Firenze Jazz Festival: Danilo Gallo – Dark Dry Tears

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Le foto sono di Giorgio Violino, ad eccezione quella che ritrae Danilo Gallo da solo, tratta dalla pagina fb del Firenze Jazz Festival.

Firenze Jazz Festival 2021Danilo Gallo Dark Dry Tears

Firenze, Villa Strozzi, Anfiteatro
9 settembre 2021 ore 21:30
Danilo Gallo, basso elettrico
Francesco Bearzatti, sax tenore e clarinetto
Francesco Bigoni, sax tenore e clarinetto
Jim Black, batteria

Hide, Show Yourself è il secondo disco di questo gruppo, che segue il primo Thinking Beats When Mind Dies, entrambi editi da Parco della Musica Records, ed è stato presentato durante un suggestivo, spiazzante, bellissimo concerto.
Va detto per precisione di cronaca che nel disco Hide, Show Yourself uno dei due sax è suonato da Massimiliano Milesi, sostituito qui a Firenze da Francesco Bearzatti, presente invece nel disco Thinking Beats When Mind Dies.

L’assoluta originalità della musica di Danilo Gallo è racchiusa nella irripetibilità delle atmosfere, dei contesti, delle riflessioni (razionali e/od oniriche) che la sua musica evoca, e non certo perché il suo fine sia stupire: ma perché questo quartetto di straordinari musicisti suonano per un’urgenza espressiva, libera, reciproca, e che emerge anche nelle sezioni del progetto obbligate, di musica scritta, che si affiancano all’improvvisazione pura.
Straordinari, dunque, non va inteso come aggettivo lusingatore da recensione entusiastica, ma in senso letterale: ” straordinàrio agg. [dal lat. extraordinarius, comp. di extra «fuori» e ordo -dĭnis «ordine» (cfr. ordinarius «ordinario»)]. – 1.a. Non ordinario, che esce dall’ordinario, dal solito, dal normale o dal comune “. (Treccani).

E fuori dal comune è il clima sonoro già dalle prime battute iniziali del brano iniziale, Demolition, in cui il basso elettrico di Gallo reitera, solenne, una frase ipnotica, assecondato dalla batteria di Black. I due sax entrano in gioco introducendo un altro tema, e l’atmosfera complessiva dell’ordito è intensa, scura, densa. Gli incroci tra i sassofoni si intensificano fino al momento in cui il basso rimane solo con i respiri (perché di respiri si tratta, non di battiti) della batteria. Quell’ostinato diventa la base, la pulsazione su cui il sassofono di Bigoni (i suoi fraseggi sono sempre inaspettati, freschi) ricama un assolo avvincente, e al quale si unisce l’altro sax di Bearzatti, che non smette mai di stupire per personalità, intento, colore.

Straordinario è come l’intreccio di frasi obbligate sia la sorgente di una libertà espressiva totale: sono continue pulsazioni vitali che permettono il dipanarsi della creatività di quattro musicisti creativi anche nei silenzi: silenzi che non sono altro che inspirazione e espirazione, di respiri sonori vitali magari impercettibili, ma che non si interrompono mai.

Questa sensazione permane quando parte The Tree and the Water, con i due clarinetti che introducono, a due voci, a una sesta di distanza, il tema iniziale: dolce, attraente, con un intervallo cromatico ascendente anticipato dalla voce bassa sul tempo pari , raggiunto subito dopo dal secondo clarinetto. Già in questo piccolo episodio vi è un rincorrersi e un unirsi che è il segno del successivo, graduale, intensificarsi e convergere di frasi, suoni, armonizzazioni estemporanee tanto libere quanto naturali. Jim Black è una fonte inesauribile di idee, e suggestioni, anche melodiche.

Tanto convergenti sono quei suoni che ciò che si percepisce a un certo punto non è un quartetto, ma un unico organismo vivente di cui il basso elettrico è il cuore pulsante, la batteria la forza motrice dei passi, sassofono e clarinetto la voce.

A grida acutissime dei sax, ruvide di dissonanze si possono unire effetti graffianti del basso, basso che in altri casi (in Rubble Dust, ad esempio) si unisce, all’unisono con il sax di Bearzatti, a battere pesantemente, implacabilmente ogni quarto della battuta. Il basso di Gallo può essere quasi una chitarra, la batteria di Black può essere il poetico raccordo tra un brano e l’altro.
Gli ostinati di basso, profondi, portati avanti strenuamente, possono essere ammalianti o volutamente disturbanti, sempre potentemente essenziali a un mondo sonoro complesso ma allo stesso tempo autentico, spontaneo. E in ogni brano esiste un centro melodico fortemente impressivo.

Foto tratta dalla pagina fb del Firenze Jazz Festival

Un concerto in cui nulla è stato mai uguale, o simile, a qualcosa di altro, o a sé stesso. E se, come spiega Danilo Gallo, il concept su cui il progetto è costruito è quello dell’ assurdità di erigere muri, il primo muro abbattuto è stato quello dei confini tra musica scritta e musica improvvisata. Ma anche quello del già ascoltato, in una continua sfumatura di mondi sonori.

41° Open Papyrus Jazz Festival Ivrea – The Last Coat of Pink

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41° Open Papyrus Jazz Festival IvreaThe Last Coat of Pink

Ivrea, Cortile Museo Garda, 4 settembre 2021, ore 21:30

Kathya West, voce

Danilo Gallo, contrabbasso

Alberto Dipace
, pianoforte

Parole Daniela Floris
Foto Carlo Mogavero

In questo blog abbiamo già parlato e fotografato questo Trio particolarissimo e la sua suggestiva e poetica rilettura dei Pink Floyd: li avevamo incontrati, io e Daniela Crevena, al Vicenza Jazz Festival, in luglio.
Qui all’ Open Papyrus Jazz Festival li ho inaspettatamente ritrovati.

Nessun concerto sincero è assolutamente uguale a sé stesso, quando va di nuovo in scena, mai.
Riascoltare The Last Coat of Pink dopo soli due mesi è stato emozionante e intenso, anche perché infinite sono le sfumature di un progetto che, come sottolineato in precedenza, è tutt’ altro che un tributo deferente e reverenziale a un gruppo entrato nella leggenda e nell’immaginario di molte generazioni.
Kathya West con la sua voce intensa ed espressiva, Alberto Dipace, con il suo tocco poetico essenziale e profondamente evocativo, Danilo Gallo, e il suo suono capace di ogni benefica sfumatura ma anche di ogni potente contrasto, hanno dimostrato anche qui a Ivrea che “c’è una musica che nasce dall’impulso espressivo di alcuni artisti a comunicare quanto, e come, e perché, quella musica di altri musicisti è stata importante per loro: da questo atto nasce altra musica, del tutto nuova e a un tempo forte della sua stessa storia.”

Cito me stessa dall’ articolo scritto a Vicenza perché le parole che poco tempo fa ho trovato sono quelle che sento vicine e rappresentative di ciò che The Last Coat of Pink significa per me, come musica, come progetto di tre artisti certamente non convenzionali. Nuova musica, che nasce da altra musica.

Metto il link dell’ articolo scritto a Vicenza che vi invito a rileggere se non lo avevate ancora fatto: The Last Coat of Pink – West, Dipace, Gallo svelano i loro Pink Floyd

Di seguito le foto di Carlo Mogavero, scattate a Ivrea.

The Last Coat of Pink – West, Dipace, Gallo svelano i loro Pink Floyd

A Vicenza Jazz, in un concerto intimo e coinvolgente

Vicenza Jazz 2021

Vicenza, 5 luglio 2021, Palazzo Chiericati, ore 19

The Last Coat of Pink


Kathya West, voce

Alberto Dipace, pianoforte

Danilo Gallo, contrabbasso

The Last Coat of Pink : West, Dipace, Gallo – svelano i loro Pink Floyd, rivelandoci durante un concerto intenso, intimo, vibrante, che le possibilità della musica sono infinite.
C’è tutta la musica da comporre ancora, c’è musica di ogni genere che esiste già e fa parte della nostra vita, molta che non conosciamo che non ne fa parte, ma è lì, e magari prima o poi la conosceremo.
E c’è la musica che nasce dall’impulso espressivo di alcuni artisti a comunicare quanto, e come, e perché, quella musica di altri musicisti è stata importante per loro: da questo atto nasce altra musica, del tutto nuova e a un tempo forte della sua stessa storia.
I Pink Floyd di The Last Coat of Pink sono diversi dai Pink Floyd originari: ma sono autentici.

Is There Anybody Out There? apre il concerto, ed è il pianoforte ad introdurla con note accennate ed intense, che presto si fondono con la voce, dapprima quasi un soffio, fino al sopraggiungere del contrabbasso: l’atmosfera è rarefatta, ma intima. La voce di Kathya West è il perno, la guida su cui si avvinghiano i suoni, che via via prendono spessore: Danilo Gallo tratteggia ed enfatizza con l’arco, Alberto Dipace ricama accordi armonicamente sospesi, in una sequenza progressivamente più intensa ma sempre dolce, introspettiva.

Quando l’arco scompare, il contrabbasso dona vere e proprie pulsazioni tonali, vitali ad un sistema sonoro che appare perfetto: come si diceva, unico, animato di vita propria, un organismo nuovo, non un clone né una copia. Nuova musica.

I temi dei brani non sono mai stravolti, perché non sono mai uno scaltro spunto iniziale di cui abusare frettolosamente e gettare via dopo aver attirato l’attenzione di chi ascolta, come troppo spesso accade nei cosiddetti tributi.
Il tema, invece, viene curato amorevolmente e fluisce dalla voce, al contrabbasso, al pianoforte, e così facendo diventa via via cangiante, ma rimane il tema che è il motivo espressivo, sorgente e foce, di quella musica: nuova, incredibilmente, proprio perché nata dall’emozione del tutto unica che ha ispirato nei tre musicisti, e dalla quale nasce altra musica.

Come in Wish you Were Here, ad esempio (clicca per ascoltare il brano tratto dall’album)

L’atmosfera è quella di una rilettura calda, intima, quasi privata, è il rock trasfigurato nella sua essenza emozionale, che rimane potente e vigoroso per le capacità espressive della voce di Kathya West, capace di sussurrare ma anche drammaticamente gridare e invocare, del pianoforte di Alberto Dipace, capace di piccoli accordi suggestivi accennati e di momenti percussivi e a pieno volume, di Danilo Gallo, che suona il contrabbasso disvelandone infinite potenzialità espressive, da ultraterrene a sensuali.

Si esce da Palazzo Chiericati con la confortante sensazione di essersi arricchiti di un nuovo, intenso, affascinante sguardo su musica che pensavamo inalterabile, se non a costo di una sua clonazione, o banalizzazione. E invece The Last Coat of Pink ci ha mostrato quanto sia viva e pulsante quando la si affronti per motivi espressivi profondi.

Intervista podcast a Pasquale Innarella

Di Daniela Floris, con le foto di Adriano Bellucci

Un click sul link, per ascoltare la chiacchierata di Pasquale Innarella con Daniela Floris, avvenuta il 3 ottobre 2019, durante il Garbatella Jazz Festival!

Un’ intervista casereccia, on the road, in cui questo grande sassofonista ci racconta di sé e della sua musica. I suoi due cd in uscita, Go_Dex Quartet e Ayler’s Mood – Combat Joy, la sua amata Rustica X Band, la sua poetica, i locali alternativi di Roma dove fare e ascoltare musica e naturalmente il Festival Garbatella Jazz che lo ha visto direttore artistico.
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