Il Teatro Olimpico accoglie Fred Hersch

A Vicenza Jazz, in trio con Drew Gress e Joey Baron

Vicenza Jazz 2021

Teatro Olimpico, 7 luglio 2021, ore 20:30

Fred Hersch Trio

Fred Hersch, pianoforte

Drew Gress, contrabbasso

Joey Baron, batteria

Il Teatro Olimpico accoglie Fred Hersch, a Vicenza Jazz, in Trio con Drew Gress e Joey Baron.

Se provate a leggere un po’ in giro, Fred Hersch è definito musicista di stampo billevansiano: è un modo certamente agevole di definire il suo linguaggio pianistico, il suo mondo di riferimento, di definirne un po’ i confini espressivi, attribuendone la genesi, l’ ispirazione, a Bill Evans.
Ma quando poi lo si ascolta, dal vivo per di più, si capisce che le semplificazioni, le etichette, vanno bene solo a fini didascalici, divulgativi, che hanno valenza al massimo di traccia, di orma, di indicazione di massima.
Perché Hersch suona come Hersch, avendo fatto tesoro di tanta musica, e probabilmente non ha nessun senso cercare di riconoscere, o peggio ricostruire, quanto e quale Bill Evans sia inscritto nella sua poetica.

Il magnifico concerto di Hersch in trio è stato un percorso, in ogni istante inaspettato, nel Jazz, e anche un po’ oltre il Jazz, nei luoghi scelti da Hersch, da lui raccontati, affrescati, fotografati, con un intento espressivo e personale molto intenso, anche nei momenti più tenui e impercettibili di pianissimo, quando gli scambi con la batteria incredibile di Joey Baron sono divenuti quasi spirituali.

La suite dedicata a Kind of Blue, di Miles Davis, si apre con Blue in Green, il cui tema viene proposto fedelmente e con una cura espressiva estrema, e sottolineato da un sottofondo soffuso delicatamente, in cui le spazzole di Joey Baron indugiano a lungo solo e soltanto sul rullante, con leggerissimi e rari battiti sui ride. L’armonizzazione del pianoforte è essenziale e prevede un ostinato che poi passa al contrabbasso. Il tema è ridisegnato con microvarianti timbriche, accenti ritardati o anticipati, e sapienti, piccoli silenzi.


Non siamo davanti all’ esecuzione dello schema Jazz, rigidamente e comodamente riproposto come fossimo alla voce dell’ enciclopedia del Jazz La ballad nel Jazz Trio. Hersch è compositore, in senso letterale, anche quando, amando una melodia, la ripropone nella sua interezza.
E’ raffinato e sensibile interprete, che maneggia creativamente stilemi e brani a noi noti, padroneggiandoli, e potendosi permettere ampie licenze poetiche. Il suo ST. Thomas, brano leggendario di Sonny Rollins, è un distillato di calypso, snocciolato con disinvoltura, energia e un sottile senso della misura (nei volumi, nell’interazione con la meravigliosa batteria di Baron e del contrabbasso fondante di Gress), in cui è attraente il suo indugiare su dissonanze armoniche che danzano sull’inconfondibile ritmo originale.

Non si può non sottolineare il profondo dialogo con il contrabbasso e la batteria: Gress e Baron non eccedono mai eppure i loro interventi, misurati, densi di suono così come di sapienti silenzi, sono un gioiello di estro espressivo.
Joey Baron spesso procede per “sezioni” sulla sua batteria: i tom, oppure solo il rullante, piccole incursioni sui ride, le spazzole spesso e volentieri anche nei brani swinganti. Quando suona con gli altri persegue il suono complessivo in maniera semplicemente poetica, talvolta limitandosi a incidere sui tempi pari, minimizzando gli interventi, e diventando travolgente negli assoli.

Drew Gress sottolinea, esalta, incornicia ogni particolare melodico, armonico, ritmico, con interventi pieni di suono, vere e proprie parole chiave dell’ andamento dei brani. Negli assoli svela tutta la propria capacità lirica.

Un trio dalla coesione mirabile.


Some Other Time è l’unico brano in solo, presentato per il bis, per il quale non dirò altro se non che la cura così poetica, sensibile, ispirata della melodia ha reso quei minuti commoventi. In fondo la musica ha senso anche, e forse soprattutto, per le corde che riesce a toccare in chi ascolta, per il suo impatto emotivo, nella consapevolezza che un’ esperienza sensoriale non è assoluta ma strettamente personale: per noi è stato così.


Di seguito le foto scattate da Daniela C. al sound check, occasione in cui spesso si ha la percezione del clima che si respira prima del concerto. Siamo felici di regalarvele.

Il concerto di Brad Mehldau ai Giardini Querini

Il pianista statunitense a Vicenza Jazz 2021

Vicenza Jazz 2021

Parco Querini, 6 luglio 2021, ore 20:30

Brad Mehldau Piano Solo



Brad Mehldau, pianoforte



Il concerto di Brad Mehldau ai Giardini Querini è stato, una volta ancora, una sorpresa. Ho ascoltato questo straordinario musicista dal vivo per la prima volta diversi anni fa. Rimasi folgorata, nonostante conoscessi i suoi dischi, e lo ascoltassi e amassi la sua musica da tempo.

Poi ogni volta che ho potuto sono tornata ad ascoltarlo: ancora in piano solo, in Trio con Larry Granadier e Jeff Ballard, in duo con Joshua Redman (clicca qui per leggere) , anche in duo con Mark Guiliana, e ancora nel suo progetto su Bach (clicca qui per leggere).
Pur essendo il suo pianismo unico, e inconfondibile, ogni volta rimango folgorata come davanti a un musicista mai ascoltato prima. E’ questo per me l’enigma di Brad Mehldau: inconfondibile, ma ogni volta inaspettato. E non è questione di progetti differenti tra loro, che in quel caso sarebbe svelato l’arcano.

Non troverò nemmeno stavolta, credo, la chiave dell’ enigma, e potrò solo quindi descrivere, un po’ superficialmente, o comunque non come vorrei, ciò che è accaduto sul palco in un’ora e mezzo di musica.

Karma Police, dei RadioHead, è il primo di una serie di brani captati dal rock: per citarne qualcuno, Your Mother Should Know dei Beatles, Life on Mars di David Bowie, Don’t think twice, it’s allright di Bob Dylan. Captati è, mi sembra, il termine giusto, poiché Mehldau è come si sintonizzasse in quell’ istante, e in contemporanea, con la musica che decide di interpretare, come se quella fosse nell’aria, e non come un vecchio cd chiuso in un cassetto da tirare fuori all’occorrenza.

Mehldau ama i brani che capta, e quanto li ami si percepisce dalla cura con cui ne accarezza i temi, li canta sulla tastiera, li rispetta, anche quando li colora trasponendoli da una parte all’ altra del pianoforte, quando li confonde in un ambito tonale non definito, o li intreccia in un complesso contrappunto; o magari li armonizza come pezzi Jazz degli anni 20, di fatto rendendoli eterni, metabolizzandoli con la profonda conoscenza di tanta musica: una conoscenza fatta di studio, ma anche di vita vissuta e di implacabile curiosità.


Life On Mars (uno dei bis) arriva con tutta la sua atmosfera originaria, in una sorta di miracolosa trasposizione in cui c’è tutto Mehldau e il suo infinito materiale espressivo – dalle note cristalline del registro acuto a quelle sussultanti del registro grave, dal tema che passa dalla mano sinistra alla mano destra come linfa di tutto il tessuto armonico, alle cellule melodiche reiterate che accompagnano contestualmente guizzi improvvisativi continui. Ma Life On Mars è lì, persino l’arrangiamento originale viene nei punti cardine rispettato, e il risultato, all’ascolto, è in equilibrio tra la potenza del rievocare (non solo il brano ma il suo clima), e la vibrazione di un estro creativo del tutto inedito.

Nella scaletta vi erano anche standard, tra cui una bellissima The Nearness of You, cui Mehldau si è dedicato con cura, delicatezza, devozione: il tema emerge chiaro, sussurrato ma colmo di suono, l’ambito armonico è definito con accordi appena accennati, i silenzi sono densi di attesa e creano una trepida tensione verso le note che seguiranno. E mano a mano che la musica va avanti il materiale sonoro diventa meno rarefatto, i silenzi diminuiscono, il volume cresce, ma The Nearness of You rimane intima, dolce, e chi ascolta si sorprende a sentirsi complice di Mehldau.

Nei brani più incalzanti, come Skippy, di Thelonius Monk, o Golden Slumbers dei Beatles, Mehldau sceglie di dare la parola agli accordi pieni, che arrivano anche a ribollire poderosamente nella parte grave della tastiera, ed è l’andamento ritmico ad essere enfatizzato, sublimato.

Dopo ben tre bis, concessi con generosità, Mehldau abbandona il palco facendo anche trapelare una pudica, elegante ma percepibile gratitudine per una platea incantata dai suoi suoni. L’impressione è che per tutto il tempo, durante quel suo raccoglimento così speciale sul pianoforte, non sia stato mai chiuso solo in sé stesso, ma concentrato anche a captare, oltre che la musica, anche il respiro del pubblico che lo ascoltava. Captare.

Nota a margine: nessun pianista è stato tradito clandestinamente con lo scatto di queste preziose foto, che sono state realizzate da Daniela Crevena, come da disposizioni dell’ organizzazione, dalla lontanissima cabina di regia. Una distanza che non ha impedito di rendere in immagini il suono.

D&D

Gonzalo Rubalcaba e Aymèe Nuviola “Viento y Tiempo”

A Vicenza Jazz con Cuba (e il Jazz) si festeggia il rientro alla vita

Vicenza Jazz 2021

Parco Querini, 5 luglio 2021, ore 20:30

Gonzalo Rubalcaba e Aimée NuviolaViento y Tiempo

Gonzalo Rubalcaba, pianoforte e tastiera Rholand

Aimée Nuviola, voce

Cristobal “El Profe” Verdecia, basso

Hilario Bell, batteria

Neiger “Majito” Aguilera, percussioni

Yunio Arronte, sax

Lourdes Nuviola, vocalist

Alfred Lugo, vocalist

Se a marzo mi avessero detto che a luglio avrei cantato, mi sarei commossa e avrei ballato a un concerto di eccellente musica cubana, e Jazz, non ci avrei mai creduto. Era il tipo di concerto che mi immaginavo come catarsi, una specie di fantasia irrealizzabile.
E invece, a Vicenza Jazz, nei giorni che mi sono ritagliata per la musica, ho assistito a Viento y Tiempo.

Ho un debole da sempre per la Musica Cubana. Amo il pianoforte di Gonzalo Rubalcaba Jazzista (il suo The Blessing è stato uno dei primi dischi in Trio a stregarmi). Amo le voci femminili che interpretano la musica Cubana. E questo concerto entusiasmante è stato prima di tutto un regalo e un ritorno alla vita, e alla luce, “Una luce al termine della notte“, come il motto di questo Vicenza Jazz 2021.

L’incantevole, colorata, sorridente Aimée Nuvola sale sul palco con tutto il suo carisma e legge in italiano parole piene di affetto e ammirazione a Raffaella Carrà, scomparsa poche ore prima nel pomeriggio e amatissima a Cuba e in tutto il Sudamerica: il concerto è dedicato a lei.

Un attimo di concentrazione prima di accingersi a suonare e la musica comincia.

Parte una rumba di quelle travolgenti ma… forte e ricca degli accordi, degli accenti, delle armonizzazioni del Jazzista Rubalcaba, che durante l’intero concerto si mostra nella sua completezza di artista che ama visceralmente le sue origini e che al contempo vive una continua, fervida, feconda creatività come artista contemporaneo.

Aiméè Nuivola canta un’intro molto jazzistica, accompagnata solo dal pianoforte, su Chan Chan. Via via tutta la ricca compagine di musicisti sul palco si unisce alla musica e ci si ritrova a Cuba. Aimée comincia da subito a coinvolgere il pubblico in riff da eseguire insieme alla band, esortando a battere le mani: nessuno si sottrae. Ce ne era bisogno, dopo un anno di silenzio, niente remore, tutti partecipano, tutti si alzano in piedi: sono appena dieci minuti che il concerto è cominciato, c’è ancora la luce del giorno.

Gonzalo prima di presentare il brano successivo saluta il pubblico dando la sua lettura di un anno triste di pandemia, come frutto dell’alternarsi ineluttabile di fasi felici e infelici nella vita, e dell’emozione di poter ricominciare a suonare. Parole emozionanti che scaldano ancora di più l’atmosfera.

Con Bemba Colora e Viento y Tiempo (che dà nome all’album) Gonzalo e Aimée, conosciutisi da adolescenti durante gli studi al Conservatorio di musica, proseguono lo spettacolo – concerto senza risparmiarsi. Gli assoli di Rubalcaba sono finestre sul suo Jazz, raffinato, autentico, energico. E nei brani filin, struggenti, romantici, jazzcubani, il pianoforte diventa lirico, crea una tensione emozionante con ritardando e contrasti tra cascate di note e silenzi espressivi bellissimi. La voce Di Aimée Nuviola è piena, sempre, anche nei pianissimo, e gode di un registro basso poderoso ma sempre poetico.

Inutile dire che i musicisti sul palco sono strepitosi, preparatissimi, perfetti, così come i vocalist (Lourdes Nuviola e Aimée, duettano con un feeling che solo due sorelle possono avere).

Il primo bis, chiesto a gran voce, è Lagrimas Negras, un mio brano del cuore. E poiché è un mio brano del cuore non riesco a scrivere altro che mi sono commossa, l’ ho cantato assieme ad Aimée mentre ascoltavo le note di Gonzalo che mi emozionavano profondamente e quindi avviso i lettori che queste ultime quattro righe, poiché solo emozionali, potrebbero discreditare la mia piccola aura di competenza, ma non importa: io c’ero e mi viene solo da scrivere che Lagrimas Negras era bellissima e mi sono commossa.

Dopo altri bis in cui ho ballato (e non ho più preso appunti nel mio taccuino) il concerto è finito e moltissimi del pubblico erano più felici di quando erano arrivati: non ne ho la certezza matematica, ma sento che è così.

Io e Daniela Crevena di sicuro: lo potete vedere anche dalle foto, del resto.

E per finire le foto del Backstage, cui per una volta abbiamo avuto accesso, perché già da prima di un concerto si entra nel clima, assistendo ai preparativi. Con un artista ulteriore che ci pregiamo di aver incontrato: Tony Martinez, make up artist: noi Daniels sogniamo che un giorno ci possa rendere un po’ cubane e brillanti, come la meravigliosa Aymèe.

The Last Coat of Pink – West, Dipace, Gallo svelano i loro Pink Floyd

A Vicenza Jazz, in un concerto intimo e coinvolgente

Vicenza Jazz 2021

Vicenza, 5 luglio 2021, Palazzo Chiericati, ore 19

The Last Coat of Pink


Kathya West, voce

Alberto Dipace, pianoforte

Danilo Gallo, contrabbasso

The Last Coat of Pink : West, Dipace, Gallo – svelano i loro Pink Floyd, rivelandoci durante un concerto intenso, intimo, vibrante, che le possibilità della musica sono infinite.
C’è tutta la musica da comporre ancora, c’è musica di ogni genere che esiste già e fa parte della nostra vita, molta che non conosciamo che non ne fa parte, ma è lì, e magari prima o poi la conosceremo.
E c’è la musica che nasce dall’impulso espressivo di alcuni artisti a comunicare quanto, e come, e perché, quella musica di altri musicisti è stata importante per loro: da questo atto nasce altra musica, del tutto nuova e a un tempo forte della sua stessa storia.
I Pink Floyd di The Last Coat of Pink sono diversi dai Pink Floyd originari: ma sono autentici.

Is There Anybody Out There? apre il concerto, ed è il pianoforte ad introdurla con note accennate ed intense, che presto si fondono con la voce, dapprima quasi un soffio, fino al sopraggiungere del contrabbasso: l’atmosfera è rarefatta, ma intima. La voce di Kathya West è il perno, la guida su cui si avvinghiano i suoni, che via via prendono spessore: Danilo Gallo tratteggia ed enfatizza con l’arco, Alberto Dipace ricama accordi armonicamente sospesi, in una sequenza progressivamente più intensa ma sempre dolce, introspettiva.

Quando l’arco scompare, il contrabbasso dona vere e proprie pulsazioni tonali, vitali ad un sistema sonoro che appare perfetto: come si diceva, unico, animato di vita propria, un organismo nuovo, non un clone né una copia. Nuova musica.

I temi dei brani non sono mai stravolti, perché non sono mai uno scaltro spunto iniziale di cui abusare frettolosamente e gettare via dopo aver attirato l’attenzione di chi ascolta, come troppo spesso accade nei cosiddetti tributi.
Il tema, invece, viene curato amorevolmente e fluisce dalla voce, al contrabbasso, al pianoforte, e così facendo diventa via via cangiante, ma rimane il tema che è il motivo espressivo, sorgente e foce, di quella musica: nuova, incredibilmente, proprio perché nata dall’emozione del tutto unica che ha ispirato nei tre musicisti, e dalla quale nasce altra musica.

Come in Wish you Were Here, ad esempio (clicca per ascoltare il brano tratto dall’album)

L’atmosfera è quella di una rilettura calda, intima, quasi privata, è il rock trasfigurato nella sua essenza emozionale, che rimane potente e vigoroso per le capacità espressive della voce di Kathya West, capace di sussurrare ma anche drammaticamente gridare e invocare, del pianoforte di Alberto Dipace, capace di piccoli accordi suggestivi accennati e di momenti percussivi e a pieno volume, di Danilo Gallo, che suona il contrabbasso disvelandone infinite potenzialità espressive, da ultraterrene a sensuali.

Si esce da Palazzo Chiericati con la confortante sensazione di essersi arricchiti di un nuovo, intenso, affascinante sguardo su musica che pensavamo inalterabile, se non a costo di una sua clonazione, o banalizzazione. E invece The Last Coat of Pink ci ha mostrato quanto sia viva e pulsante quando la si affronti per motivi espressivi profondi.

Jazz mainstream d’autore: Flavio Boltro in quartetto

Al Teatro Comunale per Vicenza Jazz 2021

Vicenza Jazz 2021

Vicenza, 4 luglio 2021, Teatro Comunale, ore 18


Flavio Boltro, tromba

Luca Mannutza, pianoforte

Lorenzo Conte, contrabbasso

Andrea Michelutti, batteria



Jazz mainstream d’autore: il concerto di Flavio Boltro in quartetto al Teatro Comunale ci ha riportato ad assaporare strutture, dinamiche, suoni e brani della tradizione jazzistica, filtrati e rigenerati dal suo suono e dal suo fraseggio, inconfondibili.


Un repertorio di standards comune a grandi trombettisti come Miles Davis, Clifford Brown, ma anche pezzi originali (come il bellissimo First Smile), suonati con energia, swing, interplay, guizzi improvvisativi ricchissimi, scambi serrati, e capacità introspettiva.



Luca Mannutza al pianoforte è una garanzia di inventiva, estro, interplay. E la ritmica in effetti crea un’atmosfera vivida su schemi rigidamente precostituiti: esposizione del tema, sviluppo, assoli, scambi alternati, rientro, conclusione. Il resto lo fa il timbro di una delle migliori trombe europee.


Un bis vezzosamente predetto da Flavio Boltro, musicista di lungo corso, oramai avvezzo alle dinamiche della musica, e meritati applausi e sorrisi.

Hamid Drake e Pasquale Mirra al Teatro Olimpico

A Vicenza Jazz l’improvvisazione libera tra batteria e vibrafono

Vicenza Jazz

Vicenza, 4 luglio 2021, ore 16

Duo Drake – Mirra


Hamid Drake, batteria

Pasquale Mirra, vibrafono


Hamid Drake e Pasquale Mirra al Teatro Olimpico ci hanno offerto un’ora e mezzo di improvvisazione libera, empatica, osmotica.
Un dialogo pulsante per un duo inusuale, tra batteria, vibrafono, percussioni, da ascoltare liberandosi di ogni catena concettuale, etichetta, e assaporare la libertà del fluire libero di suoni così come facciamo quando ascoltiamo il rumore del mare, del vento, dei tuoni.
Non sembri artificio retorico questo paragone, ma è davvero lo stato d’animo cui è benefico abbandonarsi quando si ha la possibilità di assistere, anzi, ascoltare, un concerto come quello cui abbiamo assistito al Teatro Olimpico. Nemmeno una nota o un battito sono apparsi disarmonici nel tempio palladiano dell’ arte classica: anzi, il cielo delle scene fisse di Vincenzo Scamozzi è sembrato anche più vivido di quanto non appaia già nella realtà, per via dell’esplodere e propagarsi di suoni naturali.


Il concerto comincia con un pianissimo del vibrafono, sottolineato da battiti quasi impercettibili delle spazzole sulla batteria: una melodia iniziale reiterata, che gradatamente si arricchisce di piccoli inserti, che diventano accordi. Il volume si alza, Drake passa alle bacchette, ma la batteria è coperta da un telo leggero e il suono è smorzato eppure intenso.

Lo scorrere della musica è multiforme. L’esperienza sensoriale è tale che inizialmente, quando ancora il concerto è all’inizio, si ha il bisogno di distinguere tra i due strumenti, di percepire con attenzione ogni scambio. Ma quando si decide di sciogliersi nell’ ascolto, semplicemente si entra nel suono, che è il suono di un nuovo strumento di cui non sappiamo il nome, nome che non ci interessa conoscere. Drake e Mirra procedono per osmosi, senza mai smettere di ascoltarsi, e non è solo questione di cambi ritmici o timbrici, ma di reciproco stimolo creativo.


Nei momenti in cui sono riuscita a rimanere attenta per fare il mio dovere di “cronista” della musica, e analizzare razionalmente cosa accadeva, ho ascoltato ad esempio che a una piccola cellula melodica reiterata in modo ipnotico nel vibrafono, corrispondevano infinite variazioni poliritmiche della batteria. A un incalzare in crescendo del vibrafono a volte si accompagnava un minimalismo della batteria. Al contrario in alcuni momenti lo spessore sonoro aumentava in contemporanea e improvvisamente scemava per poi sdoppiarsi, ovvero in ogni momento poteva succedere qualsiasi cosa.
E questo non per una sciatta casualità, ma per rispondere anzi a una legge impellente, quella dell’ ascolto istintivo reciproco.

Drake canta, con il suo strumento, scegliendo di volta in volta di far prevalere i tom, le pelli, o i ride, nei momenti più “onirici”. E canta anche con la sua voce, forte e benaugurante. Mirra fluttua tra l’essere marcatamente melodico e/o armonico in senso precipuamente tonale, e destrutturante e atonale nei momenti più “immateriali”. Ma può anche accadere di abbandonare il pentagramma in episodi vulcanici, terrestri, percussivi. Timbri scuri possono essere soffi d’aria, note acute spade potentissime.

Ancora una volta, emerge quanto la padronanza tecnica dello strumento possa dar vita a due tipi di musicisti: quelli bravissimi, ma essenzialmente ottimi acrobati, e quelli che la loro maestria la utilizzano per riuscire a volare oltre le convenzioni.

L’acustica del Teatro Olimpico porta entrambi a dover tener conto del lungo perdurare di eco e armonici a ogni suono e battito: semplicemente questo perdurare viene accolto e sfruttato per diventare parte della musica che via via si concretizza.

La cronistoria di questo concerto potrebbe andare avanti ancora per molto, in virtù di tutto ciò che è accaduto sul palco. Invece termina qui con una piccola considerazione: il Jazz, inteso come creatività, improvvisazione, composizione estemporanea, è vivo perché ci sono musicisti che come Mirra e Drake osano, vanno oltre, e non ripropongono uno schema, vetrificato, che molti chiamano, impropriamente, Jazz.

Il soundcheck di Rebekka Bakken Group – Teatro Comunale #VicenzaJazz

Siamo al soundcheck di Rebekka Bakken, carpiamo immagini e suoni in attesa del concerto, e del nostro reportage di domani. Una voce enigmatica, emozionante, potente, avvolgente. Canzoni struggenti, appassionate, evocative. Quasi folk e in quel quasi c’è tantissimo altro. Seguiteci a Vicenza Jazz!

Duo Mirabassi – Zanchini al Torrione – Ferrara

In evidenza

Un concerto straordinario in uno dei club più belli d’ Italia. E in totale sicurezza.

Tutte le foto sono di DANIELA CREVENA

Torrione Jazz ClubFerrara in Jazz

Ferrara, 3 ottobre 2020
Ore 2230

Gabriele Mirabassi: clarinetto
Simone Zanchini: fisarmonica

Ci siamo mosse rispettivamente da Roma e da Bergamo per andare ad ascoltare questi due musicisti che non avevamo ancora mai visto suonare insieme: ci siamo viste a metà strada, e la metà strada era al Torrione. Un club bellissimo che molti di voi conosceranno, e sul quale vale la pena spendere due parole, dato il periodo particolare di emergenza sanitaria dovuto al Covid.
Si parla di chiusure anticipate dei locali, ma in questo caso, ad esempio, si andrebbe a intaccare la perfezione in fatto di sicurezza.
Due set previsti, uno alle 2030, uno alle 2230. All’entrata misurazione della febbre, compilazione di moduli anagrafici, disinfezione obbligatoria delle mani. Posti a sedere rigorosamente distanziati. Mascherina durante il concerto. Ingressi contingentati.
La divisione in due set (impegnativa, di certo, per i musicisti, che alla fine del secondo set si sono comprensibilmente sottratti al bis), e dunque la chiusura del locale alle 0030, permette di assistere agli eventi in sicurezza, distanziati, consente al locale e ai musicisti di poter lavorare nonostante l’emergenza, e a noi pubblico di continuare a vivere quasi normalmente senza rinunciare alla musica.
Locali virtuosi come questo speriamo servano da esempio invece che cadere sotto potenziali mannaie tritatutto.
Fatta questa premessa, ecco il nostro racconto in parole e immagini di una serata di bellissima musica in una location davvero suggestiva.

Il concerto comincia con piccoli richiami reciproci, veri e propri frammenti di suoni, che dopo poco si concretizzano in uno scambio domanda e risposta: la fisarmonica di Zanchini imbastisce un ritmo di danza, quasi una tarantella, il clarinetto risponde, fino a quando i due si intrecciano in maniera sempre più serrata: il susseguirsi di domanda e risposta diventa un flusso continuo, nel quale il clarinetto delinea la melodia mentre la fisarmonica per un po’ svolge una funzione armonico ritmica intensa. Tutto avviene mentre si avvicendano dinamiche anche repentine dal pianissimo al forte, e cambi di tonalità che si avvicendano fluidi, quasi leggiadri.

Le frasi si concludono a volte in maniera decisa, dando il via a episodi completamente diversi: ma, ad un ascolto attento, il materiale armonico, melodico, ritmico ha sempre una continuità preziosa. Nulla si perde. E’ una sorta di carosello circolare, ma con varianti di ogni genere: timbriche, di accenti, di dinamiche.
I lunghi glissando del clarinetto si appoggiano sulla forza intensa, regolare, ricca della fisarmonica. La fusione è perfetta. E quando la fisarmonica rimane da sola, è a questa che spetta l’introduzione di un altro tema melodico, fino a ritrarsi rimanendo in un pianissimo di sottofondo.

Su quel volume sommesso entra il clarinetto, si torna alla struttura domanda e risposta, si torna alla danza , Mirabassi e Zanchini improvvisano, si imitano, si suggeriscono, tornano al tema iniziale.
Zanchini rimane da solo, percussivo, e anche melodico, capace di guizzi armonici dapprima graffianti che si tramutano gradualmente in veri abbracci sonori, morbidi e avvolgenti.
Poi il volume si abbassa di nuovo, e rientra in scena il clarinetto di Mirabassi in unisono con la fisarmonica.

Un lungo brano, dunque, travolgente, ricco di spunti, che a poterlo risentire più volte lascerebbe stupiti per la varietà notevole di colori, suggestioni, punti di partenza e di arrivo.

Il concerto continua con una introduzione del clarinetto solo, che vibra quasi silenzioso sul registro grave dello strumento, un vibrare che a un certo punto riesce a divenire quasi un bicordo. Ed è sempre quasi sommessamente che arriva la fisarmonica, arricchita da effetti elettronici che la fanno percepire come un’eco lontana.
E’ Mirabassi che su questo substrato così lieve presenta un tema melodico struggente. Struggente e perfetto, anzi struggente perché generato da un suono perfetto, puro, lontano, e quel suono perfetto arriva anche poco dopo, quando Zanchini rimane solo e canta la Romagna, le feste di paese, e quel poco di elettronica e di eco dà a tutto il sapore di un racconto antico, di un ricordo distante.

Su una progressione armonica familiare, e che per questo culla chi ascolta , vengono scolpiti sorprendenti temi nuovi, e anche suoni inaspettati, come il fischio della fisarmonica che si aggroviglia con il clarinetto, che dal canto suo non fa altro che sottolineare, attraverso poche note, soltanto le note cardine degli accordi, permettendo al nostro orecchio di avere costantemente un punto di riferimento che non faccia perdere l’orientamento e ci leghi a quella sequenza rassicurante.

Pippo, brano di Zanchini, comincia con un gioco tra fisarmonica e clarinetto, ancora una volta in forma di domanda e risposta, fino a quando una di quelle frasi diventa uno sfondo continuo tenuto da Zanchini, mentre il clarinetto insiste su progressioni cromatiche ascendenti. Il tutto si intensifica, l’ostinato di fisarmonica diventa vorticoso e lo spessore e il volume diventano importanti. Quando rientra il clarinetto i due si assestano ancora su un unisono, un unisono particolare.
I suoni della fisarmonica e del clarinetto, sono simili e differenti. Sono frutto dell’aria che li produce, entrambi, ma questo timbro a volte anche sottilmente diverso (specie nei toni acuti, o gravi) rende l’esperienza dell’ ascolto irresistibilmente attraente. Attraente è proprio la percezione di un unico suono con qualcosa di leggermente dissimile, specialmente durante gli unisoni.
Due strumenti diversi ma simili ma anche due musicisti diversi tra loro che riescono a trovare un modo di esprimersi comune. E il lato comune non è certo il virtuosismo, innegabile, di entrambi, ma la sensibilità sonora raffinatissima, in cui i particolari sono importanti e vengono valorizzati non avendo, come fine ultimo, quel virtuosismo.

Il bellissimo racconto di Mirabassi del suo viaggio notturno attraverso le dune di Jericoacoara, in un buio profondo, descritto come esperienza rivelatrice del potere taumaturgico della musica nel guarire la solitudine, è suggestivo, e fa comprendere quanto per i musicisti, e per chi ama la musica, sia stato duro il lungo periodo di silenzio dovuto all’emergenza sanitaria.
E’ un racconto liberatorio, e non a caso, forse, l’ultimo brano in scaletta esplode di allegria, energia, e festeggia la ritrovata possibilità di poter suonare e ascoltare la musica dal vivo.

Noi abbiamo assistito al secondo set. Zanchini e Mirabassi hanno suonato a lungo, generosamente, nonostante avessero sulle spalle un concerto altrettanto impegnativo e nel quale di certo non si fossero risparmiati.
Con la loro energia abbiamo ritrovato la nostra stessa energia. L’augurio è che in club come il Torrione e con musicisti così appassionati si possa ritrovare, anche in tempi difficili, l’allegria, e l’intensità del vivere insieme la musica, che è essenziale proprio in periodi difficili come quello che stiamo vivendo.

Salvador Sobral- Correggio Jazz “Reloaded” – Crossroads 2020


Correggio, Cortile del Palazzo dei Principi, ore 20:30

Salvador Sobral, voce

Max Agnas, pianoforte

Andrè Rosinha, contrabbasso

Bruno Pedroso, batteria

Le foto sono amatoriali, tutte scattate con il cellulare da mia figlia Marianna.

Come molti, ho conosciuto Salvador Sobral guardando in tv  l’ Eurovision Song Contest 2017, che vinse con una canzone molto bella scritta per lui dalla sorella Luisa, Amar Pelos Dois: un pezzo inusuale per quel contesto, armonicamente interessante, con un arrangiamento curatissimo e avvolgente, e una voce che mi è parsa bellissima.

Mi sono ripromessa di ascoltarlo appena possibile dal vivo, e ho trovato come complice mia figlia. Saltato il concerto che era previsto a maggio all’Auditorium di Roma Ci siamo prenotate per quello del 1 agosto a Correggio Jazz.

Fa molto caldo,  ma il cortile del Palazzo dei Principi, nel rispetto dei distanziamenti, è pieno.
Sobral arriva sul palco e intona, lontano dal microfono, da solo, Cerca del Mar, e, dico da subito, ha una voce meravigliosa, che risuona morbida, ricca di armonici, dal timbro particolare. E questo suo strumento Sobral lo padroneggia alla perfezione, sentendosene al tempo stesso evidentemente appagato, traendone gioia. Ed è questo abbandonarsi gioiosamente al cantare che impedisce di percepire una voce così vicina alla perfezione come un mero prodotto di studio di una tecnica ferrea.


Quando arriva il pianoforte, seguito a ruota da contrabbasso e batteria, l’atmosfera si delinea. Non è neanche interessante definirne il genere: ascoltiamo canzoni dall’impianto armonico non banale, dalle melodie orecchiabili ma non scontate, qualche standard.

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Il trio percorre con naturalezza il jazz, il latin, il pop, il fado, e non si limita ad accompagnare e valorizzare il cantante. Sono diversi i momenti in cui si apprezzano idee estemporanee, improvvisazione. La presentazione dei temi è sempre di impatto, e si può dire in più di un’occasione la voce è uno dei quattro strumenti sul palco: i momenti corali sono quelli in cui maggiormente si apprezzano le dinamiche, in alcuni momenti davvero incantevoli. Lo scambio, l’interplay, sono quelli che siamo abituati ad ascoltare durante i concerti di Jazz.
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Ela disse-me assim, ad esempio, è introdotta da un assolo di contrabbasso intenso, che prelude alla voce duttile, morbida, poetica di Sobral. La canzone è un piccolo gioiello, melodicamente e armonicamente, e il sapiente uso delle dinamiche la rende quasi sognante, e sì, emozionante. Sobral nei pianissimo è prodigioso, se toglie volume aumenta però di intensità, e in questo è del tutto in sintonia con i tre musicisti che si intrecciano in un suono complessivo sì molto equilibrato, ma anche molto intenso, caldo, mai uguale a sé stesso.
Canzoni francesi, portoghesi, brasiliane, sono tutte passate al filtro caleidoscopico di una voce particolare, vellutata, tanto potente (ma mai sguaiata) quanto dolce e vellutata (ma mai esile o sdolcinata). Un voce che percorre ogni passaggio armonico, occupa e abbellisce quelle che dovrebbero essere i respiri dei fraseggi. Sobral sceglie di  tacere quando passa il testimone al trio per lunghi episodi strumentali:  ma quando riprende a cantare lo fa in un flusso continuo di affascinanti circonvoluzioni che avviluppano chi ascolta.

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L’equilibrio è proprio nel bilanciamento tra voce e strumenti, per cui a una personalità di interprete così spiccata corrisponde un gruppo che crea, interagisce, costruisce, improvvisa, e di certo non scompare.

Sobral dialoga fruttuosamente con il pianoforte di Max Agnas, pianista fortemente da lui voluto dopo un casuale incontro e Jam session a Stoccolma, davvero notevole per tocco, fraseggi, deliziose piccole cascate di note disegnate con la mano destra, e armonizzazioni che davvero decidono il corso dei brani e quelle incursioni di cui parlavamo prima in vari mondi sonori.
Sul palco ci sa stare, è disinvolto, gioca, si diverte, chiacchiera, fa battute, è simpatico, spiega i brani, racconta come ha conosciuto i suoi musicisti, entra nel pianoforte e ci canta, balla, sorride, si emoziona.

La conclusione del concerto vede Sobral al pianoforte, in una medley che contiene il brano da cui, almeno per me, è nato tutto, quello dell’ Eurovision Song Contest, Amar Pelos Dois, che viene accennato inizialmente quasi in chiave ironica – quasi come se lo stesso Sobral la considerasse un piccolo tormentone, ma anche una suggestiva Caro amico ti scrivo, omaggio a Bologna e a Lucio Dalla, la cui musica ha conosciuto durante un Erasmus in Spagna dopo l’incontro con uno studente, poi diventato grande amico, italiano. E l’omaggio è parso sincero, e ascoltarlo è stato bello.

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Quasi stupito di essere conosciuto qui in Italia, Salvador Sobral ha parlato, in italiano, durante tutto il concerto, in maniera piacevole, spontanea, e il pubblico ha risposto con naturalezza alle richieste di interazione, cantando e anche ballando.
Notevole interprete, poetico, divertente, coinvolgente. Un concerto, se potete, che vi consiglio, anzi vi consigliamo di andare ad ascoltare, e guardare.

 

 

Mirtifante goes to la Tesoriera to attend the Night Dreamers’show – Parte seconda

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Parte 2 – ove Mirtifante beve numerose birre con gli amici, ascolta sprazzichi di concerto, osserva il pubblico come fosse un novello Lombroso e torna a casa felice

Ordunque, presentativi il luogo (la Tesoriera col porcaro), il quando (martedì 22 luglio) il chi (io e i miei amici rocchettari) il cosa (il concerto dei Night Dreamers) rimarrebbe da raccontare il perché, ma è tema – in questo periodo della mia vita – di grande difficoltà.

La ragione è presto detta: mentre a casa quando ascolto un disco riesco ad avere una attenzione quasi monastica (e la mia famiglia mi prende costantemente in giro perché divento veramente irraggiungibile, non mi accorgerei neanche se prendesse fuoco la casa), dal vivo nel corso degli anni mi sono sempre più appassionato al concerto come spaccato antropologico della società, e dunque vengo costantemente distratto.

Guardo le età delle persone, le facce, le espressioni, mi immagino le storie, il linguaggio non verbale con cui molti/e vogliono fare capire chi sono (o più spesso chi vorrebbero essere) con dettagli vari (vestiti, urletto “yeah” durante un assolo, orologio patacca finto d’oro, mocassini della Juve, e così via). Un ricco campionario di umanità che trovo sempre mirabolante, che purtroppo però spesso sposta l’attenzione dalla musica a qualsiasi altro elemento.

Non che sia orribile tout court: e del resto il jazz non nasce certo come musica da sala operatoria sterilizzata, ma anzi è ricco di storie di club fumosi e località quantomeno rumorose nella loro attività.

Prima di raccontarvi la scaletta del concerto (d’accordo essere distratti, ma fino a un certo punto) vi ricordo che i Night Dreamers hanno pubblicato un album chiamato “Techné” (per Alfa Music) lo scorso anno, tutto dedicato al mondo dell’automobile e delle sue suggestioni (siamo sempre a Torino, cari amici, patria della macchina, del cioccolato e del calcio).

http://www.ijm.it/component/music/display/847

Loro sono Simone Garino al sax, Emanuele Sartoris al pianoforte, Dario Scopesi al contrabbasso e Antonio Stizzoli alla batteria.

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Mi hanno chiesto esplicitamente di citare nel reportage le camicie modello “Magnum P.I” (abbaglianti come il sole delle Hawaii)  e le macchine modello “Flintstones” (scendi e vai a piedi) di Sartoris come metatesto subliminale del gruppo, che in effetti aggiungono colore all’insieme e creano un immaginario potente, come le uniformi di raso dei Beatles e la motocicletta di Bob Dylan.

La scaletta naturalmente ha previsto l’esecuzione del loro disco, ormai rodatissimo:

Le Mans

Campari El Negher

La Sorte e il Quadrifoglio

The Red Flying Alfa

Mirafiori

Via Fratelli Carle

6C 1750

10 km

L’ Eclair

Con in coda un omaggio a Ennio Morricone attraverso “The Ballad of Sacco & Vanzetti“: il risultato è stato un inusuale finale di concerto lieve e delicato.

Considerato che era il primo concerto post Covid, i Night Dreamers sono sempre una macchina da guerra musicale, rodata e oliata; dettaglio non secondario, sono piaciuti a tutto il pubblico presente, che non era quello classico del jazz club ma invece quello tipico del parco serale dopo tre mesi di chiusura totale, quindi con famiglie, bambini, vecchietti, passanti per caso, e così via.

Trovo particolarmente bello quando il jazz si “apre al mondo”, ed è quello che è successo in questo concerto; questo sicuramente grazie alla simpatica “follia” di chi ha organizzato il tutto, ma anche grazie all’attitudine (musicale e non) dei quattro Dreamers, che pur parlando un linguaggio musicale non semplice si fa capire da tutti, anche grazie alle immagini simboliche della storia dell’automobile.

Sempre in tema di automobile il caro amico Gianni (proprio mentre la musica spingeva su “The Red Flying Alfa”) ci raccontava della “Black Flying Ford”, ovvero di quella volta che, uscito dal matrimonio in cui era testimone dello sposo, tornando a casa è volato giù dalla carreggiata e, pur non essendosi fatto nulla, il gesto atletico ha innescato un simpatico tran tran di controlli, processi, ritiri patente, ore di volontariato per redimersi dai peccati, ecc. Mi è sembrato un finale perfetto per un concerto dedicato all’automobile, e credo anzi che la sincronicità sia sempre presente nella mia vita.

Da Torino (per ora) è tutto: a presto, un caro saluto

vostro affezionatissimo

Eugenio

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