41° Open Papyrus Jazz Festival Ivrea – Laura Conti e Maurizio Verna

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Canti popolari del Piemonte e del Canavese

41° Open Papyrus Jazz Festival Laura Conti e Maurizio Verna – Canti popolari del Piemonte e del Canavese

Ivrea, 4 settembre 2021, Cortile Museo Garda, ore 21:30

Laura Conti: voce

Maurizio Verna: chitarra classica 10 corde, chitarra acustica

Parole Daniela Floris

Foto Carlo Mogavero


“Con la nostra musica intendiamo salvaguardare la nostra tradizione, che è parte importante della nostra cultura, e rendere omaggio a coloro che, prima di noi, hanno dedicato vita ed amore a quest’opera.”

Un intento raggiunto a giudicare dal bellissimo concerto di Ivrea, in cui i canti popolari Piemontesi e del Canavese vengono riproposti con arrangiamenti originali e la personalità di un duo dalla grande capacità espressiva. In che modo salvaguardare la tradizione? Di certo riproponendone i cardini.
Ma i canti popolari nascono in un contesto che di sicuro è totalmente cambiato: si sa che esistono, abbiamo ampi repertori registrati da etnomusicologi che li hanno preservati. Ma riproporre significa anche utilizzare il nostro linguaggio, che nel frattempo è mutato, venuto in contatto con altri mondi sonori, si è colorato di nuove modalità di comunicazione. E ha anche un pubblico differente.
La particolarità del progetto di Laura Conti e Maurizio Verna è data dalla profonda comprensione e dal profondo legame con la propria cultura tradizionale, che sono alla base di una esecuzione energica, di certo rispettosa del passato, ma dall’impatto contemporaneo, che quel passato esalta, nell’ istante in cui viene tramandato a un pubblico molto più variegato e dal retroterra più ampio.
Non mi riferisco tanto ai brani in cui le melodie di antichi canti vengono arrangiati in stile Jazz o Bossa: la trasposizione in altri contesti sonori è certamente interessante ma meno suggestiva, paradossalmente persino più datata.

Parlo piuttosto dei brani che durante il concerto hanno mantenuto il loro colore, il loro andamento armonico, i loro fraseggi originari, e per merito della chitarra a 10 corde anche il loro timbro complessivo: eppure tutt’altro che lontani, tutt’altro che in vetrina, tutt’ altro che testimonianze del passato fossilizzate da rispolverare o restaurare.

Forse la voce potente di Laura Conti, convinta, fiera, mai sguaiata, ma anche la chitarra di Maurizio Verna, dalla trama armonica e ritmica ricchissime di spunti e tutt’ altro che limitata all’accompagnamento, forse davvero la appassionata volontà di svelare a chi ascolta un mondo culturale fondante, importante per questo duo, ha reso vivo, presente, attuale e soprattutto universale, e non solo piemontese o canavese, quel mondo patrimonio di tutti, con suoni, racconti, parole che in un concerto a un festival del Jazz del 2021 non sono sembrati mai fuori contesto.

Ancora un motivo in più per ritenere che la musica, quando pulsante, quando risultato dell’impellenza espressiva di un artista, non ammette barriere e nemmeno campanilismi: identità, certamente, appartenenza, ma l’ identità e l’appartenenza non sono forse caratteristiche comuni per gli uomini di qualsiasi latitudine?

41° Open Papyrus Jazz Festival Ivrea – The Last Coat of Pink

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41° Open Papyrus Jazz Festival IvreaThe Last Coat of Pink

Ivrea, Cortile Museo Garda, 4 settembre 2021, ore 21:30

Kathya West, voce

Danilo Gallo, contrabbasso

Alberto Dipace
, pianoforte

Parole Daniela Floris
Foto Carlo Mogavero

In questo blog abbiamo già parlato e fotografato questo Trio particolarissimo e la sua suggestiva e poetica rilettura dei Pink Floyd: li avevamo incontrati, io e Daniela Crevena, al Vicenza Jazz Festival, in luglio.
Qui all’ Open Papyrus Jazz Festival li ho inaspettatamente ritrovati.

Nessun concerto sincero è assolutamente uguale a sé stesso, quando va di nuovo in scena, mai.
Riascoltare The Last Coat of Pink dopo soli due mesi è stato emozionante e intenso, anche perché infinite sono le sfumature di un progetto che, come sottolineato in precedenza, è tutt’ altro che un tributo deferente e reverenziale a un gruppo entrato nella leggenda e nell’immaginario di molte generazioni.
Kathya West con la sua voce intensa ed espressiva, Alberto Dipace, con il suo tocco poetico essenziale e profondamente evocativo, Danilo Gallo, e il suo suono capace di ogni benefica sfumatura ma anche di ogni potente contrasto, hanno dimostrato anche qui a Ivrea che “c’è una musica che nasce dall’impulso espressivo di alcuni artisti a comunicare quanto, e come, e perché, quella musica di altri musicisti è stata importante per loro: da questo atto nasce altra musica, del tutto nuova e a un tempo forte della sua stessa storia.”

Cito me stessa dall’ articolo scritto a Vicenza perché le parole che poco tempo fa ho trovato sono quelle che sento vicine e rappresentative di ciò che The Last Coat of Pink significa per me, come musica, come progetto di tre artisti certamente non convenzionali. Nuova musica, che nasce da altra musica.

Metto il link dell’ articolo scritto a Vicenza che vi invito a rileggere se non lo avevate ancora fatto: The Last Coat of Pink – West, Dipace, Gallo svelano i loro Pink Floyd

Di seguito le foto di Carlo Mogavero, scattate a Ivrea.

41° Open Papyrus Jazz Festival Ivrea – Jazz Fantasy

41° Open Papyrus Jazz Festival Ivrea – Jazz Fantasy

Ivrea, Sala Santa Marta, sabato 4 settembre, ore 19

Norbert Dalsass: contrabbasso
Roman Hinteregger: batteria
Michele Giro: pianoforte

Premessa: a Santa Marta durante in concerti nella sala adiacente si sono svolte le Installazioni d’arte a cura di ARTE IN FUGA: artisti hanno dipinto in tempo reale contemporaneamente ai concerti. Per questo motivo affianchiamo le foto dei due eventi. All’ Open Papyrus Jazz Festival il direttore artistico Massimo Barbiero ha come punto fermo che le arti convivano e siano osmotiche e senza confini reciproci.

Jazz Fantasy è un trio attivo da molti anni specialmente qui nel Nord Italia, e dopo un periodo di silenzio si riunisce proponendo un Jazz fluido e variegato, a metà strada tra il mainstream e sonorità più inusuali: queste emergono soprattutto dagli scambi e dalle alternanze tra i tre strumentisti, alla continua ricerca di spunti reciproci.

Il concerto si dipana tra episodi rarefatti, magari per una intro in cui si unisce un ostinato di contrabbasso a veloci incursioni dissonanti del pianoforte, e momenti di improvvisazione simultanea in cui la parola d’ordine è libertà e massimo spessore sonoro.

I brani sono variegati, le atmosfere differenti. Se il contrabbasso canta all’unisono con la voce di Dalsass, quell’atmosfera nordica, contemplativa, sarà resa efficace anche dalle armonizzazioni delicate del pianoforte di Giro e da suoni leggeri, specialmente concentrati sui metalli, della batteria di Hinteregger.

In un gruppo che ha come nome Jazz Fantasy non manca lo swing, e il rappresentativo corredo di scambi, assoli, rientri, e temi originali sviscerati in crescendo di improvvisazione e dinamiche a contrasto, compresi momenti di stop piuttosto incisivi.

Un concerto connotato da un dialogo serrato del trio per un’ ora abbondante di jazz fluente e vivace.

41° Open Papyrus Jazz Festival Ivrea – Ralph Towner

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41° Open Papyrus Jazz Festival IvreaRalph Towner

Parole Daniela Floris

Foto di Carlo Mogavero

Ivrea, Cortile Museo Garda, venerdì 3 settembre 2021, ore 21

Ralph Towner, chitarra

Quando si ha l’opportunità di ascoltare Ralph Towner dal vivo conviene semplicemente abbandonarsi alla bellezza complessa eppure così immediata e istintiva del suo fluire.
Towner è musicista poliedrico, polistrumentista, che ha percorso e percorre esperienze musicali infinite, che ha da sempre coltivato un coinvolgimento appassionato verso generi musicali diversi tra loro, creando un proprio linguaggio inconfondibile, e determinando l’ abbattimento di ogni confine tra essi: il concerto di Ivrea, in solo, acustico, è stato intenso, lirico, e fecondo dell’ intera poetica di un musicista unico.

Non è mera tecnica quando all’aria di una fresca notte estiva si mescolano piccole frasi melodiche ripetute, che cullano, e che sembrano identiche ma non lo sono, e te ne accorgi perché ti cullano, ma non ti addormentano, perché tante sono le variabili in ognuna: il tocco, un piccolo accenno ritmico differente, una dinamica inaspettata.

Non proviene da una semplice reminiscenza di studi profondi di musica classica l’ esposizione limpida di un tema, armonizzato pianisticamente: è polifonia, è contrappunto, ma le dita scorrono nella tastiera rivelando fraseggi, soluzioni ritmiche, respiri, piccoli canti, di certo non ascrivibili solo alla musica colta.
La carica innovativa del linguaggio poetico di Ralph Towner è estemporanea, continua. Quel tema iniziale, viene scomposto ma i suoi frammenti riemergono durante tutto il brano, diventando altro: la melodia si contrae, si espande, si polverizza ma è sempre lì e mentre ascolti senza accorgertene lo segui e provi una sorta di appagamento quando, alla fine del brano, si riaggrega e lo si riconosce nella sua limpidezza.

Il suono della chitarra di Towner è definito dalla caratteristica di essere cangiante. Eppure ciò che si ascolta, in termini di timbro, ambito armonico, potenza o delicatezza delle dinamiche, ma anche complessivamente nella composizione di ogni brano non è una serie di caratteristiche giustapposte: qui emerge il Folk! Qui sento il Jazz! Qui c’è Bach! Qui c’è autentico Free! Quella è una pentatonica! Ecco l’ Oriente, il misticismo!
E’ musica iridescente, perché il materiale sonoro cui questo straordinario compositore può attingere è infinito, e fa parte della sua cultura : ma è ciò che quelle sostanze diventano che è rilevante.
E nel suono acustico della suo strumento in solo, senza alcun altro suono che quello provocato dalle dita sulle sei corde, la musica di Ralph Towner si è svelata, cristallina, in tutto il suo spessore sonoro, fatto di sguardi lanciati al di là del proprio orizzonte.

41° Open Papyrus Jazz Festival Ivrea – Jelly Roll

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La musica di Jelly Roll Morton

41° Open Papyrus Jazz Festival Ivrea Jelly Roll – The music of Jelly Roll Morton

Parole di Daniela Floris

Foto di Carlo Mogavero

Ivrea, Cortile Museo Garda, venerdì 3 settembre 2021, ore 21

Helga Plankensteiner: baritone saxophone, vocals
Achille Succi: bass clarinet
Glauco Benedetti: tuba
Michael Lösch: tastiere
Marco Soldà: drums


Massimo Barbiero è un direttore artistico che ama portare sul palco ottima musica di ogni colore, origine, genere. E dunque dopo il concerto alla Sala Santa Marta ispirato ai Notturni di Chopin, con Emanuele Sartoris e Daniele Di Bonaventura, nel bel cortile del Museo Garda è andats in scena Jelly Roll, strepitosa compagine di fiati, tastiere e batteria che rende omaggio a un musicista leggendario, autoproclamatosi inventore del Jazz, compositore, pianista, di certo ideatore di uno stile inconfondibile: Jelly Roll Morton.

L’organico è particolare, i fiati sono tutti di timbro scuro: sax baritono, clarinetto basso, tuba. Pianoforte e batteria completano l’ ensemble (la tuba dunque si unisce alla ritmica, facendo spesso le veci del contrabbasso).

Il concerto comincia quasi sottovoce, senza la batteria, ed è così che i musicisti ci fanno entrare nel loro particolarissimo suono, rendendolo soffuso, avvolgente. Quando appare la batteria, il ritmo diventa sostenuto e le voci cominciano ad intrecciarsi, sapientemente, e a crescere: gli arrangiamenti sono incisivi, ricchi, agili, ricostruiscono una atmosfera ben connotata ma in maniera creativa. Black Bottom Stomp ha tutto il brio del brano originale, ma dal timbro particolare dato dalla scelta di strumenti tutt’ altro che squillanti.

Alle parti obbligate, dai rigorosi intrecci melodico – ritmico – armonici, in cui nulla è lasciato al caso, si affiancano episodi di improvvisazione a dir poco trascinante: se a improvvisare è il sax, potremo ascoltare clarinetto basso e tuba impegnati in strenui ostinati e note ribattute, che sottolineano il ritmo insieme alla batteria, per poi riatterrare tutti insieme nel tema principale. Una musica scorrevole, dinamica, che diverte prima di tutto la band che la esegue, e che contagia chi ascolta senza cadere mai nel rischio del tributo di maniera.

Quando il sax baritono di Helga Plankensteiner e il clarinetto basso di Achille Succi tacciono, si materializza un trio di tutto rispetto che swinga, improvvisa, gioca a scambi continui. La batteria di Marco Soldà ha un groove notevolissimo. La tastiera di Michael Lösch e la batteria riecheggiano lo stile di Jelly Roll Morton impastandolo con verve creativa. E la tuba di Glauco Benedetti non è lì solo per dare incalzanti e pomposi impulsi ritmici, ma interviene con vere e proprie linee melodico ritmiche che si incrociano e dialogano con il pianoforte, anche quando l’ensemble suona al completo.

Il concerto scorre per più di un’ora con continui colpi di scena (dal punto di vista sonoro), dinamiche raffinate, arrangiamenti per i quali Helga riceverà a fine serata i complimenti ammirati di Ralph Towner, che assisteva al concerto aspettando di salire sul palco subito dopo.

Un quintetto davvero da non perdere: rileggere un classico del Jazz mantenendone l’atmosfera ma in modo del tutto nuovo non è cosa scontata. Esplorate!

41° Open Papyrus Jazz Festival Ivrea – Duo Di Bonaventura Sartoris

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Notturni

Parole di Daniela Floris
Foto di Carlo Mogavero

41° Open Papyrus Jazz Festival Ivrea – Duo Di Bonaventura Sartoris – Notturni



Sala Santa Marta, 3 settembre 2021, ore 19

Daniele Di Bonaventura, bandoneon

Emanuele Sartoris, pianoforte

Premessa: a Santa Marta durante in concerti nella sala adiacente si sono svolte le Installazioni d’arte a cura di ARTE IN FUGA: artisti hanno dipinto in tempo reale contemporaneamente ai concerti. Per questo motivo affianchiamo le foto dei due eventi. All’ Open Papyrus Jazz Festival il direttore artistico Massimo Barbiero ha come punto fermo che le arti convivano e siano osmotiche e senza confini reciproci.

Notturni è un disco da poco uscito per l’etichetta Caligola Records, che viene presentato durante un bel concerto, il primo cui assistiamo al festival Open Papyrus, che vede un sodalizio inedito: il bandoneon di Daniele Di Bonaventura e il pianoforte di Emanuele Sartoris.
II progetto nasce da un’ idea di Sartoris, che intende il notturno come composizione nell’accezione chopiniana: “Il tipo del notturno chopiniano è quello pianamente elegiaco, sentimentale, ove talvolta la frase assume l’aspetto quasi di un declamato lirico.” Ma, spiegherà nel corso del concerto, al tempo di Chopin si improvvisava. Musica classica e Jazz non sono incompatibili. E le etichette rigide, nella musica, sono spesso controproducenti, inesatte, asfittiche.

Notturni comincia con l’ispirazione fondante di tutto il progetto, ovvero Chopin: il tema melodico del Notturno Opera 9 n° 1 è inizialmente presentato dal pianoforte e delicatamente sottolineato dalle note lunghe del bandoneon, ma andando avanti ci saranno anche toccanti unisoni.
Quando il tema passa a Daniele Di Bonaventura l’ atmosfera diventa suggestiva, straniante: è una questione di timbro, inusuale e affascinante, che tramuta la melodia che si è avvezzi ad ascoltare al piano in qualcosa di nuovissimo eppure totalmente familiare. La somma inaspettata di due fattori che fanno parte della nostra cultura musicale: un tema noto di musica classica eseguito con un suono che ci porta alla musica popolare.

L’intreccio, per tutto il concerto, è tra musica classica, tradizionale, improvvisazione. Ma è anche intreccio e dialogo, mai scontro, tra due modi di esprimersi in equilibrio tra l’ espressività traboccante e a tratti impetuosa di Sartoris, e quella poetica, intensa, lirica di Di Bonaventura, che sceglie di tratteggiare, accennare, alternando momenti di intensità solistica a sussurri armonici quasi sottesi eppure fondamentali .
E ancora incrocio tra musica scritta e momenti liberi, alternati, contemporanei, episodi di quasi silenzio e momenti di potenza sonora massima, momenti in cui l’ acustica della sala penalizza un po’ i particolari, per l’altissima densità di note senza pause, che finiscono per sovrapporsi e impastarsi.


L’impostazione classica di Sartoris emerge nella composizione delle parti obbligate, complesse eppure di impatto, in cui una tecnica ferrea è condizione necessaria per eseguire non solo i Notturni di Chopin rivisitati, ma anche i brani originali, nei quali l’interpretazione è la seconda fase che segue a quella dello studio serrato di ogni particolare.

Così la personalità di ognuno emerge nel tocco, nelle dinamiche, nei colori di una trama scritta rigorosa ma non certo paralizzante, e anzi sembra alimentare di spunti i momenti di libera improvvisazione. Sartoris non fa mistero della sua preparazione tecnica, percorrendo la tastiera con ogni acrobazia possibile, una vera fabbrica di suono. Di Bonaventura con il suo bandoneon canta, a volte tuffandosi in quel potente magma sonoro, a volte sovrastandolo con fraseggi incisivi e quel timbro dritto e cristallino che è come un ricamo lucente su un ricco broccato.

Ad un certo punto la condivisione diventa anche condivisione dello strumento: Di Bonaventura lascia il bandoneon e raggiunge Sartoris al pianoforte. Le foto parlano per noi.

Notturno d’inverno (composizione di Di Bonaventura), Plenilunio, Sancta Sanctorum: i brani originali si susseguono tra momenti sonori scuri, pastosi, massicci, spesso lirici, ed episodi più intimi, in cui il pianoforte si ritrae e culla melodie tenui ma intense, cantate dal bandoneon.

Il Notturno Opera 9 n° 2 è l’ultimo brano, in cui Chopin, Sartoris e Di Bonaventura si ritrovano, chiudendo un’ ora di musica inaspettata e travolgente.



WOLAND: omaggio a Il Maestro e Margherita

Il Trio di Massimo Barbiero a Ivrea, per il Festival dell’Architettura: coda in musica per Open Papyrus Jazz Festival

Tutte le foto sono di CARLO MOGAVERO

Ivrea, 19 settembre

via Jervis 24, ore 21

Massimo Barbiero: batteria e percussioni
Eloisa Manera: violino e violino elettrico 5 corde
Emanuele Sartoris: pianoforte

Presentazione cd WOLAND – Omaggio a Il Maestro e Margherita

Il festival Open Papyrus, giunto alla 40esima edizione, si interseca con il Festival dell’Architettura, presentando un concerto che si svolge davanti all’ Ex Centro dei Servizi Sociali Olivetti, uno dei più importanti siti architettonici della città, città che ha ottenuto il riconoscimento come Patrimonio Mondiale Unesco: “Ivrea città industriale del XX secolo”.
Il concerto è l’occasione per presentare il nuovo disco di Massimo Barbiero, direttore artistico di Open Papyrus, in trio con Eloisa Manera ed Emanuele Sartoris: un omaggio al libro di Michail Afanas’evič Bulgakov, Il Maestro e Margherita, di cui Woland, “Maestro di Magia Nera”, è personaggio fondamentale.


Quando parlo della musica di Massimo Barbiero non vado mai cercare corrispondenze tra l’impianto letterario scelto e la musica che ascolto. Decido piuttosto di abbandonarmi alla capacità immaginifica insita in quella musica, e credo di non sbagliare evitando ogni intento didascalico. E’ l’atmosfera, che conta. Non cerco prove della coerenza del progetto, né traguardi: piuttosto mi lascio trascinare in quel nuovo viaggio.


La musica comincia, e si è subito agguantati dalle dinamiche ammalianti del violino di Eloisa Manera.


L’impianto armonico è cromatico, sospeso. Massimo Barbiero entra con la sua batteria e mette in risalto quel clima destrutturando lo scorrere del tempo invece che disciplinandolo, in un dialogo continuo con il violino. Batteria e violìno appaiono complementari. Gli arpeggi del pianoforte di Emanuele Sartoris imprimono una ulteriore sensazione fluttuante e ipnotica.

Da subito si percepisce una ricerca molto profonda di effetti suggestivi, ma è una ricerca espressiva, non estetica. Proprio per questo, l’effetto all’ascolto è esteticamente bello e suggestivo, sia negli episodi di musica scritta che in quelli costruiti sull’improvvisazione.
Dinamiche, timbri, tocco, tutto concorre a un flusso di musica di volta in volta onirico, intenso, dolce, libero, avvinghiante, sia nei momenti più sommessi, che in quelli più intensi e dai volumi espansi e forti.

I brani si susseguono in maniera naturale, quasi come una narrazione, densa di sorprese e di svolte inaspettate, per chi ascolta.
Le intro di violino di Eloisa Manera sono piccoli gioielli: fraseggi ariosi che improvvisamente si stringono in stridori aspri, per poi dilatarsi di nuovo, preziosi anche per le note lunghe che si dispiegano variando continuamente dai pianissimo ai forte, aprendosi in bicordi fulminei per poi rinchiudersi in nella nota iniziale, che incanta di nuovo, dopo quell’improvviso lampeggiare.


Le incursioni del pianoforte di Emanuele Sartoris. in solo, ma anche durante i fitti dialoghi con batteria e violino, sono un’ irresistibile amalgama tra improvvisazione totalmente libera e una grande conoscenza della musica contemporanea, mai citata letteralmente, piuttosto presente come materiale sonoro da cui Sartoris attinge in maniera del tutto personale. Ed è questa ricchezza di linguaggio che dona quasi infinite possibilità alla conquistata libertà espressiva.

La batteria di Massimo Barbiero può essere di volta in volta immateriale o percussiva e potente, e si focalizza anch’essa su volumi e timbri piuttosto che sull’imperativo di “dare un ritmo”, se non in senso del tutto astratto: stempera, disegna, affresca, utilizzando ogni angolo dei metalli, delle pelli, del legno, preferisce il fluire libero dei suoni (non posso parlare di battiti, o almeno io li ho percepiti come suoni) allo scorrere ordinato del tempo.

Dunque il tempo è sospeso. Tra i tre si instaura un legame che va al di là di quello che di solito si definisce “interplay”. Barbiero, Manera e Sartoris definiscono i confini di un mondo incorporeo eppure tangibile, hanno un loro linguaggio che impatta emotivamente su cui ascolta: le sonorità del violino vengono tradotte dalla batteria, poi tradotte dal pianoforte, una cellula melodica del pianoforte viene ripresa dalla batteria, un battito della batteria viene tradotto in melodia dal violino.


E’ un dialogo continuo, il loro, sempre serrato, enigmatico, eppure stranamente sempre comprensibile da chi ascolta, mai ostico, e da dialogo può sfociare in intensi momenti corali. Se il pianoforte costruisce melodie o armonie ben definite, batteria e violino le traspongono in chiave fiabesca, ma può anche accadere l’inverso.
Se tutto è destrutturato e tonalmente incerto, improvvisamente irrompe un ritmo di danza, in 1, a loop, ma con dinamiche variate, o frasi legate pronunciate un attimo dopo staccate, poi ancora legate.


Emerge un equilibrio tra il sistema temperato e le molteplici possibilità dei suoni che esistono in natura al di là del pentagramma, in bilico su di una incertezza tonale che genera il suono non come dovrebbe essere ma come ancora non è, poiché sta nascendo e proviene da un altro mondo, quel mondo incorporeo di cui si parlava più su. E’ proprio quel fantastico, spesso garantito dalla batteria e dallo stemperarsi improvviso di suoni un attimo prima potenti in una intensa rarefazione (si perdoni l’ossimoro): intensa, poiché percepita come stupefacente, ricca di tensione.
Se Sartoris procede con potenti ottave parallele, quadrate, definite, Manera rumoreggia e ottiene suoni anomali, bicordi, tricordi, mentre Barbiero insiste sulle pelli: improvvisamente però arriva un unisono inaspettato, o appare una cellula melodico ritmica reiterata quasi ossessivamente, il volume si alza, poi si assottiglia diventando altro ancora.



Dove è Woland, dove sono il Maestro e Margherita?
Ascoltateli, non tentate di trovarli, quando andrete a sentire dal vivo questo trio, o ascolterete il disco: sarebbe perdere tempo prezioso a guardare il dito, invece che la luna.

INTERVISTA A MASSIMO BARBIERO

In occasione del 40 Papyrus Jazz Festival di Ivrea, svoltosi dal 3 al 19 settembre di questo difficile 2020, Eugenio Mirti ne ha intervistato il direttore artistico, Massimo Barbiero

Qui l’intervista in Podcast! 


La foto è di CARLO MOGAVERO