41° Open Papyrus Jazz Festival Ivrea – Jelly Roll

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La musica di Jelly Roll Morton

41° Open Papyrus Jazz Festival Ivrea Jelly Roll – The music of Jelly Roll Morton

Parole di Daniela Floris

Foto di Carlo Mogavero

Ivrea, Cortile Museo Garda, venerdì 3 settembre 2021, ore 21

Helga Plankensteiner: baritone saxophone, vocals
Achille Succi: bass clarinet
Glauco Benedetti: tuba
Michael Lösch: tastiere
Marco Soldà: drums


Massimo Barbiero è un direttore artistico che ama portare sul palco ottima musica di ogni colore, origine, genere. E dunque dopo il concerto alla Sala Santa Marta ispirato ai Notturni di Chopin, con Emanuele Sartoris e Daniele Di Bonaventura, nel bel cortile del Museo Garda è andats in scena Jelly Roll, strepitosa compagine di fiati, tastiere e batteria che rende omaggio a un musicista leggendario, autoproclamatosi inventore del Jazz, compositore, pianista, di certo ideatore di uno stile inconfondibile: Jelly Roll Morton.

L’organico è particolare, i fiati sono tutti di timbro scuro: sax baritono, clarinetto basso, tuba. Pianoforte e batteria completano l’ ensemble (la tuba dunque si unisce alla ritmica, facendo spesso le veci del contrabbasso).

Il concerto comincia quasi sottovoce, senza la batteria, ed è così che i musicisti ci fanno entrare nel loro particolarissimo suono, rendendolo soffuso, avvolgente. Quando appare la batteria, il ritmo diventa sostenuto e le voci cominciano ad intrecciarsi, sapientemente, e a crescere: gli arrangiamenti sono incisivi, ricchi, agili, ricostruiscono una atmosfera ben connotata ma in maniera creativa. Black Bottom Stomp ha tutto il brio del brano originale, ma dal timbro particolare dato dalla scelta di strumenti tutt’ altro che squillanti.

Alle parti obbligate, dai rigorosi intrecci melodico – ritmico – armonici, in cui nulla è lasciato al caso, si affiancano episodi di improvvisazione a dir poco trascinante: se a improvvisare è il sax, potremo ascoltare clarinetto basso e tuba impegnati in strenui ostinati e note ribattute, che sottolineano il ritmo insieme alla batteria, per poi riatterrare tutti insieme nel tema principale. Una musica scorrevole, dinamica, che diverte prima di tutto la band che la esegue, e che contagia chi ascolta senza cadere mai nel rischio del tributo di maniera.

Quando il sax baritono di Helga Plankensteiner e il clarinetto basso di Achille Succi tacciono, si materializza un trio di tutto rispetto che swinga, improvvisa, gioca a scambi continui. La batteria di Marco Soldà ha un groove notevolissimo. La tastiera di Michael Lösch e la batteria riecheggiano lo stile di Jelly Roll Morton impastandolo con verve creativa. E la tuba di Glauco Benedetti non è lì solo per dare incalzanti e pomposi impulsi ritmici, ma interviene con vere e proprie linee melodico ritmiche che si incrociano e dialogano con il pianoforte, anche quando l’ensemble suona al completo.

Il concerto scorre per più di un’ora con continui colpi di scena (dal punto di vista sonoro), dinamiche raffinate, arrangiamenti per i quali Helga riceverà a fine serata i complimenti ammirati di Ralph Towner, che assisteva al concerto aspettando di salire sul palco subito dopo.

Un quintetto davvero da non perdere: rileggere un classico del Jazz mantenendone l’atmosfera ma in modo del tutto nuovo non è cosa scontata. Esplorate!

41° Open Papyrus Jazz Festival Ivrea – Duo Di Bonaventura Sartoris

In evidenza

Notturni

Parole di Daniela Floris
Foto di Carlo Mogavero

41° Open Papyrus Jazz Festival Ivrea – Duo Di Bonaventura Sartoris – Notturni



Sala Santa Marta, 3 settembre 2021, ore 19

Daniele Di Bonaventura, bandoneon

Emanuele Sartoris, pianoforte

Premessa: a Santa Marta durante in concerti nella sala adiacente si sono svolte le Installazioni d’arte a cura di ARTE IN FUGA: artisti hanno dipinto in tempo reale contemporaneamente ai concerti. Per questo motivo affianchiamo le foto dei due eventi. All’ Open Papyrus Jazz Festival il direttore artistico Massimo Barbiero ha come punto fermo che le arti convivano e siano osmotiche e senza confini reciproci.

Notturni è un disco da poco uscito per l’etichetta Caligola Records, che viene presentato durante un bel concerto, il primo cui assistiamo al festival Open Papyrus, che vede un sodalizio inedito: il bandoneon di Daniele Di Bonaventura e il pianoforte di Emanuele Sartoris.
II progetto nasce da un’ idea di Sartoris, che intende il notturno come composizione nell’accezione chopiniana: “Il tipo del notturno chopiniano è quello pianamente elegiaco, sentimentale, ove talvolta la frase assume l’aspetto quasi di un declamato lirico.” Ma, spiegherà nel corso del concerto, al tempo di Chopin si improvvisava. Musica classica e Jazz non sono incompatibili. E le etichette rigide, nella musica, sono spesso controproducenti, inesatte, asfittiche.

Notturni comincia con l’ispirazione fondante di tutto il progetto, ovvero Chopin: il tema melodico del Notturno Opera 9 n° 1 è inizialmente presentato dal pianoforte e delicatamente sottolineato dalle note lunghe del bandoneon, ma andando avanti ci saranno anche toccanti unisoni.
Quando il tema passa a Daniele Di Bonaventura l’ atmosfera diventa suggestiva, straniante: è una questione di timbro, inusuale e affascinante, che tramuta la melodia che si è avvezzi ad ascoltare al piano in qualcosa di nuovissimo eppure totalmente familiare. La somma inaspettata di due fattori che fanno parte della nostra cultura musicale: un tema noto di musica classica eseguito con un suono che ci porta alla musica popolare.

L’intreccio, per tutto il concerto, è tra musica classica, tradizionale, improvvisazione. Ma è anche intreccio e dialogo, mai scontro, tra due modi di esprimersi in equilibrio tra l’ espressività traboccante e a tratti impetuosa di Sartoris, e quella poetica, intensa, lirica di Di Bonaventura, che sceglie di tratteggiare, accennare, alternando momenti di intensità solistica a sussurri armonici quasi sottesi eppure fondamentali .
E ancora incrocio tra musica scritta e momenti liberi, alternati, contemporanei, episodi di quasi silenzio e momenti di potenza sonora massima, momenti in cui l’ acustica della sala penalizza un po’ i particolari, per l’altissima densità di note senza pause, che finiscono per sovrapporsi e impastarsi.


L’impostazione classica di Sartoris emerge nella composizione delle parti obbligate, complesse eppure di impatto, in cui una tecnica ferrea è condizione necessaria per eseguire non solo i Notturni di Chopin rivisitati, ma anche i brani originali, nei quali l’interpretazione è la seconda fase che segue a quella dello studio serrato di ogni particolare.

Così la personalità di ognuno emerge nel tocco, nelle dinamiche, nei colori di una trama scritta rigorosa ma non certo paralizzante, e anzi sembra alimentare di spunti i momenti di libera improvvisazione. Sartoris non fa mistero della sua preparazione tecnica, percorrendo la tastiera con ogni acrobazia possibile, una vera fabbrica di suono. Di Bonaventura con il suo bandoneon canta, a volte tuffandosi in quel potente magma sonoro, a volte sovrastandolo con fraseggi incisivi e quel timbro dritto e cristallino che è come un ricamo lucente su un ricco broccato.

Ad un certo punto la condivisione diventa anche condivisione dello strumento: Di Bonaventura lascia il bandoneon e raggiunge Sartoris al pianoforte. Le foto parlano per noi.

Notturno d’inverno (composizione di Di Bonaventura), Plenilunio, Sancta Sanctorum: i brani originali si susseguono tra momenti sonori scuri, pastosi, massicci, spesso lirici, ed episodi più intimi, in cui il pianoforte si ritrae e culla melodie tenui ma intense, cantate dal bandoneon.

Il Notturno Opera 9 n° 2 è l’ultimo brano, in cui Chopin, Sartoris e Di Bonaventura si ritrovano, chiudendo un’ ora di musica inaspettata e travolgente.



Il Teatro Olimpico accoglie Fred Hersch

A Vicenza Jazz, in trio con Drew Gress e Joey Baron

Vicenza Jazz 2021

Teatro Olimpico, 7 luglio 2021, ore 20:30

Fred Hersch Trio

Fred Hersch, pianoforte

Drew Gress, contrabbasso

Joey Baron, batteria

Il Teatro Olimpico accoglie Fred Hersch, a Vicenza Jazz, in Trio con Drew Gress e Joey Baron.

Se provate a leggere un po’ in giro, Fred Hersch è definito musicista di stampo billevansiano: è un modo certamente agevole di definire il suo linguaggio pianistico, il suo mondo di riferimento, di definirne un po’ i confini espressivi, attribuendone la genesi, l’ ispirazione, a Bill Evans.
Ma quando poi lo si ascolta, dal vivo per di più, si capisce che le semplificazioni, le etichette, vanno bene solo a fini didascalici, divulgativi, che hanno valenza al massimo di traccia, di orma, di indicazione di massima.
Perché Hersch suona come Hersch, avendo fatto tesoro di tanta musica, e probabilmente non ha nessun senso cercare di riconoscere, o peggio ricostruire, quanto e quale Bill Evans sia inscritto nella sua poetica.

Il magnifico concerto di Hersch in trio è stato un percorso, in ogni istante inaspettato, nel Jazz, e anche un po’ oltre il Jazz, nei luoghi scelti da Hersch, da lui raccontati, affrescati, fotografati, con un intento espressivo e personale molto intenso, anche nei momenti più tenui e impercettibili di pianissimo, quando gli scambi con la batteria incredibile di Joey Baron sono divenuti quasi spirituali.

La suite dedicata a Kind of Blue, di Miles Davis, si apre con Blue in Green, il cui tema viene proposto fedelmente e con una cura espressiva estrema, e sottolineato da un sottofondo soffuso delicatamente, in cui le spazzole di Joey Baron indugiano a lungo solo e soltanto sul rullante, con leggerissimi e rari battiti sui ride. L’armonizzazione del pianoforte è essenziale e prevede un ostinato che poi passa al contrabbasso. Il tema è ridisegnato con microvarianti timbriche, accenti ritardati o anticipati, e sapienti, piccoli silenzi.


Non siamo davanti all’ esecuzione dello schema Jazz, rigidamente e comodamente riproposto come fossimo alla voce dell’ enciclopedia del Jazz La ballad nel Jazz Trio. Hersch è compositore, in senso letterale, anche quando, amando una melodia, la ripropone nella sua interezza.
E’ raffinato e sensibile interprete, che maneggia creativamente stilemi e brani a noi noti, padroneggiandoli, e potendosi permettere ampie licenze poetiche. Il suo ST. Thomas, brano leggendario di Sonny Rollins, è un distillato di calypso, snocciolato con disinvoltura, energia e un sottile senso della misura (nei volumi, nell’interazione con la meravigliosa batteria di Baron e del contrabbasso fondante di Gress), in cui è attraente il suo indugiare su dissonanze armoniche che danzano sull’inconfondibile ritmo originale.

Non si può non sottolineare il profondo dialogo con il contrabbasso e la batteria: Gress e Baron non eccedono mai eppure i loro interventi, misurati, densi di suono così come di sapienti silenzi, sono un gioiello di estro espressivo.
Joey Baron spesso procede per “sezioni” sulla sua batteria: i tom, oppure solo il rullante, piccole incursioni sui ride, le spazzole spesso e volentieri anche nei brani swinganti. Quando suona con gli altri persegue il suono complessivo in maniera semplicemente poetica, talvolta limitandosi a incidere sui tempi pari, minimizzando gli interventi, e diventando travolgente negli assoli.

Drew Gress sottolinea, esalta, incornicia ogni particolare melodico, armonico, ritmico, con interventi pieni di suono, vere e proprie parole chiave dell’ andamento dei brani. Negli assoli svela tutta la propria capacità lirica.

Un trio dalla coesione mirabile.


Some Other Time è l’unico brano in solo, presentato per il bis, per il quale non dirò altro se non che la cura così poetica, sensibile, ispirata della melodia ha reso quei minuti commoventi. In fondo la musica ha senso anche, e forse soprattutto, per le corde che riesce a toccare in chi ascolta, per il suo impatto emotivo, nella consapevolezza che un’ esperienza sensoriale non è assoluta ma strettamente personale: per noi è stato così.


Di seguito le foto scattate da Daniela C. al sound check, occasione in cui spesso si ha la percezione del clima che si respira prima del concerto. Siamo felici di regalarvele.

Il concerto di Brad Mehldau ai Giardini Querini

Il pianista statunitense a Vicenza Jazz 2021

Vicenza Jazz 2021

Parco Querini, 6 luglio 2021, ore 20:30

Brad Mehldau Piano Solo



Brad Mehldau, pianoforte



Il concerto di Brad Mehldau ai Giardini Querini è stato, una volta ancora, una sorpresa. Ho ascoltato questo straordinario musicista dal vivo per la prima volta diversi anni fa. Rimasi folgorata, nonostante conoscessi i suoi dischi, e lo ascoltassi e amassi la sua musica da tempo.

Poi ogni volta che ho potuto sono tornata ad ascoltarlo: ancora in piano solo, in Trio con Larry Granadier e Jeff Ballard, in duo con Joshua Redman (clicca qui per leggere) , anche in duo con Mark Guiliana, e ancora nel suo progetto su Bach (clicca qui per leggere).
Pur essendo il suo pianismo unico, e inconfondibile, ogni volta rimango folgorata come davanti a un musicista mai ascoltato prima. E’ questo per me l’enigma di Brad Mehldau: inconfondibile, ma ogni volta inaspettato. E non è questione di progetti differenti tra loro, che in quel caso sarebbe svelato l’arcano.

Non troverò nemmeno stavolta, credo, la chiave dell’ enigma, e potrò solo quindi descrivere, un po’ superficialmente, o comunque non come vorrei, ciò che è accaduto sul palco in un’ora e mezzo di musica.

Karma Police, dei RadioHead, è il primo di una serie di brani captati dal rock: per citarne qualcuno, Your Mother Should Know dei Beatles, Life on Mars di David Bowie, Don’t think twice, it’s allright di Bob Dylan. Captati è, mi sembra, il termine giusto, poiché Mehldau è come si sintonizzasse in quell’ istante, e in contemporanea, con la musica che decide di interpretare, come se quella fosse nell’aria, e non come un vecchio cd chiuso in un cassetto da tirare fuori all’occorrenza.

Mehldau ama i brani che capta, e quanto li ami si percepisce dalla cura con cui ne accarezza i temi, li canta sulla tastiera, li rispetta, anche quando li colora trasponendoli da una parte all’ altra del pianoforte, quando li confonde in un ambito tonale non definito, o li intreccia in un complesso contrappunto; o magari li armonizza come pezzi Jazz degli anni 20, di fatto rendendoli eterni, metabolizzandoli con la profonda conoscenza di tanta musica: una conoscenza fatta di studio, ma anche di vita vissuta e di implacabile curiosità.


Life On Mars (uno dei bis) arriva con tutta la sua atmosfera originaria, in una sorta di miracolosa trasposizione in cui c’è tutto Mehldau e il suo infinito materiale espressivo – dalle note cristalline del registro acuto a quelle sussultanti del registro grave, dal tema che passa dalla mano sinistra alla mano destra come linfa di tutto il tessuto armonico, alle cellule melodiche reiterate che accompagnano contestualmente guizzi improvvisativi continui. Ma Life On Mars è lì, persino l’arrangiamento originale viene nei punti cardine rispettato, e il risultato, all’ascolto, è in equilibrio tra la potenza del rievocare (non solo il brano ma il suo clima), e la vibrazione di un estro creativo del tutto inedito.

Nella scaletta vi erano anche standard, tra cui una bellissima The Nearness of You, cui Mehldau si è dedicato con cura, delicatezza, devozione: il tema emerge chiaro, sussurrato ma colmo di suono, l’ambito armonico è definito con accordi appena accennati, i silenzi sono densi di attesa e creano una trepida tensione verso le note che seguiranno. E mano a mano che la musica va avanti il materiale sonoro diventa meno rarefatto, i silenzi diminuiscono, il volume cresce, ma The Nearness of You rimane intima, dolce, e chi ascolta si sorprende a sentirsi complice di Mehldau.

Nei brani più incalzanti, come Skippy, di Thelonius Monk, o Golden Slumbers dei Beatles, Mehldau sceglie di dare la parola agli accordi pieni, che arrivano anche a ribollire poderosamente nella parte grave della tastiera, ed è l’andamento ritmico ad essere enfatizzato, sublimato.

Dopo ben tre bis, concessi con generosità, Mehldau abbandona il palco facendo anche trapelare una pudica, elegante ma percepibile gratitudine per una platea incantata dai suoi suoni. L’impressione è che per tutto il tempo, durante quel suo raccoglimento così speciale sul pianoforte, non sia stato mai chiuso solo in sé stesso, ma concentrato anche a captare, oltre che la musica, anche il respiro del pubblico che lo ascoltava. Captare.

Nota a margine: nessun pianista è stato tradito clandestinamente con lo scatto di queste preziose foto, che sono state realizzate da Daniela Crevena, come da disposizioni dell’ organizzazione, dalla lontanissima cabina di regia. Una distanza che non ha impedito di rendere in immagini il suono.

D&D

Gonzalo Rubalcaba e Aymèe Nuviola “Viento y Tiempo”

A Vicenza Jazz con Cuba (e il Jazz) si festeggia il rientro alla vita

Vicenza Jazz 2021

Parco Querini, 5 luglio 2021, ore 20:30

Gonzalo Rubalcaba e Aimée NuviolaViento y Tiempo

Gonzalo Rubalcaba, pianoforte e tastiera Rholand

Aimée Nuviola, voce

Cristobal “El Profe” Verdecia, basso

Hilario Bell, batteria

Neiger “Majito” Aguilera, percussioni

Yunio Arronte, sax

Lourdes Nuviola, vocalist

Alfred Lugo, vocalist

Se a marzo mi avessero detto che a luglio avrei cantato, mi sarei commossa e avrei ballato a un concerto di eccellente musica cubana, e Jazz, non ci avrei mai creduto. Era il tipo di concerto che mi immaginavo come catarsi, una specie di fantasia irrealizzabile.
E invece, a Vicenza Jazz, nei giorni che mi sono ritagliata per la musica, ho assistito a Viento y Tiempo.

Ho un debole da sempre per la Musica Cubana. Amo il pianoforte di Gonzalo Rubalcaba Jazzista (il suo The Blessing è stato uno dei primi dischi in Trio a stregarmi). Amo le voci femminili che interpretano la musica Cubana. E questo concerto entusiasmante è stato prima di tutto un regalo e un ritorno alla vita, e alla luce, “Una luce al termine della notte“, come il motto di questo Vicenza Jazz 2021.

L’incantevole, colorata, sorridente Aimée Nuvola sale sul palco con tutto il suo carisma e legge in italiano parole piene di affetto e ammirazione a Raffaella Carrà, scomparsa poche ore prima nel pomeriggio e amatissima a Cuba e in tutto il Sudamerica: il concerto è dedicato a lei.

Un attimo di concentrazione prima di accingersi a suonare e la musica comincia.

Parte una rumba di quelle travolgenti ma… forte e ricca degli accordi, degli accenti, delle armonizzazioni del Jazzista Rubalcaba, che durante l’intero concerto si mostra nella sua completezza di artista che ama visceralmente le sue origini e che al contempo vive una continua, fervida, feconda creatività come artista contemporaneo.

Aiméè Nuivola canta un’intro molto jazzistica, accompagnata solo dal pianoforte, su Chan Chan. Via via tutta la ricca compagine di musicisti sul palco si unisce alla musica e ci si ritrova a Cuba. Aimée comincia da subito a coinvolgere il pubblico in riff da eseguire insieme alla band, esortando a battere le mani: nessuno si sottrae. Ce ne era bisogno, dopo un anno di silenzio, niente remore, tutti partecipano, tutti si alzano in piedi: sono appena dieci minuti che il concerto è cominciato, c’è ancora la luce del giorno.

Gonzalo prima di presentare il brano successivo saluta il pubblico dando la sua lettura di un anno triste di pandemia, come frutto dell’alternarsi ineluttabile di fasi felici e infelici nella vita, e dell’emozione di poter ricominciare a suonare. Parole emozionanti che scaldano ancora di più l’atmosfera.

Con Bemba Colora e Viento y Tiempo (che dà nome all’album) Gonzalo e Aimée, conosciutisi da adolescenti durante gli studi al Conservatorio di musica, proseguono lo spettacolo – concerto senza risparmiarsi. Gli assoli di Rubalcaba sono finestre sul suo Jazz, raffinato, autentico, energico. E nei brani filin, struggenti, romantici, jazzcubani, il pianoforte diventa lirico, crea una tensione emozionante con ritardando e contrasti tra cascate di note e silenzi espressivi bellissimi. La voce Di Aimée Nuviola è piena, sempre, anche nei pianissimo, e gode di un registro basso poderoso ma sempre poetico.

Inutile dire che i musicisti sul palco sono strepitosi, preparatissimi, perfetti, così come i vocalist (Lourdes Nuviola e Aimée, duettano con un feeling che solo due sorelle possono avere).

Il primo bis, chiesto a gran voce, è Lagrimas Negras, un mio brano del cuore. E poiché è un mio brano del cuore non riesco a scrivere altro che mi sono commossa, l’ ho cantato assieme ad Aimée mentre ascoltavo le note di Gonzalo che mi emozionavano profondamente e quindi avviso i lettori che queste ultime quattro righe, poiché solo emozionali, potrebbero discreditare la mia piccola aura di competenza, ma non importa: io c’ero e mi viene solo da scrivere che Lagrimas Negras era bellissima e mi sono commossa.

Dopo altri bis in cui ho ballato (e non ho più preso appunti nel mio taccuino) il concerto è finito e moltissimi del pubblico erano più felici di quando erano arrivati: non ne ho la certezza matematica, ma sento che è così.

Io e Daniela Crevena di sicuro: lo potete vedere anche dalle foto, del resto.

E per finire le foto del Backstage, cui per una volta abbiamo avuto accesso, perché già da prima di un concerto si entra nel clima, assistendo ai preparativi. Con un artista ulteriore che ci pregiamo di aver incontrato: Tony Martinez, make up artist: noi Daniels sogniamo che un giorno ci possa rendere un po’ cubane e brillanti, come la meravigliosa Aymèe.

The Last Coat of Pink – West, Dipace, Gallo svelano i loro Pink Floyd

A Vicenza Jazz, in un concerto intimo e coinvolgente

Vicenza Jazz 2021

Vicenza, 5 luglio 2021, Palazzo Chiericati, ore 19

The Last Coat of Pink


Kathya West, voce

Alberto Dipace, pianoforte

Danilo Gallo, contrabbasso

The Last Coat of Pink : West, Dipace, Gallo – svelano i loro Pink Floyd, rivelandoci durante un concerto intenso, intimo, vibrante, che le possibilità della musica sono infinite.
C’è tutta la musica da comporre ancora, c’è musica di ogni genere che esiste già e fa parte della nostra vita, molta che non conosciamo che non ne fa parte, ma è lì, e magari prima o poi la conosceremo.
E c’è la musica che nasce dall’impulso espressivo di alcuni artisti a comunicare quanto, e come, e perché, quella musica di altri musicisti è stata importante per loro: da questo atto nasce altra musica, del tutto nuova e a un tempo forte della sua stessa storia.
I Pink Floyd di The Last Coat of Pink sono diversi dai Pink Floyd originari: ma sono autentici.

Is There Anybody Out There? apre il concerto, ed è il pianoforte ad introdurla con note accennate ed intense, che presto si fondono con la voce, dapprima quasi un soffio, fino al sopraggiungere del contrabbasso: l’atmosfera è rarefatta, ma intima. La voce di Kathya West è il perno, la guida su cui si avvinghiano i suoni, che via via prendono spessore: Danilo Gallo tratteggia ed enfatizza con l’arco, Alberto Dipace ricama accordi armonicamente sospesi, in una sequenza progressivamente più intensa ma sempre dolce, introspettiva.

Quando l’arco scompare, il contrabbasso dona vere e proprie pulsazioni tonali, vitali ad un sistema sonoro che appare perfetto: come si diceva, unico, animato di vita propria, un organismo nuovo, non un clone né una copia. Nuova musica.

I temi dei brani non sono mai stravolti, perché non sono mai uno scaltro spunto iniziale di cui abusare frettolosamente e gettare via dopo aver attirato l’attenzione di chi ascolta, come troppo spesso accade nei cosiddetti tributi.
Il tema, invece, viene curato amorevolmente e fluisce dalla voce, al contrabbasso, al pianoforte, e così facendo diventa via via cangiante, ma rimane il tema che è il motivo espressivo, sorgente e foce, di quella musica: nuova, incredibilmente, proprio perché nata dall’emozione del tutto unica che ha ispirato nei tre musicisti, e dalla quale nasce altra musica.

Come in Wish you Were Here, ad esempio (clicca per ascoltare il brano tratto dall’album)

L’atmosfera è quella di una rilettura calda, intima, quasi privata, è il rock trasfigurato nella sua essenza emozionale, che rimane potente e vigoroso per le capacità espressive della voce di Kathya West, capace di sussurrare ma anche drammaticamente gridare e invocare, del pianoforte di Alberto Dipace, capace di piccoli accordi suggestivi accennati e di momenti percussivi e a pieno volume, di Danilo Gallo, che suona il contrabbasso disvelandone infinite potenzialità espressive, da ultraterrene a sensuali.

Si esce da Palazzo Chiericati con la confortante sensazione di essersi arricchiti di un nuovo, intenso, affascinante sguardo su musica che pensavamo inalterabile, se non a costo di una sua clonazione, o banalizzazione. E invece The Last Coat of Pink ci ha mostrato quanto sia viva e pulsante quando la si affronti per motivi espressivi profondi.

Jazz mainstream d’autore: Flavio Boltro in quartetto

Al Teatro Comunale per Vicenza Jazz 2021

Vicenza Jazz 2021

Vicenza, 4 luglio 2021, Teatro Comunale, ore 18


Flavio Boltro, tromba

Luca Mannutza, pianoforte

Lorenzo Conte, contrabbasso

Andrea Michelutti, batteria



Jazz mainstream d’autore: il concerto di Flavio Boltro in quartetto al Teatro Comunale ci ha riportato ad assaporare strutture, dinamiche, suoni e brani della tradizione jazzistica, filtrati e rigenerati dal suo suono e dal suo fraseggio, inconfondibili.


Un repertorio di standards comune a grandi trombettisti come Miles Davis, Clifford Brown, ma anche pezzi originali (come il bellissimo First Smile), suonati con energia, swing, interplay, guizzi improvvisativi ricchissimi, scambi serrati, e capacità introspettiva.



Luca Mannutza al pianoforte è una garanzia di inventiva, estro, interplay. E la ritmica in effetti crea un’atmosfera vivida su schemi rigidamente precostituiti: esposizione del tema, sviluppo, assoli, scambi alternati, rientro, conclusione. Il resto lo fa il timbro di una delle migliori trombe europee.


Un bis vezzosamente predetto da Flavio Boltro, musicista di lungo corso, oramai avvezzo alle dinamiche della musica, e meritati applausi e sorrisi.

Hamid Drake e Pasquale Mirra al Teatro Olimpico

A Vicenza Jazz l’improvvisazione libera tra batteria e vibrafono

Vicenza Jazz

Vicenza, 4 luglio 2021, ore 16

Duo Drake – Mirra


Hamid Drake, batteria

Pasquale Mirra, vibrafono


Hamid Drake e Pasquale Mirra al Teatro Olimpico ci hanno offerto un’ora e mezzo di improvvisazione libera, empatica, osmotica.
Un dialogo pulsante per un duo inusuale, tra batteria, vibrafono, percussioni, da ascoltare liberandosi di ogni catena concettuale, etichetta, e assaporare la libertà del fluire libero di suoni così come facciamo quando ascoltiamo il rumore del mare, del vento, dei tuoni.
Non sembri artificio retorico questo paragone, ma è davvero lo stato d’animo cui è benefico abbandonarsi quando si ha la possibilità di assistere, anzi, ascoltare, un concerto come quello cui abbiamo assistito al Teatro Olimpico. Nemmeno una nota o un battito sono apparsi disarmonici nel tempio palladiano dell’ arte classica: anzi, il cielo delle scene fisse di Vincenzo Scamozzi è sembrato anche più vivido di quanto non appaia già nella realtà, per via dell’esplodere e propagarsi di suoni naturali.


Il concerto comincia con un pianissimo del vibrafono, sottolineato da battiti quasi impercettibili delle spazzole sulla batteria: una melodia iniziale reiterata, che gradatamente si arricchisce di piccoli inserti, che diventano accordi. Il volume si alza, Drake passa alle bacchette, ma la batteria è coperta da un telo leggero e il suono è smorzato eppure intenso.

Lo scorrere della musica è multiforme. L’esperienza sensoriale è tale che inizialmente, quando ancora il concerto è all’inizio, si ha il bisogno di distinguere tra i due strumenti, di percepire con attenzione ogni scambio. Ma quando si decide di sciogliersi nell’ ascolto, semplicemente si entra nel suono, che è il suono di un nuovo strumento di cui non sappiamo il nome, nome che non ci interessa conoscere. Drake e Mirra procedono per osmosi, senza mai smettere di ascoltarsi, e non è solo questione di cambi ritmici o timbrici, ma di reciproco stimolo creativo.


Nei momenti in cui sono riuscita a rimanere attenta per fare il mio dovere di “cronista” della musica, e analizzare razionalmente cosa accadeva, ho ascoltato ad esempio che a una piccola cellula melodica reiterata in modo ipnotico nel vibrafono, corrispondevano infinite variazioni poliritmiche della batteria. A un incalzare in crescendo del vibrafono a volte si accompagnava un minimalismo della batteria. Al contrario in alcuni momenti lo spessore sonoro aumentava in contemporanea e improvvisamente scemava per poi sdoppiarsi, ovvero in ogni momento poteva succedere qualsiasi cosa.
E questo non per una sciatta casualità, ma per rispondere anzi a una legge impellente, quella dell’ ascolto istintivo reciproco.

Drake canta, con il suo strumento, scegliendo di volta in volta di far prevalere i tom, le pelli, o i ride, nei momenti più “onirici”. E canta anche con la sua voce, forte e benaugurante. Mirra fluttua tra l’essere marcatamente melodico e/o armonico in senso precipuamente tonale, e destrutturante e atonale nei momenti più “immateriali”. Ma può anche accadere di abbandonare il pentagramma in episodi vulcanici, terrestri, percussivi. Timbri scuri possono essere soffi d’aria, note acute spade potentissime.

Ancora una volta, emerge quanto la padronanza tecnica dello strumento possa dar vita a due tipi di musicisti: quelli bravissimi, ma essenzialmente ottimi acrobati, e quelli che la loro maestria la utilizzano per riuscire a volare oltre le convenzioni.

L’acustica del Teatro Olimpico porta entrambi a dover tener conto del lungo perdurare di eco e armonici a ogni suono e battito: semplicemente questo perdurare viene accolto e sfruttato per diventare parte della musica che via via si concretizza.

La cronistoria di questo concerto potrebbe andare avanti ancora per molto, in virtù di tutto ciò che è accaduto sul palco. Invece termina qui con una piccola considerazione: il Jazz, inteso come creatività, improvvisazione, composizione estemporanea, è vivo perché ci sono musicisti che come Mirra e Drake osano, vanno oltre, e non ripropongono uno schema, vetrificato, che molti chiamano, impropriamente, Jazz.

Rebekka Bakken e la sua voce sconfinata

Vicenza Jazz: la cantautrice e interprete norvegese al Teatro Comunale con il suo gruppo e un repertorio affascinante tra folk, musica sacra, blues e altro ancora

Vicenza, 3 Luglio 2021, Teatro Comunale, ore 20:30

Rebekka Bakken, voce e pianoforte

Jørn Øien, tastiere

Johnny Sjo, basso

Johan Lindström, chitarra

Karl O. Wennerberg batteria

Rebekka Bakken e la sua voce sconfinata irrompono sul palco del Teatro Comunale, e Vicenza Jazz, grazie alle scelte del direttore artistico Riccardo Brazzale, si apre a un mondo musicale che non è il Jazz iconografico a senso unico che abbiamo pigramente in testa: Jazz è un modo di concepire la musica, non un modo unico di suonare o un genere rigido di musica. Il Jazz è spazio, tempo, curiosità, contatto tra suoni.
Dunque, e lo ripeteremo più volte, ogni Festival Jazz che presenti progetti diversi, dal mainstream a tutto ciò che preveda libertà espressiva, sarà un vero Festival Jazz.


Rebekka Bakken è una cantautrice, norvegese, dalla voce emozionante, avvolgente, possente, enigmatica, perfino. E’ anche una interprete incredibile, che ha una padronanza perfetta del suo potente strumento, ma è tutt’ altro che accademica, o allineata, o impostata in maniera univoca.
Cantando, racconta, evoca, rende vivi stati d’animo, storie, accadimenti. Per un’ora e mezzo tiene la scena con la sua voce, la sua straordinaria presenza scenica, e anche con il suo background musicale, che riporta al rock, al blues, alla musica sacra, al soul, ai cantautori americani, a Joni Mitchell, a Janis Joplin: ma mi fermo qui perché allo stesso tempo niente di tutto questo e di molto altro viene mai replicato da Rebekka Bakken.



Già da subito con la sua Closer, tratta dal suo Things You Leave Behind si impone con una personalità musicale travolgente.
Gli arrangiamenti sono affascinanti, con la batteria di Wennerberg che procede in terzine e accentua i tempi pari, la chitarra di Lindström che procede vibrando quasi come un mandolino, e l’ Hammond di Jørn Øien , che danno un sapore retro a questa ballad, che contrasta con una vocalità che sarà sempre inimitabile.

(Qui sotto il brano disponibile su Youtube)

Closer



Il concerto prosegue con Black Shades, e Rebekka canta a voce spiegata, sfacciata, ritraendosi però anche improvvisamente in pianissimo pieni di suono, in un continuo dialogo con i suoi musicisti che la assecondano, e allo stesso tempo la ispirano.



La romantica, malinconica, struggente Hotel St. Pauli dall’ inciso indimenticabile, che evoca un po’ le canzoni pop russe, avvolge il pubblico che al termine di una bellissima coda strumentale esplode in un applauso quasi liberatorio.



La sua interpretazione di Little Drop Of Poison di Tom Waits è vibrante, ironica, personalissima. Il solo di pianoforte di Jørn Øien è dolce, quasi una milonga. Il basso di Johnny Sjo costruisce da solo l’atmosfera del brano, e qui siamo quasi a Cuba, se vogliamo cercare una suggestione.



Il canto sacro, fuori dai canoni della musica europea e vicino alla vocalità de Le Mystère des Voix Bulgares è toccante, emozionante. La sola voce di Rebekka Bakken procede appoggiandosi a una lontana eco strumentale esattamente opposta a ciò che ci si aspetterebbe: non il suono da chiesa, ma distorsioni elettroniche, nel registro grave, che paradossalmente amplificano il misticismo del brano, rendendolo una vera esperienza sensoriale.

Il microfono smette di funzionare e Rebekka senza fare una piega continua a cantare raggiungendo la postazione di Johnny Sjo.

Il concerto termina tra gli applausi entusiastici di una platea incantata. Se, come noi, ancora non conoscevate Rebekka Bakken e il suo gruppo, vi consigliamo di cominciare ad ascoltarla, e appena potete di andare a vederli e sentirli dal vivo.

Anais Drago e i suoi due violini

La musicista in solo al Palazzo Chiericati con il progetto Solitudo



Vicenza, 3 luglio 2021 ore 16

Palazzo Chiericati

Solitudo


Anais Drago: violino, violino elettrico ed effetti

Anais Drago e i suoi violini potrebbe essere il titolo di una fiaba, o di un romanzo fantastico. E in effetti il suo concerto qui a Vicenza Jazz comincia con una piccola melodia pentatonica pizzicata e immersa tra gli accordi del violino, suonato senza arco, che in alcuni momenti diventa quasi una ghironda, in altri si tramuta in pioggia, o temporale, in quasi silenzio, e poi di nuovo in una ghironda.
La loop station replica il suono delle dita di Anais che percuotono il legno, e da quel momento i suoni si sovrappongono in un intreccio di timbri, di suoni, di ritmi che diventano il solitario ensemble di questa musicista appassionata e creativa: musicista, non solo violinista, cantante, e curiosa sperimentatrice anche di altre arti.


La sua performance scorre tra la strutturazione dei suoni sulla loop station e l’ improvvisazione che vola sopra un tappeto di quei suoni tessuti ad arte da lei stessa, un attimo prima di improvvisare. E ancora, letture e parole alternate alla musica, che si tramuta ancora una volta, in colonna sonora.
O letteratura tramutata in musica, come nel caso della malinconica umanità del Minotauro di Friedrich Dürrenmatt.
Ogni cellula melodica viene reiterata più volte cambiando il timbro e il contesto armonico degli effetti.
Le dinamiche sono comprese in una forchetta molto ampia dal pianissimo estremo allo spessore sonoro massimo, e si susseguono per improvvisi contrasti o con sfumature progressive verso gli estremi.
Le suggestioni sono quasi infinite: ci si trova immersi in allegre danze popolari, o in flussi sonori profondi e intimi, o in contesti armonici mediorientali, o avvinghiati in melodie struggenti.


Una fascinosa mistura di musica strutturata e studiata al millimetro che è culla di suggestioni variegate quasi all’estremo: dalla musica colta, all’improvvisazione più libera, all’interazione tra arti.
Anais Drago ha una dedizione assoluta al suo strumento, che promuove da virtuosismo (indiscutibile) a infinita potenzialità espressiva.
Il progetto si intitola Solitudo, ed è in uscita, dopo l’ estate.