Duo Mirabassi – Zanchini al Torrione – Ferrara

In evidenza

Un concerto straordinario in uno dei club più belli d’ Italia. E in totale sicurezza.

Tutte le foto sono di DANIELA CREVENA

Torrione Jazz ClubFerrara in Jazz

Ferrara, 3 ottobre 2020
Ore 2230

Gabriele Mirabassi: clarinetto
Simone Zanchini: fisarmonica

Ci siamo mosse rispettivamente da Roma e da Bergamo per andare ad ascoltare questi due musicisti che non avevamo ancora mai visto suonare insieme: ci siamo viste a metà strada, e la metà strada era al Torrione. Un club bellissimo che molti di voi conosceranno, e sul quale vale la pena spendere due parole, dato il periodo particolare di emergenza sanitaria dovuto al Covid.
Si parla di chiusure anticipate dei locali, ma in questo caso, ad esempio, si andrebbe a intaccare la perfezione in fatto di sicurezza.
Due set previsti, uno alle 2030, uno alle 2230. All’entrata misurazione della febbre, compilazione di moduli anagrafici, disinfezione obbligatoria delle mani. Posti a sedere rigorosamente distanziati. Mascherina durante il concerto. Ingressi contingentati.
La divisione in due set (impegnativa, di certo, per i musicisti, che alla fine del secondo set si sono comprensibilmente sottratti al bis), e dunque la chiusura del locale alle 0030, permette di assistere agli eventi in sicurezza, distanziati, consente al locale e ai musicisti di poter lavorare nonostante l’emergenza, e a noi pubblico di continuare a vivere quasi normalmente senza rinunciare alla musica.
Locali virtuosi come questo speriamo servano da esempio invece che cadere sotto potenziali mannaie tritatutto.
Fatta questa premessa, ecco il nostro racconto in parole e immagini di una serata di bellissima musica in una location davvero suggestiva.

Il concerto comincia con piccoli richiami reciproci, veri e propri frammenti di suoni, che dopo poco si concretizzano in uno scambio domanda e risposta: la fisarmonica di Zanchini imbastisce un ritmo di danza, quasi una tarantella, il clarinetto risponde, fino a quando i due si intrecciano in maniera sempre più serrata: il susseguirsi di domanda e risposta diventa un flusso continuo, nel quale il clarinetto delinea la melodia mentre la fisarmonica per un po’ svolge una funzione armonico ritmica intensa. Tutto avviene mentre si avvicendano dinamiche anche repentine dal pianissimo al forte, e cambi di tonalità che si avvicendano fluidi, quasi leggiadri.

Le frasi si concludono a volte in maniera decisa, dando il via a episodi completamente diversi: ma, ad un ascolto attento, il materiale armonico, melodico, ritmico ha sempre una continuità preziosa. Nulla si perde. E’ una sorta di carosello circolare, ma con varianti di ogni genere: timbriche, di accenti, di dinamiche.
I lunghi glissando del clarinetto si appoggiano sulla forza intensa, regolare, ricca della fisarmonica. La fusione è perfetta. E quando la fisarmonica rimane da sola, è a questa che spetta l’introduzione di un altro tema melodico, fino a ritrarsi rimanendo in un pianissimo di sottofondo.

Su quel volume sommesso entra il clarinetto, si torna alla struttura domanda e risposta, si torna alla danza , Mirabassi e Zanchini improvvisano, si imitano, si suggeriscono, tornano al tema iniziale.
Zanchini rimane da solo, percussivo, e anche melodico, capace di guizzi armonici dapprima graffianti che si tramutano gradualmente in veri abbracci sonori, morbidi e avvolgenti.
Poi il volume si abbassa di nuovo, e rientra in scena il clarinetto di Mirabassi in unisono con la fisarmonica.

Un lungo brano, dunque, travolgente, ricco di spunti, che a poterlo risentire più volte lascerebbe stupiti per la varietà notevole di colori, suggestioni, punti di partenza e di arrivo.

Il concerto continua con una introduzione del clarinetto solo, che vibra quasi silenzioso sul registro grave dello strumento, un vibrare che a un certo punto riesce a divenire quasi un bicordo. Ed è sempre quasi sommessamente che arriva la fisarmonica, arricchita da effetti elettronici che la fanno percepire come un’eco lontana.
E’ Mirabassi che su questo substrato così lieve presenta un tema melodico struggente. Struggente e perfetto, anzi struggente perché generato da un suono perfetto, puro, lontano, e quel suono perfetto arriva anche poco dopo, quando Zanchini rimane solo e canta la Romagna, le feste di paese, e quel poco di elettronica e di eco dà a tutto il sapore di un racconto antico, di un ricordo distante.

Su una progressione armonica familiare, e che per questo culla chi ascolta , vengono scolpiti sorprendenti temi nuovi, e anche suoni inaspettati, come il fischio della fisarmonica che si aggroviglia con il clarinetto, che dal canto suo non fa altro che sottolineare, attraverso poche note, soltanto le note cardine degli accordi, permettendo al nostro orecchio di avere costantemente un punto di riferimento che non faccia perdere l’orientamento e ci leghi a quella sequenza rassicurante.

Pippo, brano di Zanchini, comincia con un gioco tra fisarmonica e clarinetto, ancora una volta in forma di domanda e risposta, fino a quando una di quelle frasi diventa uno sfondo continuo tenuto da Zanchini, mentre il clarinetto insiste su progressioni cromatiche ascendenti. Il tutto si intensifica, l’ostinato di fisarmonica diventa vorticoso e lo spessore e il volume diventano importanti. Quando rientra il clarinetto i due si assestano ancora su un unisono, un unisono particolare.
I suoni della fisarmonica e del clarinetto, sono simili e differenti. Sono frutto dell’aria che li produce, entrambi, ma questo timbro a volte anche sottilmente diverso (specie nei toni acuti, o gravi) rende l’esperienza dell’ ascolto irresistibilmente attraente. Attraente è proprio la percezione di un unico suono con qualcosa di leggermente dissimile, specialmente durante gli unisoni.
Due strumenti diversi ma simili ma anche due musicisti diversi tra loro che riescono a trovare un modo di esprimersi comune. E il lato comune non è certo il virtuosismo, innegabile, di entrambi, ma la sensibilità sonora raffinatissima, in cui i particolari sono importanti e vengono valorizzati non avendo, come fine ultimo, quel virtuosismo.

Il bellissimo racconto di Mirabassi del suo viaggio notturno attraverso le dune di Jericoacoara, in un buio profondo, descritto come esperienza rivelatrice del potere taumaturgico della musica nel guarire la solitudine, è suggestivo, e fa comprendere quanto per i musicisti, e per chi ama la musica, sia stato duro il lungo periodo di silenzio dovuto all’emergenza sanitaria.
E’ un racconto liberatorio, e non a caso, forse, l’ultimo brano in scaletta esplode di allegria, energia, e festeggia la ritrovata possibilità di poter suonare e ascoltare la musica dal vivo.

Noi abbiamo assistito al secondo set. Zanchini e Mirabassi hanno suonato a lungo, generosamente, nonostante avessero sulle spalle un concerto altrettanto impegnativo e nel quale di certo non si fossero risparmiati.
Con la loro energia abbiamo ritrovato la nostra stessa energia. L’augurio è che in club come il Torrione e con musicisti così appassionati si possa ritrovare, anche in tempi difficili, l’allegria, e l’intensità del vivere insieme la musica, che è essenziale proprio in periodi difficili come quello che stiamo vivendo.

WOLAND: omaggio a Il Maestro e Margherita

Il Trio di Massimo Barbiero a Ivrea, per il Festival dell’Architettura: coda in musica per Open Papyrus Jazz Festival

Tutte le foto sono di CARLO MOGAVERO

Ivrea, 19 settembre

via Jervis 24, ore 21

Massimo Barbiero: batteria e percussioni
Eloisa Manera: violino e violino elettrico 5 corde
Emanuele Sartoris: pianoforte

Presentazione cd WOLAND – Omaggio a Il Maestro e Margherita

Il festival Open Papyrus, giunto alla 40esima edizione, si interseca con il Festival dell’Architettura, presentando un concerto che si svolge davanti all’ Ex Centro dei Servizi Sociali Olivetti, uno dei più importanti siti architettonici della città, città che ha ottenuto il riconoscimento come Patrimonio Mondiale Unesco: “Ivrea città industriale del XX secolo”.
Il concerto è l’occasione per presentare il nuovo disco di Massimo Barbiero, direttore artistico di Open Papyrus, in trio con Eloisa Manera ed Emanuele Sartoris: un omaggio al libro di Michail Afanas’evič Bulgakov, Il Maestro e Margherita, di cui Woland, “Maestro di Magia Nera”, è personaggio fondamentale.


Quando parlo della musica di Massimo Barbiero non vado mai cercare corrispondenze tra l’impianto letterario scelto e la musica che ascolto. Decido piuttosto di abbandonarmi alla capacità immaginifica insita in quella musica, e credo di non sbagliare evitando ogni intento didascalico. E’ l’atmosfera, che conta. Non cerco prove della coerenza del progetto, né traguardi: piuttosto mi lascio trascinare in quel nuovo viaggio.


La musica comincia, e si è subito agguantati dalle dinamiche ammalianti del violino di Eloisa Manera.


L’impianto armonico è cromatico, sospeso. Massimo Barbiero entra con la sua batteria e mette in risalto quel clima destrutturando lo scorrere del tempo invece che disciplinandolo, in un dialogo continuo con il violino. Batteria e violìno appaiono complementari. Gli arpeggi del pianoforte di Emanuele Sartoris imprimono una ulteriore sensazione fluttuante e ipnotica.

Da subito si percepisce una ricerca molto profonda di effetti suggestivi, ma è una ricerca espressiva, non estetica. Proprio per questo, l’effetto all’ascolto è esteticamente bello e suggestivo, sia negli episodi di musica scritta che in quelli costruiti sull’improvvisazione.
Dinamiche, timbri, tocco, tutto concorre a un flusso di musica di volta in volta onirico, intenso, dolce, libero, avvinghiante, sia nei momenti più sommessi, che in quelli più intensi e dai volumi espansi e forti.

I brani si susseguono in maniera naturale, quasi come una narrazione, densa di sorprese e di svolte inaspettate, per chi ascolta.
Le intro di violino di Eloisa Manera sono piccoli gioielli: fraseggi ariosi che improvvisamente si stringono in stridori aspri, per poi dilatarsi di nuovo, preziosi anche per le note lunghe che si dispiegano variando continuamente dai pianissimo ai forte, aprendosi in bicordi fulminei per poi rinchiudersi in nella nota iniziale, che incanta di nuovo, dopo quell’improvviso lampeggiare.


Le incursioni del pianoforte di Emanuele Sartoris. in solo, ma anche durante i fitti dialoghi con batteria e violino, sono un’ irresistibile amalgama tra improvvisazione totalmente libera e una grande conoscenza della musica contemporanea, mai citata letteralmente, piuttosto presente come materiale sonoro da cui Sartoris attinge in maniera del tutto personale. Ed è questa ricchezza di linguaggio che dona quasi infinite possibilità alla conquistata libertà espressiva.

La batteria di Massimo Barbiero può essere di volta in volta immateriale o percussiva e potente, e si focalizza anch’essa su volumi e timbri piuttosto che sull’imperativo di “dare un ritmo”, se non in senso del tutto astratto: stempera, disegna, affresca, utilizzando ogni angolo dei metalli, delle pelli, del legno, preferisce il fluire libero dei suoni (non posso parlare di battiti, o almeno io li ho percepiti come suoni) allo scorrere ordinato del tempo.

Dunque il tempo è sospeso. Tra i tre si instaura un legame che va al di là di quello che di solito si definisce “interplay”. Barbiero, Manera e Sartoris definiscono i confini di un mondo incorporeo eppure tangibile, hanno un loro linguaggio che impatta emotivamente su cui ascolta: le sonorità del violino vengono tradotte dalla batteria, poi tradotte dal pianoforte, una cellula melodica del pianoforte viene ripresa dalla batteria, un battito della batteria viene tradotto in melodia dal violino.


E’ un dialogo continuo, il loro, sempre serrato, enigmatico, eppure stranamente sempre comprensibile da chi ascolta, mai ostico, e da dialogo può sfociare in intensi momenti corali. Se il pianoforte costruisce melodie o armonie ben definite, batteria e violino le traspongono in chiave fiabesca, ma può anche accadere l’inverso.
Se tutto è destrutturato e tonalmente incerto, improvvisamente irrompe un ritmo di danza, in 1, a loop, ma con dinamiche variate, o frasi legate pronunciate un attimo dopo staccate, poi ancora legate.


Emerge un equilibrio tra il sistema temperato e le molteplici possibilità dei suoni che esistono in natura al di là del pentagramma, in bilico su di una incertezza tonale che genera il suono non come dovrebbe essere ma come ancora non è, poiché sta nascendo e proviene da un altro mondo, quel mondo incorporeo di cui si parlava più su. E’ proprio quel fantastico, spesso garantito dalla batteria e dallo stemperarsi improvviso di suoni un attimo prima potenti in una intensa rarefazione (si perdoni l’ossimoro): intensa, poiché percepita come stupefacente, ricca di tensione.
Se Sartoris procede con potenti ottave parallele, quadrate, definite, Manera rumoreggia e ottiene suoni anomali, bicordi, tricordi, mentre Barbiero insiste sulle pelli: improvvisamente però arriva un unisono inaspettato, o appare una cellula melodico ritmica reiterata quasi ossessivamente, il volume si alza, poi si assottiglia diventando altro ancora.



Dove è Woland, dove sono il Maestro e Margherita?
Ascoltateli, non tentate di trovarli, quando andrete a sentire dal vivo questo trio, o ascolterete il disco: sarebbe perdere tempo prezioso a guardare il dito, invece che la luna.

Il nuovo libro di Gerlando Gatto “Il Jazz in epoca Covid”

Intervista all’autore

Di Daniela Floris 

Terzo libro per Gerlando Gatto, giornalista, critico musicale, e direttore del sito A Proposito di Jazz. Un nuovo libro di interviste, protagonisti i musicisti, intervistati in uno dei periodi più drammatici degli ultimi anni: il lockdown durante l’emergenza Coronavirus, che ha costretto l’Italia a fermarsi quasi completamente per quasi tre mesi. La categoria dei musicisti è stata una di quelle maggiormente colpite, una delle ultime a riprendersi, per la impossibilità non solo di organizzare concerti live, ma anche di registrare, provare, promuovere. Tutto bloccato.
Il libro, edito da Gg edizioni, contiene una quarantina di interviste tra quelle precedentemente pubblicate nel sito A Proposito di Jazz, ideate dallo stesso Gatto e raccolte in parte anche da Marina Tuni, che ha collaborato alla realizzazione del libro, e dalla sottoscritta.

Qui di seguito la mia intervista a Gerlando, che ringrazio, come sempre, per la disponibilità e la stima che mi dimostra da tanto tempo.


Questo libro di interviste è molto diverso dai due precedenti. Si potrebbe dire che è quasi un’indagine, una fotografia istantanea di una realtà con cui sei costantemente in contatto, quella del mondo del Jazz italiano, in un periodo del tutto eccezionale, una pandemia mondiale. Sembra rispondere a una vera e propria esigenza giornalistica: quale?

Partiamo da un dato di fondo che nel nostro Paese non mi sembra molto condiviso: gli artisti non servono “a farci divertire”. La loro funzione è molto ma molto più profonda. In tale contesto il jazz è la Cenerentola tra le Cenerentole e quindi da sempre gode di scarsissima attenzione. Di qui la mia idea di focalizzare l’attenzione su un comparto che al momento del lockdown stava attraversando un momento particolarmente difficile e delicato, con tanti musicisti privi di qualsivoglia mezzo di sussistenza. Ecco, volevo tracciare un quadro d’assieme di quel che stava vivendo il mondo del jazz italiano in quei terribili momenti.

Scegliere un format unico di domande da porre uguale è una scelta sicuramente ponderata. Ce ne spieghi il perché?

Tu mi conosci abbastanza bene e come dimostrano anche i miei due precedenti libri io amo studiare chi mi troverò ad intervistare e preparo una serie di domande che possano far venir fuori non tanto il personaggio, l’artista quanto l’uomo, la donna che si celano dietro la maschera ufficiale. In questo caso il mio intento era completamente diverso: non mi interessava il singolo intervistato quanto un ambiente, un insieme, un milieu che potremmo identificare nel mondo del jazz italiano, senza la pretesa, ovviamente, di volerlo rappresentare nella sua globalità. Come noterai, infatti, i singoli musicisti sono introdotti semplicemente con nome, cognome e strumento senza una riga di curriculum. Quindi tutti sullo stesso piano, musicisti, jazzisti che stavano attraversando una congiuntura particolarmente pesante e non solo dal punto di vista economico.

Quante testimonianze sono raccolte in questo libro?

Le testimonianze derivano dalle interviste che io, Marina Tuni e tu stessa avevamo già fatto e pubblicato sul mio blog “A proposito di jazz”.  Per il libro sono stato costretto ad eliminarne alcune perché altrimenti lo stesso sarebbe stato troppo voluminoso e di conseguenza caro. Comunque, per rispondere alla tua domanda, le interviste sono 41

Come hai individuato le domande da porre, e dunque che tipo di domande hai posto ai musicisti intervistati?

Questa è stata la parte più difficile del lavoro. Mi interessava scendere nello specifico, nell’ intimo, ponendo domande, lo riconosco, indiscrete, crude, come quelle relative ai mezzi di sussistenza o alle eventuali compagnie durante il lockdown, ma era l’unica via da seguire per raggiungere l’obiettivo prefissato. Ho quindi cominciato ad intervistare i musicisti che mi conoscono meglio, che mi sono amici e che quindi mi riconoscono un’assoluta buona fede; viste le loro reazioni più che positive ho rivolto la mia attenzione anche ad artisti che non avevo molto frequentato e devo dire che mi è andata alla grande nel senso che nessuno si è rifiutato di rispondere alle mie domande, anzi…

Il lockdown, l’emergenza, hanno significato per molti un fermo lavorativo spesso drammatico, specie per chi non aveva le spalle coperte dall’ insegnamento, magari nei conservatori. Non deve essere stato facile per i musicisti parlarne. Quali sono gli stati d’animo che hai visto prevalere, quali le paure, quali le diverse modalità di raccontare una situazione così difficile?

Come tu stessa sottolinei gli stati d’animo, con riferimento ai problemi di sussistenza, erano piuttosto diversificati. Così c’è chi, avendo alle spalle una lunga e gloriosa carriera, affrontava questi momenti con pazienza e senza alcuna preoccupazione. Per gli altri netta era la differenza tra chi poteva contare comunque su un’entrata derivante dall’ insegnamento e chi no. I primi erano preoccupati ma non troppo e comunque aspettavano con ansia la ripresa delle attività. I secondi sottolineavano la necessità che qualcuno si ricordasse anche di loro, che i sussidi messi in campo dal governo non erano sufficienti. E tutto ciò si trasmetteva nelle modalità con cui raccontavano la loro situazione, modalità che transitavano dal tranquillo-paziente al moderato allarmista all’aperto S.O.S.

Un giornalista di lungo corso come te ha certamente tratto delle conclusioni da questa che, anche se di lettura molto agevole, appare quasi un’inchiesta. Puoi darci una tua lettura complessiva di queste testimonianze? Quale l’impatto nel mondo del Jazz italiano, quali i tempi di reazione, quali le prospettive, secondo te, in un inverno che si preannuncia comunque difficile?

Le conclusioni sono abbastanza semplici: il mondo del jazz italiano lamenta una sottovalutazione che si trascina oramai da anni e che riguarda non solo l’universo politico ma anche il cosiddetto mondo culturale e tutto ciò che vi gira intorno. L’impatto del virus è stato terrificante, nel senso che da molti degli intervistati non trapela alcuna nota di ottimismo, anche perché ci si rende perfettamente conto che il domani non sarà più come l’ ieri che abbiamo conosciuto. E tutti sono concordi nell ’affermare che la stagione dei concerti così come l’abbiamo conosciuta è finita… almeno per un lungo lasso di tempo.

Prendo spunto dalle parole che estrapolo dalla bellissima prefazione del Maestro Massimo Giuseppe Bianchi: “Gerlando capisce e ama la musica, rispetta i musicisti e da loro è rispettato nonché, come da qui traspare, riconosciuto quale interlocutore credibile. Ha congegnato una griglia di domande semplice e uniforme quanto variegata al suo interno. Ha voluto, credo, fare quello che un critico non ha tempo o voglia di fare: comunicare direttamente con la persona, abbracciarla.”
Quanto è importante, alla luce di questo tuo lavoro, godere della fiducia e della stima di coloro che si decide di intervistare per ottenere un risultato come quello ottenuto in questo libro? Come si ottengono fiducia e stima? E quanto importante saper scegliere un linguaggio che sia ad un tempo agile e comprensibile ma adatto a situazioni complesse da spiegare?


Prima di risponderti, consentimi di ringraziare dal più profondo del cuore l’amico Massimo Giuseppe Bianchi che ha scritto una prefazione per me davvero toccante. E veniamo alla tua domanda che in realtà ne contiene parecchie. La prendo quindi alla lontana e parto dal linguaggio, dalla chiarezza del linguaggio, che è sempre stato una direttrice fondamentale del mio lavoro da giornalista, Come forse ricorderai, io ho vissuto la mia carriera da ‘giornalista economico’; in tale branca essere chiari, usare le parole giuste nel contesto appropriato è assolutamente prioritario. Per ottemperare a questa sorta di obbligo assolutamente personale, quando ho cominciato a lavorare nei primissimi anni ’70 quando ancora stavo a Catania, collaborando con riviste specializzate, una volta finito un pezzo lo facevo leggere alla mia mamma, persona molto intelligente ma assolutamente priva di qualsivoglia rudimento in economia. Se lei capiva ciò che avevo scritto significava che l’articolo andava bene, altrimenti no, e lo rifacevo, Ecco mi sono portato appresso questo insegnamento per tanti anni e lo utilizzo ancora adesso che andato in pensione e lasciata da parte l’economia mi occupo solo di musica. Quindi un linguaggio piano, scevro da tecnicismi che può essere capito ance da chi non si interessa di musica. Quanto alla stima dei musicisti, oramai credo che molti di loro sappiano che mi occupo di musica non per scopo di lucro ma per passione: certo ci sono voluti anni, molti anni ma credo che alla fine sono riuscito ad acquisire la fiducia di molti artisti e per alcuni di loro credo di poter usare la parola ‘amico’. Certo non nego che con alcuni di loro ho avuto dei contrasti alle volte anche energici ma, ovviamente, non si può andare d’accordo con tutti. Comunque una cosa è certa: senza la stima e la fiducia dei jazzisti non avrei potuto porre loro domande così crude e indiscrete”.


Per finire, c’è una frase, o un pensiero, tra tutte queste interviste, che ti ha colpito particolarmente? Ti chiedo di non fare il nome di chi l’ha formulata: ci penseranno i lettori a scoprirla. 

In tutta franchezza c’è stata un’intervista che mi ha particolarmente colpito per le manifestazioni oserei dire di affetto manifestate nei miei confronti. Per il resto ci sono state molte dichiarazioni che mi hanno impressionato o per i loro contenuti culturali o per il modo particolare di vedere e quindi affrontare il futuro. Ma farei torto a molti se dovessi citarne qualcuna.


Salvador Sobral- Correggio Jazz “Reloaded” – Crossroads 2020


Correggio, Cortile del Palazzo dei Principi, ore 20:30

Salvador Sobral, voce

Max Agnas, pianoforte

Andrè Rosinha, contrabbasso

Bruno Pedroso, batteria

Le foto sono amatoriali, tutte scattate con il cellulare da mia figlia Marianna.

Come molti, ho conosciuto Salvador Sobral guardando in tv  l’ Eurovision Song Contest 2017, che vinse con una canzone molto bella scritta per lui dalla sorella Luisa, Amar Pelos Dois: un pezzo inusuale per quel contesto, armonicamente interessante, con un arrangiamento curatissimo e avvolgente, e una voce che mi è parsa bellissima.

Mi sono ripromessa di ascoltarlo appena possibile dal vivo, e ho trovato come complice mia figlia. Saltato il concerto che era previsto a maggio all’Auditorium di Roma Ci siamo prenotate per quello del 1 agosto a Correggio Jazz.

Fa molto caldo,  ma il cortile del Palazzo dei Principi, nel rispetto dei distanziamenti, è pieno.
Sobral arriva sul palco e intona, lontano dal microfono, da solo, Cerca del Mar, e, dico da subito, ha una voce meravigliosa, che risuona morbida, ricca di armonici, dal timbro particolare. E questo suo strumento Sobral lo padroneggia alla perfezione, sentendosene al tempo stesso evidentemente appagato, traendone gioia. Ed è questo abbandonarsi gioiosamente al cantare che impedisce di percepire una voce così vicina alla perfezione come un mero prodotto di studio di una tecnica ferrea.


Quando arriva il pianoforte, seguito a ruota da contrabbasso e batteria, l’atmosfera si delinea. Non è neanche interessante definirne il genere: ascoltiamo canzoni dall’impianto armonico non banale, dalle melodie orecchiabili ma non scontate, qualche standard.

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Il trio percorre con naturalezza il jazz, il latin, il pop, il fado, e non si limita ad accompagnare e valorizzare il cantante. Sono diversi i momenti in cui si apprezzano idee estemporanee, improvvisazione. La presentazione dei temi è sempre di impatto, e si può dire in più di un’occasione la voce è uno dei quattro strumenti sul palco: i momenti corali sono quelli in cui maggiormente si apprezzano le dinamiche, in alcuni momenti davvero incantevoli. Lo scambio, l’interplay, sono quelli che siamo abituati ad ascoltare durante i concerti di Jazz.
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Ela disse-me assim, ad esempio, è introdotta da un assolo di contrabbasso intenso, che prelude alla voce duttile, morbida, poetica di Sobral. La canzone è un piccolo gioiello, melodicamente e armonicamente, e il sapiente uso delle dinamiche la rende quasi sognante, e sì, emozionante. Sobral nei pianissimo è prodigioso, se toglie volume aumenta però di intensità, e in questo è del tutto in sintonia con i tre musicisti che si intrecciano in un suono complessivo sì molto equilibrato, ma anche molto intenso, caldo, mai uguale a sé stesso.
Canzoni francesi, portoghesi, brasiliane, sono tutte passate al filtro caleidoscopico di una voce particolare, vellutata, tanto potente (ma mai sguaiata) quanto dolce e vellutata (ma mai esile o sdolcinata). Un voce che percorre ogni passaggio armonico, occupa e abbellisce quelle che dovrebbero essere i respiri dei fraseggi. Sobral sceglie di  tacere quando passa il testimone al trio per lunghi episodi strumentali:  ma quando riprende a cantare lo fa in un flusso continuo di affascinanti circonvoluzioni che avviluppano chi ascolta.

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L’equilibrio è proprio nel bilanciamento tra voce e strumenti, per cui a una personalità di interprete così spiccata corrisponde un gruppo che crea, interagisce, costruisce, improvvisa, e di certo non scompare.

Sobral dialoga fruttuosamente con il pianoforte di Max Agnas, pianista fortemente da lui voluto dopo un casuale incontro e Jam session a Stoccolma, davvero notevole per tocco, fraseggi, deliziose piccole cascate di note disegnate con la mano destra, e armonizzazioni che davvero decidono il corso dei brani e quelle incursioni di cui parlavamo prima in vari mondi sonori.
Sul palco ci sa stare, è disinvolto, gioca, si diverte, chiacchiera, fa battute, è simpatico, spiega i brani, racconta come ha conosciuto i suoi musicisti, entra nel pianoforte e ci canta, balla, sorride, si emoziona.

La conclusione del concerto vede Sobral al pianoforte, in una medley che contiene il brano da cui, almeno per me, è nato tutto, quello dell’ Eurovision Song Contest, Amar Pelos Dois, che viene accennato inizialmente quasi in chiave ironica – quasi come se lo stesso Sobral la considerasse un piccolo tormentone, ma anche una suggestiva Caro amico ti scrivo, omaggio a Bologna e a Lucio Dalla, la cui musica ha conosciuto durante un Erasmus in Spagna dopo l’incontro con uno studente, poi diventato grande amico, italiano. E l’omaggio è parso sincero, e ascoltarlo è stato bello.

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Quasi stupito di essere conosciuto qui in Italia, Salvador Sobral ha parlato, in italiano, durante tutto il concerto, in maniera piacevole, spontanea, e il pubblico ha risposto con naturalezza alle richieste di interazione, cantando e anche ballando.
Notevole interprete, poetico, divertente, coinvolgente. Un concerto, se potete, che vi consiglio, anzi vi consigliamo di andare ad ascoltare, e guardare.

 

 

ZORRO – Francesco Bearzatti Tinissima Quartet

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Tutte le foto sono di Carlo Mogavero

CROSSROADS –  JAZZ E ALTRO IN EMILIA ROMAGNA, 21′ EDIZIONE 2020 

CASSERO TEATRO COMUNALE – CASTEL SAN PIETRO TERME
29 luglio 2020, ore 21:15

Francesco Bearzatti Tinissima Quartet

Francesco Bearzatti: sax , clarinetto, flauto indiano
Giovanni Falzone: tromba
Danilo Gallo: basso elettrico, effetti a pedale
Zeno De Rossi: batteria 


Questo è il primissimo concerto dopo la chiusura dovuta al Coronavirus alla quale ho assistito dal vivo, spostandomi di casa, anzi, appositamente di città, ed è per questo concerto che ricomincio a scrivere dopo mesi e mesi di inattività e di musica vista e ascoltata attraverso dirette, sessioni zoom, videoparty. Ed è anche tra i primi concerti cui ha assistito, e che ha fotografato dopo mesi, Carlo Mogavero, in questo caso disciplinatamente fermo silenzioso e seduto alla poltrona a lui assegnata, in rispetto delle severissime norme anti-covid. 
Abbiamo preso posto quasi increduli. 
Zorro, (ultimo cd del quartetto, edito da Cam Jazz, uscita prevista in autunno)  lo dico da subito, è stato il concerto perfetto da cui ricominciare.  Per il concept, cinematografico ed evocativo di avventure lontane, eppure così familiari persino per i ragazzini di oggi. E anche perchè i Tinissima continuano ad essere, divertenti, energici, creativi, affiatati. 

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Il progetto è raccontato da Francesco Bearzatti, che presenta i brani, spiegandone i titoli e la storia. E tutto il concerto è un racconto in musica: le poche parole servono ad orientarsi, ma in realtà è la musica a tracciare un vero e proprio film sonoro, in cui chi assiste ha il privilegio di poter fantasticare, a suo modo e secondo la propria immaginazione,  su episodi, personaggi, vicende, affrescati dagli stessi musicisti. Le immagini evocate a chi ora vi scrive, ovvero io, possono differire da immagini evocate ad altri o anche da quelle che si prefiggevano i musicisti, ed è  il valore aggiunto di questo concerto, la sua caratteristica più bella. Chi ascolta è il regista e lo sceneggiatore del proprio film immaginato. Qui di seguito leggerete il mio film, evocato da Tinissima quartet. 

PERSONAGGI, LOCATIONS, SITUAZIONI

Zorro, il protagonista, ha un suo tema personale molto connotato, che infatti ritroveremo alla fine, con diverso arrangiamento, in “El triunfio de Zorro“. Il nostro paladino della giustizia è presentato a voci spiegate dal sax di Bearzatti e dalla tromba di Falzone, ai quali si uniscono quasi subito, dopo una breve intro, il basso di Danilo Gallo e la batteria di Zeno De Rossi, che definiscono una vera e propria location western nel quale il protagonista e gli altri personaggi agiscono.

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In un film però le location cambiano. E la Terra India è quella terra tradizionale, tribale, che esisteva ben prima della colonizzazione, l’altro lato percepito del paesaggio in cui si muove il nostro eroe. E questo paesaggio viene cinematograficamente evocato
dal flauto indiano di Bearzatti e dai mallets sui tamburi e dalle conchiglie di De Rossi.
La ricerca timbrica è una delle caratteristiche di questo progetto, alla quale tutti e quattro i musicisti concorrono, in maniera sinergica, paritaria.

El regreso, il ritorno di Zorro nel suo paese, comincia con il fischio di Zeno De Rossi, che anticipa il primo tema poi sviluppato da tromba e sax. Segue un secondo tema melodico, molto messicano, e i due temi si alternano, tra loro, in un continuo procedere a due voci e atterraggi in unisono. Su ognuno dei due episodi melodici Bearzatti e Falzone improvvisano.  I due possono contare sul basso  granitico, strenuo, eppure mai prevedibile di Danilo Gallo, che garantisce una funzione ritmica potente, arricchita da dinamiche e anche varianti timbriche spesso  in inusuale (e voluto) contrasto proprio con l’andamento solo apparentemente prevedibile dei suoi riff ostinati. 

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In Algo Mal  (Qualcosa non va, in spagnolo, a simboleggiare un momento di consapevolezza e di dolorosa riflessione di Don Diego De La Vega) l’assolo di sax di Bearzatti è dolente, e sfuma dal grido iniziale in una piccola e malinconica melodia. Le note gravi sono pastose, quelle acute taglienti.
E la tromba, che dopo un po’ vi si intreccia, ha il suo timbro inconfondibile, ma riesce anche allo stesso tempo a fondersi con il sax in un’unica voce nell’intento complessivo: cosa non facile, non scontata, per un musicista dalla personalità musicale spiccata come Falzone.  

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Insieme il quartetto arriva infine a una specie di marcia funebre disperata, dal volume altissimo, dall’intensità tangibile, anche per l’apporto drammatico, destrutturante della batteria di De Rossi. 

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Si ricomincia, come in uno squarcio di luce dopo una tempesta, con un dialogo tra il sax e il basso, in cui il pianissimo è intenso e profondo, mai esile, e che si inspessisce poco dopo con la voce della tromba. 
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Con Bernardo e Sergente Garcia il quartetto si appresta a caratterizzare i personaggi in musica. Come non riconoscere, ad esempio, il Sergente dal suo incedere pesante, affaticato  e spaccone? Gallo, al basso, ne ricostruisce il passo, complice la batteria di De Rossi. Bearzatti e Falzone, rispettivamente al sax e alla tromba, ne fanno immaginare il respiro in un crescendo irresistibile. Conclude la tromba con sordina di Falzone, che canta note lunghe ricche di dinamica, fungendo da raccordo con il brano seguente.

Ed è la volta di Lolita, la ragazza perdutamente innamorata di Zorro. Il basso introduce un riff sospeso, accattivante, a loop. Bearzatti entra con un secondo piccolo tema al clarinetto, in controcanto, tutto racchiuso in una terza maggiore.
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Queste due piccole melodie si incrociano, passano da uno all’altro per poi arrivare, in unisono, al tema finale della tromba. L’atmosfera è intima, delicata. 
Ed è il basso di Danilo Gallo, con un assolo struggente, chitarristico, appassionato, a chiudere uno degli episodi più intensi del concerto. 

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Fulmine, il destriero di Zorro,  viene inizialmente presentato (ribadisco, nel mio personalissimo film) nella sua potenza fisica, durante gli istanti prima della partenza, con note ribattute del basso e la batteria quasi tutta nei ride, e con incursioni di tromba e sassofono. La partenza arriva in un secondo momento, complice il cambio di registro della batteria (stavolta quasi onomatopeica, in una sfrenata corsa al galoppo) e al basso che si scioglie in un riff potente e propulsivo. Tromba e sassofono corrono anch’essi e il potente e fedele cavallo in corsa è lì, e non bisogna far altro che guardarlo sfrecciare davanti ai nostri occhi, verso il trionfo finale.

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E’ proprio El triunfio De Zorro il pezzo di chiusura: una variante un po’ funky un po’ rock un po’ deliziosamente sbruffona e divertente del tema assegnato al nostro eroe. Un po’ più che una sigla di coda. 

Francesco Bearzatti Tinissima Quartet è un gruppo a quattro ruote motrici: non una cosa da poco. Quattro voci potenti e un fine espressivo/descrittivo talmente efficace che, come si diceva più su, permette a chi assiste a questo concerto di vedere un film immaginario solo ascoltando.  E’ consigliabile andarli ad ascoltare dal vivo, dopo tanti mesi asfittici a casa a vedere concerti in monitor sezionati in tanti quadratini quanti i componenti di gruppi, orchestre e persino cori di cento elementi. 

Il bis è “Mandi Friul”, primo brano registrato dai Tinissima, nel disco dedicato a Tina Modotti. E il pubblico applaudendo mostra di conoscere bene e amare un gruppo oramai solido, affiatato, rodato e a un tempo divertente e impegnato. 

Mirtifante goes to la Tesoriera to attend the Night Dreamers’show – Parte seconda

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Parte 2 – ove Mirtifante beve numerose birre con gli amici, ascolta sprazzichi di concerto, osserva il pubblico come fosse un novello Lombroso e torna a casa felice

Ordunque, presentativi il luogo (la Tesoriera col porcaro), il quando (martedì 22 luglio) il chi (io e i miei amici rocchettari) il cosa (il concerto dei Night Dreamers) rimarrebbe da raccontare il perché, ma è tema – in questo periodo della mia vita – di grande difficoltà.

La ragione è presto detta: mentre a casa quando ascolto un disco riesco ad avere una attenzione quasi monastica (e la mia famiglia mi prende costantemente in giro perché divento veramente irraggiungibile, non mi accorgerei neanche se prendesse fuoco la casa), dal vivo nel corso degli anni mi sono sempre più appassionato al concerto come spaccato antropologico della società, e dunque vengo costantemente distratto.

Guardo le età delle persone, le facce, le espressioni, mi immagino le storie, il linguaggio non verbale con cui molti/e vogliono fare capire chi sono (o più spesso chi vorrebbero essere) con dettagli vari (vestiti, urletto “yeah” durante un assolo, orologio patacca finto d’oro, mocassini della Juve, e così via). Un ricco campionario di umanità che trovo sempre mirabolante, che purtroppo però spesso sposta l’attenzione dalla musica a qualsiasi altro elemento.

Non che sia orribile tout court: e del resto il jazz non nasce certo come musica da sala operatoria sterilizzata, ma anzi è ricco di storie di club fumosi e località quantomeno rumorose nella loro attività.

Prima di raccontarvi la scaletta del concerto (d’accordo essere distratti, ma fino a un certo punto) vi ricordo che i Night Dreamers hanno pubblicato un album chiamato “Techné” (per Alfa Music) lo scorso anno, tutto dedicato al mondo dell’automobile e delle sue suggestioni (siamo sempre a Torino, cari amici, patria della macchina, del cioccolato e del calcio).

http://www.ijm.it/component/music/display/847

Loro sono Simone Garino al sax, Emanuele Sartoris al pianoforte, Dario Scopesi al contrabbasso e Antonio Stizzoli alla batteria.

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Mi hanno chiesto esplicitamente di citare nel reportage le camicie modello “Magnum P.I” (abbaglianti come il sole delle Hawaii)  e le macchine modello “Flintstones” (scendi e vai a piedi) di Sartoris come metatesto subliminale del gruppo, che in effetti aggiungono colore all’insieme e creano un immaginario potente, come le uniformi di raso dei Beatles e la motocicletta di Bob Dylan.

La scaletta naturalmente ha previsto l’esecuzione del loro disco, ormai rodatissimo:

Le Mans

Campari El Negher

La Sorte e il Quadrifoglio

The Red Flying Alfa

Mirafiori

Via Fratelli Carle

6C 1750

10 km

L’ Eclair

Con in coda un omaggio a Ennio Morricone attraverso “The Ballad of Sacco & Vanzetti“: il risultato è stato un inusuale finale di concerto lieve e delicato.

Considerato che era il primo concerto post Covid, i Night Dreamers sono sempre una macchina da guerra musicale, rodata e oliata; dettaglio non secondario, sono piaciuti a tutto il pubblico presente, che non era quello classico del jazz club ma invece quello tipico del parco serale dopo tre mesi di chiusura totale, quindi con famiglie, bambini, vecchietti, passanti per caso, e così via.

Trovo particolarmente bello quando il jazz si “apre al mondo”, ed è quello che è successo in questo concerto; questo sicuramente grazie alla simpatica “follia” di chi ha organizzato il tutto, ma anche grazie all’attitudine (musicale e non) dei quattro Dreamers, che pur parlando un linguaggio musicale non semplice si fa capire da tutti, anche grazie alle immagini simboliche della storia dell’automobile.

Sempre in tema di automobile il caro amico Gianni (proprio mentre la musica spingeva su “The Red Flying Alfa”) ci raccontava della “Black Flying Ford”, ovvero di quella volta che, uscito dal matrimonio in cui era testimone dello sposo, tornando a casa è volato giù dalla carreggiata e, pur non essendosi fatto nulla, il gesto atletico ha innescato un simpatico tran tran di controlli, processi, ritiri patente, ore di volontariato per redimersi dai peccati, ecc. Mi è sembrato un finale perfetto per un concerto dedicato all’automobile, e credo anzi che la sincronicità sia sempre presente nella mia vita.

Da Torino (per ora) è tutto: a presto, un caro saluto

vostro affezionatissimo

Eugenio

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Iseo Jazz 2020 – Waltz for Evans

Quest’anno Iseo Jazz – La casa del jazz italiano non avrà la sua ventottesima edizione. 

Le conseguenze del Covid 19, soprattutto in un’area colpita duramente come quella del lago d’Iseo (e della provincia di Bergamo) si sono fatte sentire.

La rassegna ha comunque voluto testimoniare la sua presenza e il suo radicamento sul territorio, commemorando le vittime del Covid 19, con un unico ma significativo concerto, in prima esecuzione assoluta, frutto della collaborazione tra tre festival: Iseo Jazz, il Grey Cat (che ha programmato il concerto il prossimo 3 agosto a Follonica) e il Firenze Jazz Festival.

Domenica 19 luglio alle ore 21, sul sagrato della Pieve di Sant’Andrea ad Iseo, sul palco sono saliti Enrico Pieranunzi al pianoforte, Stefano Cocco Cantini ai sassofoni e Maurizio Franco ai testi e voce ed hanno presentato Waltz for Evans – Musiche e letture nel quarantennale della scomparsa di Bill Evans.

Il progetto speciale di ben tre festival (Grey Cat, Iseo Jazz, Firenze Jazz Festival) è un omaggio al grande pianista americano ed unisce musica e letture in un articolato spettacolo nel quale ai duetti e ai soli dei musicisti si alterneranno letture sui brani eseguiti.
Daniela Crevena l’ha fotografato per voi.

 

Bandcamp sostiene gli artisti!

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Il noto sito di vendita di musica online oggi azzererà le commissioni sulle vendite.

Il messaggio è stato pubblicato direttamente sul sito di Bandcamp da Ethan Diamond, il fondatore della piattaforma Bandcamp (che è una delle più vantaggiose per i musicisti indipendenti): mentre il Coronavirus si espande a grande velocità tour e concerti sono stati cancellati, e l’unica fonte di reddito per i musicisti è rimasta la vendita on line.

Per dare un contributo Bandcamp si è impegnata, venerdi 1 maggio,  dalle 8 a.m. di venerdì alle 8 a.m. di sabato) a non caricare la sua percentuale sulle vendite ma a lasciare l’intera somma agli artisti.

COMPRATE SU BANDCAMP DA DOMANI ALLE 8 E PER 24 ORE!