cui cita, reinventa e perfino prende bonariamente in giro gesti, cliché e linguaggi del jazz, senza mai trasformarsi in caricatura.

La scelta del repertorio è quasi provocatoria: alcuni brani non si ascoltavano, nei Festival più accreditati, da anni: April in Paris, How High The moon, Mack the Knife, That’s Life, tanto per citarne alcuni, oramai sono divenute vere rarità, tanto da stupirsene.
Il tessuto armonico – ritmico del Trio è molto in linea con lo swing tradizionale, ma il pianista Sam Watts ad ascoltare bene non riproduce, ridisegna arrangiamenti certamente plausibili come atmosfera, ma tutt’ altro che fedeli riproduzioni di una musica da ricordare. Dissonanze inaspettate, l’interazione con la voce e con basso e batteria, che non viaggia sempre nei canoni tipici, fanno la differenza. Sam Watts non accompagna, interagisce con Emma Smith – esattamente come con gli altri componenti del quartetto.

Anche contrabbasso e batteria hanno dello swing i ritmi sincopati, l’ andamento giocoso, ma ad ascoltare bene non c’è nulla di scontato: il mondo sonoro è quello, ma ci sono guizzi creativi nell’interazione reciproca e che parlano di un salto nel passato con i filtri di chi non è rimasto ancorato a una “età dell’oro”, ma che ha attraversato molta altra musica, altro Jazz e non solo, e non può che averla metabolizzata.


Emma Smith interagisce, come nella migliore tradizione, anche in duo con i musicisti che sono con lei. Sono dialoghi divertenti, improvvisati a volte, a volte strutturati, in cui c’è una curiosa capacità della voce ad assumere la modalità espressiva dello strumento (non il timbro, l’andamento) e, simmetricamente, lo strumento tende a tramutarsi in voce. Accade consapevolmente? Può darsi di no, ma accade: è una questione proprio di interplay.


Quando il duetto è con il pianoforte, ad un ascolto attento, la Smith e Watts procedono omoritmicamente, e le due voci si muovono anche per quinte parallele: una sonorità singolare in quell’ambito, non esplosiva (la decodifica immediata è per orecchie esperte), ma di cui si avverte l’effetto. E il concerto è disseminato di questi piccoli particolari, che impediscono alla musica di trasformarsi in un esercizio di stile: non c’è spazio per il déjà-vu o il compiacimento nostalgico. Anche nei momenti giocosi in cui compare una melodica possiamo definire i musicisti “allegramente seri”.


Faith di George Michael è reinterpretata in una intensa, bellissima versione soul che da sola varrebbe il concerto: voce, arrangiamento di Sam Watts, intesa con il Trio, contrabbasso e batteria poetici e mai eccessivi ne sono la affascinante sorgente.

Emma ha una voce che in alcuni momenti vibra e assume quasi sfumature folk, che in quello swing (un altro di quei piccoli elementi di piacevole “disturbo”) sono belli, inusuali.
E poi arriva il dialogo inaspettato: quello con un assiolo (clicca per ascoltare, il canale è bellissimo! ), piccolo gufo che canta la sera, cui la cantante porge il microfono. In un periodo di brutture ed orrori, è parso quasi una cura poetica per lo spirito, una piccola, commovente parentesi di bellezza.

Nel gran finale Emma Smith si concede uno spazio di virtuosismo esplicito, sempre con ironia, molto allegramente, leggero, cita l’intero celebre assolo di Ella Fitzgerald in How High The Moon, e gli applausi si accostano ai sorrisi, al termine di un concerto gioioso e divertente.


Un concerto che regala emozioni è sempre un concerto riuscito.
Ieri sera sono stata grata di incontrare una bella, sferzante allegria, non scevra da momenti intensi, donata da musicisti eccellenti.

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