Il concerto di Brad Mehldau ai Giardini Querini

Il pianista statunitense a Vicenza Jazz 2021

Vicenza Jazz 2021

Parco Querini, 6 luglio 2021, ore 20:30

Brad Mehldau Piano Solo



Brad Mehldau, pianoforte



Il concerto di Brad Mehldau ai Giardini Querini è stato, una volta ancora, una sorpresa. Ho ascoltato questo straordinario musicista dal vivo per la prima volta diversi anni fa. Rimasi folgorata, nonostante conoscessi i suoi dischi, e lo ascoltassi e amassi la sua musica da tempo.

Poi ogni volta che ho potuto sono tornata ad ascoltarlo: ancora in piano solo, in Trio con Larry Granadier e Jeff Ballard, in duo con Joshua Redman (clicca qui per leggere) , anche in duo con Mark Guiliana, e ancora nel suo progetto su Bach (clicca qui per leggere).
Pur essendo il suo pianismo unico, e inconfondibile, ogni volta rimango folgorata come davanti a un musicista mai ascoltato prima. E’ questo per me l’enigma di Brad Mehldau: inconfondibile, ma ogni volta inaspettato. E non è questione di progetti differenti tra loro, che in quel caso sarebbe svelato l’arcano.

Non troverò nemmeno stavolta, credo, la chiave dell’ enigma, e potrò solo quindi descrivere, un po’ superficialmente, o comunque non come vorrei, ciò che è accaduto sul palco in un’ora e mezzo di musica.

Karma Police, dei RadioHead, è il primo di una serie di brani captati dal rock: per citarne qualcuno, Your Mother Should Know dei Beatles, Life on Mars di David Bowie, Don’t think twice, it’s allright di Bob Dylan. Captati è, mi sembra, il termine giusto, poiché Mehldau è come si sintonizzasse in quell’ istante, e in contemporanea, con la musica che decide di interpretare, come se quella fosse nell’aria, e non come un vecchio cd chiuso in un cassetto da tirare fuori all’occorrenza.

Mehldau ama i brani che capta, e quanto li ami si percepisce dalla cura con cui ne accarezza i temi, li canta sulla tastiera, li rispetta, anche quando li colora trasponendoli da una parte all’ altra del pianoforte, quando li confonde in un ambito tonale non definito, o li intreccia in un complesso contrappunto; o magari li armonizza come pezzi Jazz degli anni 20, di fatto rendendoli eterni, metabolizzandoli con la profonda conoscenza di tanta musica: una conoscenza fatta di studio, ma anche di vita vissuta e di implacabile curiosità.


Life On Mars (uno dei bis) arriva con tutta la sua atmosfera originaria, in una sorta di miracolosa trasposizione in cui c’è tutto Mehldau e il suo infinito materiale espressivo – dalle note cristalline del registro acuto a quelle sussultanti del registro grave, dal tema che passa dalla mano sinistra alla mano destra come linfa di tutto il tessuto armonico, alle cellule melodiche reiterate che accompagnano contestualmente guizzi improvvisativi continui. Ma Life On Mars è lì, persino l’arrangiamento originale viene nei punti cardine rispettato, e il risultato, all’ascolto, è in equilibrio tra la potenza del rievocare (non solo il brano ma il suo clima), e la vibrazione di un estro creativo del tutto inedito.

Nella scaletta vi erano anche standard, tra cui una bellissima The Nearness of You, cui Mehldau si è dedicato con cura, delicatezza, devozione: il tema emerge chiaro, sussurrato ma colmo di suono, l’ambito armonico è definito con accordi appena accennati, i silenzi sono densi di attesa e creano una trepida tensione verso le note che seguiranno. E mano a mano che la musica va avanti il materiale sonoro diventa meno rarefatto, i silenzi diminuiscono, il volume cresce, ma The Nearness of You rimane intima, dolce, e chi ascolta si sorprende a sentirsi complice di Mehldau.

Nei brani più incalzanti, come Skippy, di Thelonius Monk, o Golden Slumbers dei Beatles, Mehldau sceglie di dare la parola agli accordi pieni, che arrivano anche a ribollire poderosamente nella parte grave della tastiera, ed è l’andamento ritmico ad essere enfatizzato, sublimato.

Dopo ben tre bis, concessi con generosità, Mehldau abbandona il palco facendo anche trapelare una pudica, elegante ma percepibile gratitudine per una platea incantata dai suoi suoni. L’impressione è che per tutto il tempo, durante quel suo raccoglimento così speciale sul pianoforte, non sia stato mai chiuso solo in sé stesso, ma concentrato anche a captare, oltre che la musica, anche il respiro del pubblico che lo ascoltava. Captare.

Nota a margine: nessun pianista è stato tradito clandestinamente con lo scatto di queste preziose foto, che sono state realizzate da Daniela Crevena, come da disposizioni dell’ organizzazione, dalla lontanissima cabina di regia. Una distanza che non ha impedito di rendere in immagini il suono.

D&D