Salvador Sobral- Correggio Jazz “Reloaded” – Crossroads 2020


Correggio, Cortile del Palazzo dei Principi, ore 20:30

Salvador Sobral, voce

Max Agnas, pianoforte

Andrè Rosinha, contrabbasso

Bruno Pedroso, batteria

Le foto sono amatoriali, tutte scattate con il cellulare da mia figlia Marianna.

Come molti, ho conosciuto Salvador Sobral guardando in tv  l’ Eurovision Song Contest 2017, che vinse con una canzone molto bella scritta per lui dalla sorella Luisa, Amar Pelos Dois: un pezzo inusuale per quel contesto, armonicamente interessante, con un arrangiamento curatissimo e avvolgente, e una voce che mi è parsa bellissima.

Mi sono ripromessa di ascoltarlo appena possibile dal vivo, e ho trovato come complice mia figlia. Saltato il concerto che era previsto a maggio all’Auditorium di Roma Ci siamo prenotate per quello del 1 agosto a Correggio Jazz.

Fa molto caldo,  ma il cortile del Palazzo dei Principi, nel rispetto dei distanziamenti, è pieno.
Sobral arriva sul palco e intona, lontano dal microfono, da solo, Cerca del Mar, e, dico da subito, ha una voce meravigliosa, che risuona morbida, ricca di armonici, dal timbro particolare. E questo suo strumento Sobral lo padroneggia alla perfezione, sentendosene al tempo stesso evidentemente appagato, traendone gioia. Ed è questo abbandonarsi gioiosamente al cantare che impedisce di percepire una voce così vicina alla perfezione come un mero prodotto di studio di una tecnica ferrea.


Quando arriva il pianoforte, seguito a ruota da contrabbasso e batteria, l’atmosfera si delinea. Non è neanche interessante definirne il genere: ascoltiamo canzoni dall’impianto armonico non banale, dalle melodie orecchiabili ma non scontate, qualche standard.

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Il trio percorre con naturalezza il jazz, il latin, il pop, il fado, e non si limita ad accompagnare e valorizzare il cantante. Sono diversi i momenti in cui si apprezzano idee estemporanee, improvvisazione. La presentazione dei temi è sempre di impatto, e si può dire in più di un’occasione la voce è uno dei quattro strumenti sul palco: i momenti corali sono quelli in cui maggiormente si apprezzano le dinamiche, in alcuni momenti davvero incantevoli. Lo scambio, l’interplay, sono quelli che siamo abituati ad ascoltare durante i concerti di Jazz.
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Ela disse-me assim, ad esempio, è introdotta da un assolo di contrabbasso intenso, che prelude alla voce duttile, morbida, poetica di Sobral. La canzone è un piccolo gioiello, melodicamente e armonicamente, e il sapiente uso delle dinamiche la rende quasi sognante, e sì, emozionante. Sobral nei pianissimo è prodigioso, se toglie volume aumenta però di intensità, e in questo è del tutto in sintonia con i tre musicisti che si intrecciano in un suono complessivo sì molto equilibrato, ma anche molto intenso, caldo, mai uguale a sé stesso.
Canzoni francesi, portoghesi, brasiliane, sono tutte passate al filtro caleidoscopico di una voce particolare, vellutata, tanto potente (ma mai sguaiata) quanto dolce e vellutata (ma mai esile o sdolcinata). Un voce che percorre ogni passaggio armonico, occupa e abbellisce quelle che dovrebbero essere i respiri dei fraseggi. Sobral sceglie di  tacere quando passa il testimone al trio per lunghi episodi strumentali:  ma quando riprende a cantare lo fa in un flusso continuo di affascinanti circonvoluzioni che avviluppano chi ascolta.

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L’equilibrio è proprio nel bilanciamento tra voce e strumenti, per cui a una personalità di interprete così spiccata corrisponde un gruppo che crea, interagisce, costruisce, improvvisa, e di certo non scompare.

Sobral dialoga fruttuosamente con il pianoforte di Max Agnas, pianista fortemente da lui voluto dopo un casuale incontro e Jam session a Stoccolma, davvero notevole per tocco, fraseggi, deliziose piccole cascate di note disegnate con la mano destra, e armonizzazioni che davvero decidono il corso dei brani e quelle incursioni di cui parlavamo prima in vari mondi sonori.
Sul palco ci sa stare, è disinvolto, gioca, si diverte, chiacchiera, fa battute, è simpatico, spiega i brani, racconta come ha conosciuto i suoi musicisti, entra nel pianoforte e ci canta, balla, sorride, si emoziona.

La conclusione del concerto vede Sobral al pianoforte, in una medley che contiene il brano da cui, almeno per me, è nato tutto, quello dell’ Eurovision Song Contest, Amar Pelos Dois, che viene accennato inizialmente quasi in chiave ironica – quasi come se lo stesso Sobral la considerasse un piccolo tormentone, ma anche una suggestiva Caro amico ti scrivo, omaggio a Bologna e a Lucio Dalla, la cui musica ha conosciuto durante un Erasmus in Spagna dopo l’incontro con uno studente, poi diventato grande amico, italiano. E l’omaggio è parso sincero, e ascoltarlo è stato bello.

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Quasi stupito di essere conosciuto qui in Italia, Salvador Sobral ha parlato, in italiano, durante tutto il concerto, in maniera piacevole, spontanea, e il pubblico ha risposto con naturalezza alle richieste di interazione, cantando e anche ballando.
Notevole interprete, poetico, divertente, coinvolgente. Un concerto, se potete, che vi consiglio, anzi vi consigliamo di andare ad ascoltare, e guardare.

 

 

ZORRO – Francesco Bearzatti Tinissima Quartet

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Tutte le foto sono di Carlo Mogavero

CROSSROADS –  JAZZ E ALTRO IN EMILIA ROMAGNA, 21′ EDIZIONE 2020 

CASSERO TEATRO COMUNALE – CASTEL SAN PIETRO TERME
29 luglio 2020, ore 21:15

Francesco Bearzatti Tinissima Quartet

Francesco Bearzatti: sax , clarinetto, flauto indiano
Giovanni Falzone: tromba
Danilo Gallo: basso elettrico, effetti a pedale
Zeno De Rossi: batteria 


Questo è il primissimo concerto dopo la chiusura dovuta al Coronavirus alla quale ho assistito dal vivo, spostandomi di casa, anzi, appositamente di città, ed è per questo concerto che ricomincio a scrivere dopo mesi e mesi di inattività e di musica vista e ascoltata attraverso dirette, sessioni zoom, videoparty. Ed è anche tra i primi concerti cui ha assistito, e che ha fotografato dopo mesi, Carlo Mogavero, in questo caso disciplinatamente fermo silenzioso e seduto alla poltrona a lui assegnata, in rispetto delle severissime norme anti-covid. 
Abbiamo preso posto quasi increduli. 
Zorro, (ultimo cd del quartetto, edito da Cam Jazz, uscita prevista in autunno)  lo dico da subito, è stato il concerto perfetto da cui ricominciare.  Per il concept, cinematografico ed evocativo di avventure lontane, eppure così familiari persino per i ragazzini di oggi. E anche perchè i Tinissima continuano ad essere, divertenti, energici, creativi, affiatati. 

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Il progetto è raccontato da Francesco Bearzatti, che presenta i brani, spiegandone i titoli e la storia. E tutto il concerto è un racconto in musica: le poche parole servono ad orientarsi, ma in realtà è la musica a tracciare un vero e proprio film sonoro, in cui chi assiste ha il privilegio di poter fantasticare, a suo modo e secondo la propria immaginazione,  su episodi, personaggi, vicende, affrescati dagli stessi musicisti. Le immagini evocate a chi ora vi scrive, ovvero io, possono differire da immagini evocate ad altri o anche da quelle che si prefiggevano i musicisti, ed è  il valore aggiunto di questo concerto, la sua caratteristica più bella. Chi ascolta è il regista e lo sceneggiatore del proprio film immaginato. Qui di seguito leggerete il mio film, evocato da Tinissima quartet. 

PERSONAGGI, LOCATIONS, SITUAZIONI

Zorro, il protagonista, ha un suo tema personale molto connotato, che infatti ritroveremo alla fine, con diverso arrangiamento, in “El triunfio de Zorro“. Il nostro paladino della giustizia è presentato a voci spiegate dal sax di Bearzatti e dalla tromba di Falzone, ai quali si uniscono quasi subito, dopo una breve intro, il basso di Danilo Gallo e la batteria di Zeno De Rossi, che definiscono una vera e propria location western nel quale il protagonista e gli altri personaggi agiscono.

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In un film però le location cambiano. E la Terra India è quella terra tradizionale, tribale, che esisteva ben prima della colonizzazione, l’altro lato percepito del paesaggio in cui si muove il nostro eroe. E questo paesaggio viene cinematograficamente evocato
dal flauto indiano di Bearzatti e dai mallets sui tamburi e dalle conchiglie di De Rossi.
La ricerca timbrica è una delle caratteristiche di questo progetto, alla quale tutti e quattro i musicisti concorrono, in maniera sinergica, paritaria.

El regreso, il ritorno di Zorro nel suo paese, comincia con il fischio di Zeno De Rossi, che anticipa il primo tema poi sviluppato da tromba e sax. Segue un secondo tema melodico, molto messicano, e i due temi si alternano, tra loro, in un continuo procedere a due voci e atterraggi in unisono. Su ognuno dei due episodi melodici Bearzatti e Falzone improvvisano.  I due possono contare sul basso  granitico, strenuo, eppure mai prevedibile di Danilo Gallo, che garantisce una funzione ritmica potente, arricchita da dinamiche e anche varianti timbriche spesso  in inusuale (e voluto) contrasto proprio con l’andamento solo apparentemente prevedibile dei suoi riff ostinati. 

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In Algo Mal  (Qualcosa non va, in spagnolo, a simboleggiare un momento di consapevolezza e di dolorosa riflessione di Don Diego De La Vega) l’assolo di sax di Bearzatti è dolente, e sfuma dal grido iniziale in una piccola e malinconica melodia. Le note gravi sono pastose, quelle acute taglienti.
E la tromba, che dopo un po’ vi si intreccia, ha il suo timbro inconfondibile, ma riesce anche allo stesso tempo a fondersi con il sax in un’unica voce nell’intento complessivo: cosa non facile, non scontata, per un musicista dalla personalità musicale spiccata come Falzone.  

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Insieme il quartetto arriva infine a una specie di marcia funebre disperata, dal volume altissimo, dall’intensità tangibile, anche per l’apporto drammatico, destrutturante della batteria di De Rossi. 

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Si ricomincia, come in uno squarcio di luce dopo una tempesta, con un dialogo tra il sax e il basso, in cui il pianissimo è intenso e profondo, mai esile, e che si inspessisce poco dopo con la voce della tromba. 
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Con Bernardo e Sergente Garcia il quartetto si appresta a caratterizzare i personaggi in musica. Come non riconoscere, ad esempio, il Sergente dal suo incedere pesante, affaticato  e spaccone? Gallo, al basso, ne ricostruisce il passo, complice la batteria di De Rossi. Bearzatti e Falzone, rispettivamente al sax e alla tromba, ne fanno immaginare il respiro in un crescendo irresistibile. Conclude la tromba con sordina di Falzone, che canta note lunghe ricche di dinamica, fungendo da raccordo con il brano seguente.

Ed è la volta di Lolita, la ragazza perdutamente innamorata di Zorro. Il basso introduce un riff sospeso, accattivante, a loop. Bearzatti entra con un secondo piccolo tema al clarinetto, in controcanto, tutto racchiuso in una terza maggiore.
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Queste due piccole melodie si incrociano, passano da uno all’altro per poi arrivare, in unisono, al tema finale della tromba. L’atmosfera è intima, delicata. 
Ed è il basso di Danilo Gallo, con un assolo struggente, chitarristico, appassionato, a chiudere uno degli episodi più intensi del concerto. 

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Fulmine, il destriero di Zorro,  viene inizialmente presentato (ribadisco, nel mio personalissimo film) nella sua potenza fisica, durante gli istanti prima della partenza, con note ribattute del basso e la batteria quasi tutta nei ride, e con incursioni di tromba e sassofono. La partenza arriva in un secondo momento, complice il cambio di registro della batteria (stavolta quasi onomatopeica, in una sfrenata corsa al galoppo) e al basso che si scioglie in un riff potente e propulsivo. Tromba e sassofono corrono anch’essi e il potente e fedele cavallo in corsa è lì, e non bisogna far altro che guardarlo sfrecciare davanti ai nostri occhi, verso il trionfo finale.

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E’ proprio El triunfio De Zorro il pezzo di chiusura: una variante un po’ funky un po’ rock un po’ deliziosamente sbruffona e divertente del tema assegnato al nostro eroe. Un po’ più che una sigla di coda. 

Francesco Bearzatti Tinissima Quartet è un gruppo a quattro ruote motrici: non una cosa da poco. Quattro voci potenti e un fine espressivo/descrittivo talmente efficace che, come si diceva più su, permette a chi assiste a questo concerto di vedere un film immaginario solo ascoltando.  E’ consigliabile andarli ad ascoltare dal vivo, dopo tanti mesi asfittici a casa a vedere concerti in monitor sezionati in tanti quadratini quanti i componenti di gruppi, orchestre e persino cori di cento elementi. 

Il bis è “Mandi Friul”, primo brano registrato dai Tinissima, nel disco dedicato a Tina Modotti. E il pubblico applaudendo mostra di conoscere bene e amare un gruppo oramai solido, affiatato, rodato e a un tempo divertente e impegnato. 

Mirtifante goes to la Tesoriera to attend the Night Dreamers’show – Parte seconda

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Parte 2 – ove Mirtifante beve numerose birre con gli amici, ascolta sprazzichi di concerto, osserva il pubblico come fosse un novello Lombroso e torna a casa felice

Ordunque, presentativi il luogo (la Tesoriera col porcaro), il quando (martedì 22 luglio) il chi (io e i miei amici rocchettari) il cosa (il concerto dei Night Dreamers) rimarrebbe da raccontare il perché, ma è tema – in questo periodo della mia vita – di grande difficoltà.

La ragione è presto detta: mentre a casa quando ascolto un disco riesco ad avere una attenzione quasi monastica (e la mia famiglia mi prende costantemente in giro perché divento veramente irraggiungibile, non mi accorgerei neanche se prendesse fuoco la casa), dal vivo nel corso degli anni mi sono sempre più appassionato al concerto come spaccato antropologico della società, e dunque vengo costantemente distratto.

Guardo le età delle persone, le facce, le espressioni, mi immagino le storie, il linguaggio non verbale con cui molti/e vogliono fare capire chi sono (o più spesso chi vorrebbero essere) con dettagli vari (vestiti, urletto “yeah” durante un assolo, orologio patacca finto d’oro, mocassini della Juve, e così via). Un ricco campionario di umanità che trovo sempre mirabolante, che purtroppo però spesso sposta l’attenzione dalla musica a qualsiasi altro elemento.

Non che sia orribile tout court: e del resto il jazz non nasce certo come musica da sala operatoria sterilizzata, ma anzi è ricco di storie di club fumosi e località quantomeno rumorose nella loro attività.

Prima di raccontarvi la scaletta del concerto (d’accordo essere distratti, ma fino a un certo punto) vi ricordo che i Night Dreamers hanno pubblicato un album chiamato “Techné” (per Alfa Music) lo scorso anno, tutto dedicato al mondo dell’automobile e delle sue suggestioni (siamo sempre a Torino, cari amici, patria della macchina, del cioccolato e del calcio).

http://www.ijm.it/component/music/display/847

Loro sono Simone Garino al sax, Emanuele Sartoris al pianoforte, Dario Scopesi al contrabbasso e Antonio Stizzoli alla batteria.

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Mi hanno chiesto esplicitamente di citare nel reportage le camicie modello “Magnum P.I” (abbaglianti come il sole delle Hawaii)  e le macchine modello “Flintstones” (scendi e vai a piedi) di Sartoris come metatesto subliminale del gruppo, che in effetti aggiungono colore all’insieme e creano un immaginario potente, come le uniformi di raso dei Beatles e la motocicletta di Bob Dylan.

La scaletta naturalmente ha previsto l’esecuzione del loro disco, ormai rodatissimo:

Le Mans

Campari El Negher

La Sorte e il Quadrifoglio

The Red Flying Alfa

Mirafiori

Via Fratelli Carle

6C 1750

10 km

L’ Eclair

Con in coda un omaggio a Ennio Morricone attraverso “The Ballad of Sacco & Vanzetti“: il risultato è stato un inusuale finale di concerto lieve e delicato.

Considerato che era il primo concerto post Covid, i Night Dreamers sono sempre una macchina da guerra musicale, rodata e oliata; dettaglio non secondario, sono piaciuti a tutto il pubblico presente, che non era quello classico del jazz club ma invece quello tipico del parco serale dopo tre mesi di chiusura totale, quindi con famiglie, bambini, vecchietti, passanti per caso, e così via.

Trovo particolarmente bello quando il jazz si “apre al mondo”, ed è quello che è successo in questo concerto; questo sicuramente grazie alla simpatica “follia” di chi ha organizzato il tutto, ma anche grazie all’attitudine (musicale e non) dei quattro Dreamers, che pur parlando un linguaggio musicale non semplice si fa capire da tutti, anche grazie alle immagini simboliche della storia dell’automobile.

Sempre in tema di automobile il caro amico Gianni (proprio mentre la musica spingeva su “The Red Flying Alfa”) ci raccontava della “Black Flying Ford”, ovvero di quella volta che, uscito dal matrimonio in cui era testimone dello sposo, tornando a casa è volato giù dalla carreggiata e, pur non essendosi fatto nulla, il gesto atletico ha innescato un simpatico tran tran di controlli, processi, ritiri patente, ore di volontariato per redimersi dai peccati, ecc. Mi è sembrato un finale perfetto per un concerto dedicato all’automobile, e credo anzi che la sincronicità sia sempre presente nella mia vita.

Da Torino (per ora) è tutto: a presto, un caro saluto

vostro affezionatissimo

Eugenio

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Alba Jazz 13 edizione: Rosario Bonaccorso quartet

A NEW HOME

Terza serata in piazza Michele Ferrero

Tutte le foto sono di DANIELA CREVENA

Alba Jazz 13 edizione
8 giugno 2019, piazza Michele Ferrero, ore 21:30
Rosario Bonaccorso 4tet – A New Home

Rosario Bonaccorso, contrabbasso
Enrico Zanisi, pianoforte
Fulvio Sigurtà, tromba
Alessandro Paternesi, batteria

Terza serata e un Jazz ancora diverso, dopo la fusion e la vecchia New Orleans qui ad Alba: sul palco Rosario Bonaccorso in quartetto per presentare il nuovo cd (Via Veneto Jazz) A New Home.

Con Enrico Zanisi al pianoforte, Fulvio Sigurtà alla tromba e flicorno e Alessandro Paternesi alla batteria il concerto si  inserisce in un ambito di Jazz melodico, fluido, con spazi aperti per l’improvvisazione. 
New Home è quasi un lavoro autobiografico, ogni brano è connotato da una dedica a persone importanti, o a eventi particolari, e Bonaccorso tiene a presentare quasi ogni brano prima di eseguirlo.
Così si comincia con Re e Ro, le iniziali di Rosario e Renata, sua compagna da venti anni, o Viva Lorenzo, dedicata al nipotino di un anno e mezzo, o Ciaramell, dedicato al produttore – amico Giandomenico Ciaramella, o Waltz for George Sand, dedicato alla celebre scrittrice che fu amante di Chopin, frutto di una conversazione con la moglie Renata.

Il concerto scorre piacevolmente  con brani dalla struttura armonica semplice e da temi melodici orecchiabili, base di partenza per l’improvvisazione libera dei musicisti, quasi sempre affidati alla tromba di Fulvio Sigurtà. A cambiare di volta in volta è l’incipit: può avvenire che siano a cominciare batteria e contrabbasso, come in Re and Ro. Oppure la intro è affidato al contrabbasso in solo– in realtà il contrabbasso di Bonaccorso oramai non suona mai da solo, ma sempre in duo con la voce di Bonaccorso! – come in Viva Lorenzo e Waltz for George Sand. O ancora, come in Ciaramell, è da subito la tromba ad entrare in scena, insieme alla batteria.

In ogni brano è grande lo spazio dedicato all’improvvisazione di ognuno, agli assoli. E dunque via libera alla creatività di Zanisi, ligio inizialmente al tema principale, che viene presto espanso con una grande varietà di suggestioni, da quelle contrappuntistiche al Jazz più libero, via ai fraseggi intensi e al timbro sempre più  intenso e personale di Fulvio Sigurtà, via agli assoli energici di Alessandro Paternesi e alle melodie cantate con il contrabbasso di Rosario Bonaccorso.
In alcuni momenti l’improvvisazione è corale.

L’ impatto su chi vi scrive

Un concerto piacevole,  rilassato,  scorrevole, già a partire dal tipo di brani – tutti originali –  che evidentemente rispecchiano lo stato d’animo di un musicista che sente di aver raggiunto una benefica consapevolezza, di definita compiutezza  non solo musicale. Questo senso di appagamento interiore del leader, fonte di energia positiva, è arricchito dall’apporto creativo di musicisti di calibro quali Zanisi, sempre più bravo al pianoforte, estroso, vitale; Sigurtà, capace di accendere con la sua tromba anche le cellule melodiche più minimali; e Paternesi, energico e inarrestabile fornitore di impulsi ritmici decisivi.

Qui di seguito le foto che DANIELA CREVENA ha scattato al sound check

Alba Jazz 13 edizione: Fabrizio Bosso e Mauro Ottolini STORYVILLE STORY

Seconda serata in piazza Michele Ferrero

Le foto sono di DANIELA CREVENA

Alba Jazz 2019
7 giugno 2019, piazza Michele Ferrero, ore 21:30
Fabrizio Bosso e Mauro Ottolini – Storyville Story

Fabrizio Bosso, tromba
Mauro Ottolini, trombone
Vanessa Tagliabue Yorke, voce
Paolo Birro, pianoforte
Riccardo Di Vinci, contrabbasso
Paolo Mappa, batteria

Questo report comincia dal centro del concerto, per la precisione dall’ ottavo brano. Paolo Birro, pianista, suona da solo sul palco.
Paolo Birro è un fuoriclasse del pianoforte: l’ho ascoltato più volte suonare in contesti di organici piuttosto poderosi, come la Lydian Sound Orchestra diretta da Riccardo Brazzale, o come in questo caso nelle band di Mauro Ottolini: il suo apporto, per creatività, padronanza dello strumento, tocco, mi è sempre parso determinante, originale, così come mi sono apparsi notevolissimi i suoi assoli.
In stile: siamo in un contesto di ricostruzione storica del Jazz della New Orleans dei primi anni del 900, quasi musica classica, se vogliamo – con tutto che l’improvvisazione, anche se in stile, rimane comunque improvvisazione, composizione estemporanea.
Dinamiche perfette, congrue,ad un periodo storico preciso del jazz: ma tali dinamiche (i passaggi dal piano al forte, gli accenti, le intenzioni, per essere più chiari) nella loro essere ineccepibili, hanno personalità, non sono scontate, non te le aspetti. E poi il tocco, che nel pianoforte è tanto importante poiché aspetto caratterizzante di ogni pianista da un certo livello in su, così importante da aver meritato delle vere e proprie classificazioni che ne prevedono una gamma dal duro e metallico all’impressionista (semplificando, non me ne vogliano i puristi), e che in Paolo Birro è particolare: potente, ma garbato, poetico ma rigoroso, ricco, in questo caso unito ad una tecnica ferrea non importante in sé stessa ma poiché  asservita ad una espressività particolarmente intensa.

Insomma un musicista notevole, da ascoltare con attenzione, senza lasciarsi sfuggire nulla del suo suonare .

Storyville Story, questo è il nome del progetto di Mauro Ottolini con Fabrizio Bosso, è, come accennato, un salto nel Jazz della New Orleans dei primi anni del Novecento. Mauro Ottolini ha recuperato brani noti, e meno noti, alcuni quasi dimenticati, ri -arrangiandoli per  quintetto + voce.
Un  vero e proprio spettacolo musicale, che parte subito con grande energia, tenuto conto anche che sul palco ci sono musicisti che con i loro strumenti sanno fare davvero di tutto, e possono permettersi di replicare alla perfezione uno stile così connotato, nonostante ognuno abbia il proprio personalissimo modo di fare musica.

Il primo brano è in quintetto e delinea l’atmosfera e la struttura voluta da Ottolini in questo particolare contesto. Presentazione del tema ad opera di tromba e trombone, che procedono insieme sdoppiandosi tra unisoni e due voci, struttura armonica tradizionale tutelata con perseveranza senza digressioni– come è giusto che sia in ambito di ricostruzione esatta di uno stile del passato – improvvisazione libera nel senso di non scritta, ma rigorosamente nei canoni di un Jazz che ovviamente  ancora non aveva conosciuto nemmeno il bebop.


Al secondo brano entra in scena la potente voce di Vanessa Tagliabue Yorke, cantante che da sempre non cura solo lo studio della voce, ma anche, in ogni particolare, le movenze, la presenza scenica, ogni piccolo gesto abbinato ad ogni nota emessa. La sua vocalità è vigorosa e si intreccia con le possenti voci di tromba e trombone dei due fuoriclasse Bosso e Ottolini.
La semantica dell’atmosfera di New Orleans è riprodotta fedelmente da Bosso e Ottolini, che danno fondo ad un vasto repertorio di suoni  da virtuosi quali sono (gridi, glissando, barriti, fraseggi, dinamiche a contrasto).
Con loro la batteria di Paolo Mappa, stilisticamente impeccabile, il contrabbasso intenso e rigoroso di Riccardo Di Vinci, che detiene l’impalcatura strutturale di tutto, e il pianoforte di Paolo Birro, di cui si parlava all’inizio.

Tra un Nobody knows you e un St. Louis Blues il quintetto si dipana tra obbligati perfettamente quadrati, assoli funambolici di Bosso e Ottolini, momenti poetici – le intro di Birro – , i virtuosismi vocali di Vanessa Tagliabue Yorke e un dialogo serrato tra musicisti che rende evidente il durissimo lavoro preparatorio a monte di uno spettacolo (non solo un concerto) che ha acceso una piazza via via sempre più gremita.

L’ impatto su chi vi scrive

Arrangiamenti inappuntabili, Mauro Ottolini istrionico e allo stesso tempo rigoroso, Fabrizio Bosso sempre più eclettico e tecnicamente sbalorditivo, Paolo Birro intenso e prezioso: con Vanessa Tagliabue Yorke, Riccardo Di Vinci e Paolo Mappa il risultato è un concerto/spettacolo divertente, scoppiettante, molto adatto ad uno spettacolo in piazza nel quale un pubblico vario – dai bambini di due in su – ha potuto assistere ad un pezzo di storia del Jazz. Magari la storia della musica la si potesse imparare, sempre così.
Qui di seguito gli scatti di Daniela Crevena durante il sound check!