41° Open Papyrus Jazz Festival Ivrea – Laura Conti e Maurizio Verna

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Canti popolari del Piemonte e del Canavese

41° Open Papyrus Jazz Festival Laura Conti e Maurizio Verna – Canti popolari del Piemonte e del Canavese

Ivrea, 4 settembre 2021, Cortile Museo Garda, ore 21:30

Laura Conti: voce

Maurizio Verna: chitarra classica 10 corde, chitarra acustica

Parole Daniela Floris

Foto Carlo Mogavero


“Con la nostra musica intendiamo salvaguardare la nostra tradizione, che è parte importante della nostra cultura, e rendere omaggio a coloro che, prima di noi, hanno dedicato vita ed amore a quest’opera.”

Un intento raggiunto a giudicare dal bellissimo concerto di Ivrea, in cui i canti popolari Piemontesi e del Canavese vengono riproposti con arrangiamenti originali e la personalità di un duo dalla grande capacità espressiva. In che modo salvaguardare la tradizione? Di certo riproponendone i cardini.
Ma i canti popolari nascono in un contesto che di sicuro è totalmente cambiato: si sa che esistono, abbiamo ampi repertori registrati da etnomusicologi che li hanno preservati. Ma riproporre significa anche utilizzare il nostro linguaggio, che nel frattempo è mutato, venuto in contatto con altri mondi sonori, si è colorato di nuove modalità di comunicazione. E ha anche un pubblico differente.
La particolarità del progetto di Laura Conti e Maurizio Verna è data dalla profonda comprensione e dal profondo legame con la propria cultura tradizionale, che sono alla base di una esecuzione energica, di certo rispettosa del passato, ma dall’impatto contemporaneo, che quel passato esalta, nell’ istante in cui viene tramandato a un pubblico molto più variegato e dal retroterra più ampio.
Non mi riferisco tanto ai brani in cui le melodie di antichi canti vengono arrangiati in stile Jazz o Bossa: la trasposizione in altri contesti sonori è certamente interessante ma meno suggestiva, paradossalmente persino più datata.

Parlo piuttosto dei brani che durante il concerto hanno mantenuto il loro colore, il loro andamento armonico, i loro fraseggi originari, e per merito della chitarra a 10 corde anche il loro timbro complessivo: eppure tutt’altro che lontani, tutt’altro che in vetrina, tutt’ altro che testimonianze del passato fossilizzate da rispolverare o restaurare.

Forse la voce potente di Laura Conti, convinta, fiera, mai sguaiata, ma anche la chitarra di Maurizio Verna, dalla trama armonica e ritmica ricchissime di spunti e tutt’ altro che limitata all’accompagnamento, forse davvero la appassionata volontà di svelare a chi ascolta un mondo culturale fondante, importante per questo duo, ha reso vivo, presente, attuale e soprattutto universale, e non solo piemontese o canavese, quel mondo patrimonio di tutti, con suoni, racconti, parole che in un concerto a un festival del Jazz del 2021 non sono sembrati mai fuori contesto.

Ancora un motivo in più per ritenere che la musica, quando pulsante, quando risultato dell’impellenza espressiva di un artista, non ammette barriere e nemmeno campanilismi: identità, certamente, appartenenza, ma l’ identità e l’appartenenza non sono forse caratteristiche comuni per gli uomini di qualsiasi latitudine?

Hamid Drake e Pasquale Mirra al Teatro Olimpico

A Vicenza Jazz l’improvvisazione libera tra batteria e vibrafono

Vicenza Jazz

Vicenza, 4 luglio 2021, ore 16

Duo Drake – Mirra


Hamid Drake, batteria

Pasquale Mirra, vibrafono


Hamid Drake e Pasquale Mirra al Teatro Olimpico ci hanno offerto un’ora e mezzo di improvvisazione libera, empatica, osmotica.
Un dialogo pulsante per un duo inusuale, tra batteria, vibrafono, percussioni, da ascoltare liberandosi di ogni catena concettuale, etichetta, e assaporare la libertà del fluire libero di suoni così come facciamo quando ascoltiamo il rumore del mare, del vento, dei tuoni.
Non sembri artificio retorico questo paragone, ma è davvero lo stato d’animo cui è benefico abbandonarsi quando si ha la possibilità di assistere, anzi, ascoltare, un concerto come quello cui abbiamo assistito al Teatro Olimpico. Nemmeno una nota o un battito sono apparsi disarmonici nel tempio palladiano dell’ arte classica: anzi, il cielo delle scene fisse di Vincenzo Scamozzi è sembrato anche più vivido di quanto non appaia già nella realtà, per via dell’esplodere e propagarsi di suoni naturali.


Il concerto comincia con un pianissimo del vibrafono, sottolineato da battiti quasi impercettibili delle spazzole sulla batteria: una melodia iniziale reiterata, che gradatamente si arricchisce di piccoli inserti, che diventano accordi. Il volume si alza, Drake passa alle bacchette, ma la batteria è coperta da un telo leggero e il suono è smorzato eppure intenso.

Lo scorrere della musica è multiforme. L’esperienza sensoriale è tale che inizialmente, quando ancora il concerto è all’inizio, si ha il bisogno di distinguere tra i due strumenti, di percepire con attenzione ogni scambio. Ma quando si decide di sciogliersi nell’ ascolto, semplicemente si entra nel suono, che è il suono di un nuovo strumento di cui non sappiamo il nome, nome che non ci interessa conoscere. Drake e Mirra procedono per osmosi, senza mai smettere di ascoltarsi, e non è solo questione di cambi ritmici o timbrici, ma di reciproco stimolo creativo.


Nei momenti in cui sono riuscita a rimanere attenta per fare il mio dovere di “cronista” della musica, e analizzare razionalmente cosa accadeva, ho ascoltato ad esempio che a una piccola cellula melodica reiterata in modo ipnotico nel vibrafono, corrispondevano infinite variazioni poliritmiche della batteria. A un incalzare in crescendo del vibrafono a volte si accompagnava un minimalismo della batteria. Al contrario in alcuni momenti lo spessore sonoro aumentava in contemporanea e improvvisamente scemava per poi sdoppiarsi, ovvero in ogni momento poteva succedere qualsiasi cosa.
E questo non per una sciatta casualità, ma per rispondere anzi a una legge impellente, quella dell’ ascolto istintivo reciproco.

Drake canta, con il suo strumento, scegliendo di volta in volta di far prevalere i tom, le pelli, o i ride, nei momenti più “onirici”. E canta anche con la sua voce, forte e benaugurante. Mirra fluttua tra l’essere marcatamente melodico e/o armonico in senso precipuamente tonale, e destrutturante e atonale nei momenti più “immateriali”. Ma può anche accadere di abbandonare il pentagramma in episodi vulcanici, terrestri, percussivi. Timbri scuri possono essere soffi d’aria, note acute spade potentissime.

Ancora una volta, emerge quanto la padronanza tecnica dello strumento possa dar vita a due tipi di musicisti: quelli bravissimi, ma essenzialmente ottimi acrobati, e quelli che la loro maestria la utilizzano per riuscire a volare oltre le convenzioni.

L’acustica del Teatro Olimpico porta entrambi a dover tener conto del lungo perdurare di eco e armonici a ogni suono e battito: semplicemente questo perdurare viene accolto e sfruttato per diventare parte della musica che via via si concretizza.

La cronistoria di questo concerto potrebbe andare avanti ancora per molto, in virtù di tutto ciò che è accaduto sul palco. Invece termina qui con una piccola considerazione: il Jazz, inteso come creatività, improvvisazione, composizione estemporanea, è vivo perché ci sono musicisti che come Mirra e Drake osano, vanno oltre, e non ripropongono uno schema, vetrificato, che molti chiamano, impropriamente, Jazz.

Duo Mirabassi – Zanchini al Torrione – Ferrara

Un concerto straordinario in uno dei club più belli d’ Italia. E in totale sicurezza.

Tutte le foto sono di DANIELA CREVENA

Torrione Jazz ClubFerrara in Jazz

Ferrara, 3 ottobre 2020
Ore 2230

Gabriele Mirabassi: clarinetto
Simone Zanchini: fisarmonica

Ci siamo mosse rispettivamente da Roma e da Bergamo per andare ad ascoltare questi due musicisti che non avevamo ancora mai visto suonare insieme: ci siamo viste a metà strada, e la metà strada era al Torrione. Un club bellissimo che molti di voi conosceranno, e sul quale vale la pena spendere due parole, dato il periodo particolare di emergenza sanitaria dovuto al Covid.
Si parla di chiusure anticipate dei locali, ma in questo caso, ad esempio, si andrebbe a intaccare la perfezione in fatto di sicurezza.
Due set previsti, uno alle 2030, uno alle 2230. All’entrata misurazione della febbre, compilazione di moduli anagrafici, disinfezione obbligatoria delle mani. Posti a sedere rigorosamente distanziati. Mascherina durante il concerto. Ingressi contingentati.
La divisione in due set (impegnativa, di certo, per i musicisti, che alla fine del secondo set si sono comprensibilmente sottratti al bis), e dunque la chiusura del locale alle 0030, permette di assistere agli eventi in sicurezza, distanziati, consente al locale e ai musicisti di poter lavorare nonostante l’emergenza, e a noi pubblico di continuare a vivere quasi normalmente senza rinunciare alla musica.
Locali virtuosi come questo speriamo servano da esempio invece che cadere sotto potenziali mannaie tritatutto.
Fatta questa premessa, ecco il nostro racconto in parole e immagini di una serata di bellissima musica in una location davvero suggestiva.

Il concerto comincia con piccoli richiami reciproci, veri e propri frammenti di suoni, che dopo poco si concretizzano in uno scambio domanda e risposta: la fisarmonica di Zanchini imbastisce un ritmo di danza, quasi una tarantella, il clarinetto risponde, fino a quando i due si intrecciano in maniera sempre più serrata: il susseguirsi di domanda e risposta diventa un flusso continuo, nel quale il clarinetto delinea la melodia mentre la fisarmonica per un po’ svolge una funzione armonico ritmica intensa. Tutto avviene mentre si avvicendano dinamiche anche repentine dal pianissimo al forte, e cambi di tonalità che si avvicendano fluidi, quasi leggiadri.

Le frasi si concludono a volte in maniera decisa, dando il via a episodi completamente diversi: ma, ad un ascolto attento, il materiale armonico, melodico, ritmico ha sempre una continuità preziosa. Nulla si perde. E’ una sorta di carosello circolare, ma con varianti di ogni genere: timbriche, di accenti, di dinamiche.
I lunghi glissando del clarinetto si appoggiano sulla forza intensa, regolare, ricca della fisarmonica. La fusione è perfetta. E quando la fisarmonica rimane da sola, è a questa che spetta l’introduzione di un altro tema melodico, fino a ritrarsi rimanendo in un pianissimo di sottofondo.

Su quel volume sommesso entra il clarinetto, si torna alla struttura domanda e risposta, si torna alla danza , Mirabassi e Zanchini improvvisano, si imitano, si suggeriscono, tornano al tema iniziale.
Zanchini rimane da solo, percussivo, e anche melodico, capace di guizzi armonici dapprima graffianti che si tramutano gradualmente in veri abbracci sonori, morbidi e avvolgenti.
Poi il volume si abbassa di nuovo, e rientra in scena il clarinetto di Mirabassi in unisono con la fisarmonica.

Un lungo brano, dunque, travolgente, ricco di spunti, che a poterlo risentire più volte lascerebbe stupiti per la varietà notevole di colori, suggestioni, punti di partenza e di arrivo.

Il concerto continua con una introduzione del clarinetto solo, che vibra quasi silenzioso sul registro grave dello strumento, un vibrare che a un certo punto riesce a divenire quasi un bicordo. Ed è sempre quasi sommessamente che arriva la fisarmonica, arricchita da effetti elettronici che la fanno percepire come un’eco lontana.
E’ Mirabassi che su questo substrato così lieve presenta un tema melodico struggente. Struggente e perfetto, anzi struggente perché generato da un suono perfetto, puro, lontano, e quel suono perfetto arriva anche poco dopo, quando Zanchini rimane solo e canta la Romagna, le feste di paese, e quel poco di elettronica e di eco dà a tutto il sapore di un racconto antico, di un ricordo distante.

Su una progressione armonica familiare, e che per questo culla chi ascolta , vengono scolpiti sorprendenti temi nuovi, e anche suoni inaspettati, come il fischio della fisarmonica che si aggroviglia con il clarinetto, che dal canto suo non fa altro che sottolineare, attraverso poche note, soltanto le note cardine degli accordi, permettendo al nostro orecchio di avere costantemente un punto di riferimento che non faccia perdere l’orientamento e ci leghi a quella sequenza rassicurante.

Pippo, brano di Zanchini, comincia con un gioco tra fisarmonica e clarinetto, ancora una volta in forma di domanda e risposta, fino a quando una di quelle frasi diventa uno sfondo continuo tenuto da Zanchini, mentre il clarinetto insiste su progressioni cromatiche ascendenti. Il tutto si intensifica, l’ostinato di fisarmonica diventa vorticoso e lo spessore e il volume diventano importanti. Quando rientra il clarinetto i due si assestano ancora su un unisono, un unisono particolare.
I suoni della fisarmonica e del clarinetto, sono simili e differenti. Sono frutto dell’aria che li produce, entrambi, ma questo timbro a volte anche sottilmente diverso (specie nei toni acuti, o gravi) rende l’esperienza dell’ ascolto irresistibilmente attraente. Attraente è proprio la percezione di un unico suono con qualcosa di leggermente dissimile, specialmente durante gli unisoni.
Due strumenti diversi ma simili ma anche due musicisti diversi tra loro che riescono a trovare un modo di esprimersi comune. E il lato comune non è certo il virtuosismo, innegabile, di entrambi, ma la sensibilità sonora raffinatissima, in cui i particolari sono importanti e vengono valorizzati non avendo, come fine ultimo, quel virtuosismo.

Il bellissimo racconto di Mirabassi del suo viaggio notturno attraverso le dune di Jericoacoara, in un buio profondo, descritto come esperienza rivelatrice del potere taumaturgico della musica nel guarire la solitudine, è suggestivo, e fa comprendere quanto per i musicisti, e per chi ama la musica, sia stato duro il lungo periodo di silenzio dovuto all’emergenza sanitaria.
E’ un racconto liberatorio, e non a caso, forse, l’ultimo brano in scaletta esplode di allegria, energia, e festeggia la ritrovata possibilità di poter suonare e ascoltare la musica dal vivo.

Noi abbiamo assistito al secondo set. Zanchini e Mirabassi hanno suonato a lungo, generosamente, nonostante avessero sulle spalle un concerto altrettanto impegnativo e nel quale di certo non si fossero risparmiati.
Con la loro energia abbiamo ritrovato la nostra stessa energia. L’augurio è che in club come il Torrione e con musicisti così appassionati si possa ritrovare, anche in tempi difficili, l’allegria, e l’intensità del vivere insieme la musica, che è essenziale proprio in periodi difficili come quello che stiamo vivendo.