Il Teatro Olimpico accoglie Fred Hersch

A Vicenza Jazz, in trio con Drew Gress e Joey Baron

Vicenza Jazz 2021

Teatro Olimpico, 7 luglio 2021, ore 20:30

Fred Hersch Trio

Fred Hersch, pianoforte

Drew Gress, contrabbasso

Joey Baron, batteria

Il Teatro Olimpico accoglie Fred Hersch, a Vicenza Jazz, in Trio con Drew Gress e Joey Baron.

Se provate a leggere un po’ in giro, Fred Hersch è definito musicista di stampo billevansiano: è un modo certamente agevole di definire il suo linguaggio pianistico, il suo mondo di riferimento, di definirne un po’ i confini espressivi, attribuendone la genesi, l’ ispirazione, a Bill Evans.

Continua a leggere “Il Teatro Olimpico accoglie Fred Hersch”

Il concerto di Brad Mehldau ai Giardini Querini

Il pianista statunitense a Vicenza Jazz 2021

Vicenza Jazz 2021

Parco Querini, 6 luglio 2021, ore 20:30

Brad Mehldau Piano Solo



Brad Mehldau, pianoforte


Il concerto di Brad Mehldau ai Giardini Querini è stato, una volta ancora, una sorpresa. Ho ascoltato questo straordinario musicista dal vivo per la prima volta diversi anni fa. Rimasi folgorata, nonostante conoscessi i suoi dischi, e lo ascoltassi e amassi la sua musica da tempo.

Continua a leggere “Il concerto di Brad Mehldau ai Giardini Querini”

Gonzalo Rubalcaba e Aymèe Nuviola “Viento y Tiempo”

A Vicenza Jazz con Cuba (e il Jazz) si festeggia il rientro alla vita

Vicenza Jazz 2021

Parco Querini, 5 luglio 2021, ore 20:30

Gonzalo Rubalcaba e Aimée NuviolaViento y Tiempo

Gonzalo Rubalcaba, pianoforte e tastiera Rholand

Aimée Nuviola, voce

Cristobal “El Profe” Verdecia, basso

Hilario Bell, batteria

Neiger “Majito” Aguilera, percussioni

Yunio Arronte, sax

Lourdes Nuviola, vocalist

Alfred Lugo, vocalist

Se a marzo mi avessero detto che a luglio avrei cantato, mi sarei commossa e avrei ballato a un concerto di eccellente musica cubana, e Jazz, non ci avrei mai creduto. Era il tipo di concerto che mi immaginavo come catarsi, una specie di fantasia irrealizzabile.
E invece, a Vicenza Jazz, nei giorni che mi sono ritagliata per la musica, ho assistito a Viento y Tiempo.

Continua a leggere “Gonzalo Rubalcaba e Aymèe Nuviola “Viento y Tiempo””

The Last Coat of Pink – West, Dipace, Gallo svelano i loro Pink Floyd

A Vicenza Jazz, in un concerto intimo e coinvolgente

Vicenza Jazz 2021

Vicenza, 5 luglio 2021, Palazzo Chiericati, ore 19

The Last Coat of Pink


Kathya West, voce

Alberto Dipace, pianoforte

Danilo Gallo, contrabbasso

The Last Coat of Pink : West, Dipace, Gallo – svelano i loro Pink Floyd, rivelandoci durante un concerto intenso, intimo, vibrante, che le possibilità della musica sono infinite.

Continua a leggere “The Last Coat of Pink – West, Dipace, Gallo svelano i loro Pink Floyd”

Jazz mainstream d’autore: Flavio Boltro in quartetto

Al Teatro Comunale per Vicenza Jazz 2021

Vicenza Jazz 2021

Vicenza, 4 luglio 2021, Teatro Comunale, ore 18


Flavio Boltro, tromba

Luca Mannutza, pianoforte

Lorenzo Conte, contrabbasso

Andrea Michelutti, batteria



Jazz mainstream d’autore: il concerto di Flavio Boltro in quartetto al Teatro Comunale ci ha riportato ad assaporare strutture, dinamiche, suoni e brani della tradizione jazzistica, filtrati e rigenerati dal suo suono e dal suo fraseggio, inconfondibili.


Un repertorio di standards comune a grandi trombettisti come Miles Davis, Clifford Brown, ma anche pezzi originali (come il bellissimo First Smile), suonati con energia, swing, interplay, guizzi improvvisativi ricchissimi, scambi serrati, e capacità introspettiva.



Luca Mannutza al pianoforte è una garanzia di inventiva, estro, interplay. E la ritmica in effetti crea un’atmosfera vivida su schemi rigidamente precostituiti: esposizione del tema, sviluppo, assoli, scambi alternati, rientro, conclusione. Il resto lo fa il timbro di una delle migliori trombe europee.


Un bis vezzosamente predetto da Flavio Boltro, musicista di lungo corso, oramai avvezzo alle dinamiche della musica, e meritati applausi e sorrisi.

Hamid Drake e Pasquale Mirra al Teatro Olimpico

A Vicenza Jazz l’improvvisazione libera tra batteria e vibrafono

Vicenza Jazz

Vicenza, 4 luglio 2021, ore 16

Duo Drake – Mirra


Hamid Drake, batteria

Pasquale Mirra, vibrafono


Hamid Drake e Pasquale Mirra al Teatro Olimpico ci hanno offerto un’ora e mezzo di improvvisazione libera, empatica, osmotica.
Un dialogo pulsante per un duo inusuale, tra batteria, vibrafono, percussioni, da ascoltare liberandosi di ogni catena concettuale, etichetta, e assaporare la libertà del fluire libero di suoni così come facciamo quando ascoltiamo il rumore del mare, del vento, dei tuoni.
Non sembri artificio retorico questo paragone, ma è davvero lo stato d’animo cui è benefico abbandonarsi quando si ha la possibilità di assistere, anzi, ascoltare, un concerto come quello cui abbiamo assistito al Teatro Olimpico. Nemmeno una nota o un battito sono apparsi disarmonici nel tempio palladiano dell’ arte classica: anzi, il cielo delle scene fisse di Vincenzo Scamozzi è sembrato anche più vivido di quanto non appaia già nella realtà, per via dell’esplodere e propagarsi di suoni naturali.


Il concerto comincia con un pianissimo del vibrafono, sottolineato da battiti quasi impercettibili delle spazzole sulla batteria: una melodia iniziale reiterata, che gradatamente si arricchisce di piccoli inserti, che diventano accordi. Il volume si alza, Drake passa alle bacchette, ma la batteria è coperta da un telo leggero e il suono è smorzato eppure intenso.

Lo scorrere della musica è multiforme. L’esperienza sensoriale è tale che inizialmente, quando ancora il concerto è all’inizio, si ha il bisogno di distinguere tra i due strumenti, di percepire con attenzione ogni scambio. Ma quando si decide di sciogliersi nell’ ascolto, semplicemente si entra nel suono, che è il suono di un nuovo strumento di cui non sappiamo il nome, nome che non ci interessa conoscere. Drake e Mirra procedono per osmosi, senza mai smettere di ascoltarsi, e non è solo questione di cambi ritmici o timbrici, ma di reciproco stimolo creativo.


Nei momenti in cui sono riuscita a rimanere attenta per fare il mio dovere di “cronista” della musica, e analizzare razionalmente cosa accadeva, ho ascoltato ad esempio che a una piccola cellula melodica reiterata in modo ipnotico nel vibrafono, corrispondevano infinite variazioni poliritmiche della batteria. A un incalzare in crescendo del vibrafono a volte si accompagnava un minimalismo della batteria. Al contrario in alcuni momenti lo spessore sonoro aumentava in contemporanea e improvvisamente scemava per poi sdoppiarsi, ovvero in ogni momento poteva succedere qualsiasi cosa.
E questo non per una sciatta casualità, ma per rispondere anzi a una legge impellente, quella dell’ ascolto istintivo reciproco.

Drake canta, con il suo strumento, scegliendo di volta in volta di far prevalere i tom, le pelli, o i ride, nei momenti più “onirici”. E canta anche con la sua voce, forte e benaugurante. Mirra fluttua tra l’essere marcatamente melodico e/o armonico in senso precipuamente tonale, e destrutturante e atonale nei momenti più “immateriali”. Ma può anche accadere di abbandonare il pentagramma in episodi vulcanici, terrestri, percussivi. Timbri scuri possono essere soffi d’aria, note acute spade potentissime.

Ancora una volta, emerge quanto la padronanza tecnica dello strumento possa dar vita a due tipi di musicisti: quelli bravissimi, ma essenzialmente ottimi acrobati, e quelli che la loro maestria la utilizzano per riuscire a volare oltre le convenzioni.

L’acustica del Teatro Olimpico porta entrambi a dover tener conto del lungo perdurare di eco e armonici a ogni suono e battito: semplicemente questo perdurare viene accolto e sfruttato per diventare parte della musica che via via si concretizza.

La cronistoria di questo concerto potrebbe andare avanti ancora per molto, in virtù di tutto ciò che è accaduto sul palco. Invece termina qui con una piccola considerazione: il Jazz, inteso come creatività, improvvisazione, composizione estemporanea, è vivo perché ci sono musicisti che come Mirra e Drake osano, vanno oltre, e non ripropongono uno schema, vetrificato, che molti chiamano, impropriamente, Jazz.

Vicenza Jazz, la Misa Criolla

Vicenza, Santuario di Santa Corona, 4 luglio 2021

CORO E ORCHESTRA DI VICENZA MISA CRIOLLA

elaborazione di Daniel Pacitti

Giuliano Fracasso (direttore)

con la partecipazione di Padre Antonio Ugalde

Filippo Pina (Tenore)

Donato Mascia (Charango)

Alcide Ronzani (Chitarra)

Stefano Versolato (Contrabbasso)

Michele Mastrotto (Percussioni)

Vicenza Jazz, la Misa Criolla al Santuario di Santa Corona continua la tradizione del Festival di ospitare la musica sacra nei luoghi della Messa domenicale.

Misa Criolla è una composizione del 1963 dell’ argentino Ariel Ramirez, che costruisce Kirye, Credo, Sanctus e Agnus Dei basandosi sui vari stili della musica popolare Sudamericana.


Un coro rodatissimo, un’interpretazione solistica convincente, un’ ensemble strumentale efficace, la direzione appassionata di Giuliano Fracasso hanno dato vita a una esibizione toccante, complici anche le parole di Padre Antonio Ugalde, che ha contestualizzato con i suoi racconti di vita una cultura, quella sudamericana, che vive la religione in maniera profonda.



E’ la prima volta che assistiamo all’ esibizione di un coro in epoca pandemica: rientrate le misure restrittive, i cori cantano ma con la mascherina. E vi assicuriamo che ascoltare la potenza delle voci non vedendo le bocche dei coristi è stato un impatto quasi sconvolgente, una specie di ossimoro acustico/visivo che ci ha dato la percezione di come, nonostante tutto, la Musica non riesca e non possa mai tacere ed essere imbavagliata. Ciò che con le immagini vi sembrerebbe quasi una protesta di musicisti, un flashmob in realtà era un coro potente, pieno di suoni e di ritmo. Incredibile.

Rebekka Bakken e la sua voce sconfinata

Vicenza Jazz: la cantautrice e interprete norvegese al Teatro Comunale con il suo gruppo e un repertorio affascinante tra folk, musica sacra, blues e altro ancora

Vicenza, 3 Luglio 2021, Teatro Comunale, ore 20:30

Rebekka Bakken, voce e pianoforte

Jørn Øien, tastiere

Johnny Sjo, basso

Johan Lindström, chitarra

Karl O. Wennerberg batteria

Rebekka Bakken e la sua voce sconfinata irrompono sul palco del Teatro Comunale, e Vicenza Jazz, grazie alle scelte del direttore artistico Riccardo Brazzale, si apre a un mondo musicale che non è il Jazz iconografico a senso unico che abbiamo pigramente in testa: Jazz è un modo di concepire la musica, non un modo unico di suonare o un genere rigido di musica. Il Jazz è spazio, tempo, curiosità, contatto tra suoni.
Dunque, e lo ripeteremo più volte, ogni Festival Jazz che presenti progetti diversi, dal mainstream a tutto ciò che preveda libertà espressiva, sarà un vero Festival Jazz.


Rebekka Bakken è una cantautrice, norvegese, dalla voce emozionante, avvolgente, possente, enigmatica, perfino. E’ anche una interprete incredibile, che ha una padronanza perfetta del suo potente strumento, ma è tutt’ altro che accademica, o allineata, o impostata in maniera univoca.
Cantando, racconta, evoca, rende vivi stati d’animo, storie, accadimenti. Per un’ora e mezzo tiene la scena con la sua voce, la sua straordinaria presenza scenica, e anche con il suo background musicale, che riporta al rock, al blues, alla musica sacra, al soul, ai cantautori americani, a Joni Mitchell, a Janis Joplin: ma mi fermo qui perché allo stesso tempo niente di tutto questo e di molto altro viene mai replicato da Rebekka Bakken.



Già da subito con la sua Closer, tratta dal suo Things You Leave Behind si impone con una personalità musicale travolgente.
Gli arrangiamenti sono affascinanti, con la batteria di Wennerberg che procede in terzine e accentua i tempi pari, la chitarra di Lindström che procede vibrando quasi come un mandolino, e l’ Hammond di Jørn Øien , che danno un sapore retro a questa ballad, che contrasta con una vocalità che sarà sempre inimitabile.

(Qui sotto il brano disponibile su Youtube)

Closer



Il concerto prosegue con Black Shades, e Rebekka canta a voce spiegata, sfacciata, ritraendosi però anche improvvisamente in pianissimo pieni di suono, in un continuo dialogo con i suoi musicisti che la assecondano, e allo stesso tempo la ispirano.



La romantica, malinconica, struggente Hotel St. Pauli dall’ inciso indimenticabile, che evoca un po’ le canzoni pop russe, avvolge il pubblico che al termine di una bellissima coda strumentale esplode in un applauso quasi liberatorio.



La sua interpretazione di Little Drop Of Poison di Tom Waits è vibrante, ironica, personalissima. Il solo di pianoforte di Jørn Øien è dolce, quasi una milonga. Il basso di Johnny Sjo costruisce da solo l’atmosfera del brano, e qui siamo quasi a Cuba, se vogliamo cercare una suggestione.



Il canto sacro, fuori dai canoni della musica europea e vicino alla vocalità de Le Mystère des Voix Bulgares è toccante, emozionante. La sola voce di Rebekka Bakken procede appoggiandosi a una lontana eco strumentale esattamente opposta a ciò che ci si aspetterebbe: non il suono da chiesa, ma distorsioni elettroniche, nel registro grave, che paradossalmente amplificano il misticismo del brano, rendendolo una vera esperienza sensoriale.

Il microfono smette di funzionare e Rebekka senza fare una piega continua a cantare raggiungendo la postazione di Johnny Sjo.

Il concerto termina tra gli applausi entusiastici di una platea incantata. Se, come noi, ancora non conoscevate Rebekka Bakken e il suo gruppo, vi consigliamo di cominciare ad ascoltarla, e appena potete di andare a vederli e sentirli dal vivo.