Firenze Jazz Festival: Danilo Gallo – Dark Dry Tears

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Le foto sono di Giorgio Violino, ad eccezione quella che ritrae Danilo Gallo da solo, tratta dalla pagina fb del Firenze Jazz Festival.

Firenze Jazz Festival 2021Danilo Gallo Dark Dry Tears

Firenze, Villa Strozzi, Anfiteatro
9 settembre 2021 ore 21:30
Danilo Gallo, basso elettrico
Francesco Bearzatti, sax tenore e clarinetto
Francesco Bigoni, sax tenore e clarinetto
Jim Black, batteria

Hide, Show Yourself è il secondo disco di questo gruppo, che segue il primo Thinking Beats When Mind Dies, entrambi editi da Parco della Musica Records, ed è stato presentato durante un suggestivo, spiazzante, bellissimo concerto.
Va detto per precisione di cronaca che nel disco Hide, Show Yourself uno dei due sax è suonato da Massimiliano Milesi, sostituito qui a Firenze da Francesco Bearzatti, presente invece nel disco Thinking Beats When Mind Dies.

L’assoluta originalità della musica di Danilo Gallo è racchiusa nella irripetibilità delle atmosfere, dei contesti, delle riflessioni (razionali e/od oniriche) che la sua musica evoca, e non certo perché il suo fine sia stupire: ma perché questo quartetto di straordinari musicisti suonano per un’urgenza espressiva, libera, reciproca, e che emerge anche nelle sezioni del progetto obbligate, di musica scritta, che si affiancano all’improvvisazione pura.
Straordinari, dunque, non va inteso come aggettivo lusingatore da recensione entusiastica, ma in senso letterale: ” straordinàrio agg. [dal lat. extraordinarius, comp. di extra «fuori» e ordo -dĭnis «ordine» (cfr. ordinarius «ordinario»)]. – 1.a. Non ordinario, che esce dall’ordinario, dal solito, dal normale o dal comune “. (Treccani).

E fuori dal comune è il clima sonoro già dalle prime battute iniziali del brano iniziale, Demolition, in cui il basso elettrico di Gallo reitera, solenne, una frase ipnotica, assecondato dalla batteria di Black. I due sax entrano in gioco introducendo un altro tema, e l’atmosfera complessiva dell’ordito è intensa, scura, densa. Gli incroci tra i sassofoni si intensificano fino al momento in cui il basso rimane solo con i respiri (perché di respiri si tratta, non di battiti) della batteria. Quell’ostinato diventa la base, la pulsazione su cui il sassofono di Bigoni (i suoi fraseggi sono sempre inaspettati, freschi) ricama un assolo avvincente, e al quale si unisce l’altro sax di Bearzatti, che non smette mai di stupire per personalità, intento, colore.

Straordinario è come l’intreccio di frasi obbligate sia la sorgente di una libertà espressiva totale: sono continue pulsazioni vitali che permettono il dipanarsi della creatività di quattro musicisti creativi anche nei silenzi: silenzi che non sono altro che inspirazione e espirazione, di respiri sonori vitali magari impercettibili, ma che non si interrompono mai.

Questa sensazione permane quando parte The Tree and the Water, con i due clarinetti che introducono, a due voci, a una sesta di distanza, il tema iniziale: dolce, attraente, con un intervallo cromatico ascendente anticipato dalla voce bassa sul tempo pari , raggiunto subito dopo dal secondo clarinetto. Già in questo piccolo episodio vi è un rincorrersi e un unirsi che è il segno del successivo, graduale, intensificarsi e convergere di frasi, suoni, armonizzazioni estemporanee tanto libere quanto naturali. Jim Black è una fonte inesauribile di idee, e suggestioni, anche melodiche.

Tanto convergenti sono quei suoni che ciò che si percepisce a un certo punto non è un quartetto, ma un unico organismo vivente di cui il basso elettrico è il cuore pulsante, la batteria la forza motrice dei passi, sassofono e clarinetto la voce.

A grida acutissime dei sax, ruvide di dissonanze si possono unire effetti graffianti del basso, basso che in altri casi (in Rubble Dust, ad esempio) si unisce, all’unisono con il sax di Bearzatti, a battere pesantemente, implacabilmente ogni quarto della battuta. Il basso di Gallo può essere quasi una chitarra, la batteria di Black può essere il poetico raccordo tra un brano e l’altro.
Gli ostinati di basso, profondi, portati avanti strenuamente, possono essere ammalianti o volutamente disturbanti, sempre potentemente essenziali a un mondo sonoro complesso ma allo stesso tempo autentico, spontaneo. E in ogni brano esiste un centro melodico fortemente impressivo.

Foto tratta dalla pagina fb del Firenze Jazz Festival

Un concerto in cui nulla è stato mai uguale, o simile, a qualcosa di altro, o a sé stesso. E se, come spiega Danilo Gallo, il concept su cui il progetto è costruito è quello dell’ assurdità di erigere muri, il primo muro abbattuto è stato quello dei confini tra musica scritta e musica improvvisata. Ma anche quello del già ascoltato, in una continua sfumatura di mondi sonori.

41° Open Papyrus Jazz Festival Ivrea – Laura Conti e Maurizio Verna

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Canti popolari del Piemonte e del Canavese

41° Open Papyrus Jazz Festival Laura Conti e Maurizio Verna – Canti popolari del Piemonte e del Canavese

Ivrea, 4 settembre 2021, Cortile Museo Garda, ore 21:30

Laura Conti: voce

Maurizio Verna: chitarra classica 10 corde, chitarra acustica

Parole Daniela Floris

Foto Carlo Mogavero


“Con la nostra musica intendiamo salvaguardare la nostra tradizione, che è parte importante della nostra cultura, e rendere omaggio a coloro che, prima di noi, hanno dedicato vita ed amore a quest’opera.”

Un intento raggiunto a giudicare dal bellissimo concerto di Ivrea, in cui i canti popolari Piemontesi e del Canavese vengono riproposti con arrangiamenti originali e la personalità di un duo dalla grande capacità espressiva. In che modo salvaguardare la tradizione? Di certo riproponendone i cardini.
Ma i canti popolari nascono in un contesto che di sicuro è totalmente cambiato: si sa che esistono, abbiamo ampi repertori registrati da etnomusicologi che li hanno preservati. Ma riproporre significa anche utilizzare il nostro linguaggio, che nel frattempo è mutato, venuto in contatto con altri mondi sonori, si è colorato di nuove modalità di comunicazione. E ha anche un pubblico differente.
La particolarità del progetto di Laura Conti e Maurizio Verna è data dalla profonda comprensione e dal profondo legame con la propria cultura tradizionale, che sono alla base di una esecuzione energica, di certo rispettosa del passato, ma dall’impatto contemporaneo, che quel passato esalta, nell’ istante in cui viene tramandato a un pubblico molto più variegato e dal retroterra più ampio.
Non mi riferisco tanto ai brani in cui le melodie di antichi canti vengono arrangiati in stile Jazz o Bossa: la trasposizione in altri contesti sonori è certamente interessante ma meno suggestiva, paradossalmente persino più datata.

Parlo piuttosto dei brani che durante il concerto hanno mantenuto il loro colore, il loro andamento armonico, i loro fraseggi originari, e per merito della chitarra a 10 corde anche il loro timbro complessivo: eppure tutt’altro che lontani, tutt’altro che in vetrina, tutt’ altro che testimonianze del passato fossilizzate da rispolverare o restaurare.

Forse la voce potente di Laura Conti, convinta, fiera, mai sguaiata, ma anche la chitarra di Maurizio Verna, dalla trama armonica e ritmica ricchissime di spunti e tutt’ altro che limitata all’accompagnamento, forse davvero la appassionata volontà di svelare a chi ascolta un mondo culturale fondante, importante per questo duo, ha reso vivo, presente, attuale e soprattutto universale, e non solo piemontese o canavese, quel mondo patrimonio di tutti, con suoni, racconti, parole che in un concerto a un festival del Jazz del 2021 non sono sembrati mai fuori contesto.

Ancora un motivo in più per ritenere che la musica, quando pulsante, quando risultato dell’impellenza espressiva di un artista, non ammette barriere e nemmeno campanilismi: identità, certamente, appartenenza, ma l’ identità e l’appartenenza non sono forse caratteristiche comuni per gli uomini di qualsiasi latitudine?

41° Open Papyrus Jazz Festival Ivrea – The Last Coat of Pink

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41° Open Papyrus Jazz Festival IvreaThe Last Coat of Pink

Ivrea, Cortile Museo Garda, 4 settembre 2021, ore 21:30

Kathya West, voce

Danilo Gallo, contrabbasso

Alberto Dipace
, pianoforte

Parole Daniela Floris
Foto Carlo Mogavero

In questo blog abbiamo già parlato e fotografato questo Trio particolarissimo e la sua suggestiva e poetica rilettura dei Pink Floyd: li avevamo incontrati, io e Daniela Crevena, al Vicenza Jazz Festival, in luglio.
Qui all’ Open Papyrus Jazz Festival li ho inaspettatamente ritrovati.

Nessun concerto sincero è assolutamente uguale a sé stesso, quando va di nuovo in scena, mai.
Riascoltare The Last Coat of Pink dopo soli due mesi è stato emozionante e intenso, anche perché infinite sono le sfumature di un progetto che, come sottolineato in precedenza, è tutt’ altro che un tributo deferente e reverenziale a un gruppo entrato nella leggenda e nell’immaginario di molte generazioni.
Kathya West con la sua voce intensa ed espressiva, Alberto Dipace, con il suo tocco poetico essenziale e profondamente evocativo, Danilo Gallo, e il suo suono capace di ogni benefica sfumatura ma anche di ogni potente contrasto, hanno dimostrato anche qui a Ivrea che “c’è una musica che nasce dall’impulso espressivo di alcuni artisti a comunicare quanto, e come, e perché, quella musica di altri musicisti è stata importante per loro: da questo atto nasce altra musica, del tutto nuova e a un tempo forte della sua stessa storia.”

Cito me stessa dall’ articolo scritto a Vicenza perché le parole che poco tempo fa ho trovato sono quelle che sento vicine e rappresentative di ciò che The Last Coat of Pink significa per me, come musica, come progetto di tre artisti certamente non convenzionali. Nuova musica, che nasce da altra musica.

Metto il link dell’ articolo scritto a Vicenza che vi invito a rileggere se non lo avevate ancora fatto: The Last Coat of Pink – West, Dipace, Gallo svelano i loro Pink Floyd

Di seguito le foto di Carlo Mogavero, scattate a Ivrea.

41° Open Papyrus Jazz Festival Ivrea – Jazz Fantasy

41° Open Papyrus Jazz Festival Ivrea – Jazz Fantasy

Ivrea, Sala Santa Marta, sabato 4 settembre, ore 19

Norbert Dalsass: contrabbasso
Roman Hinteregger: batteria
Michele Giro: pianoforte

Premessa: a Santa Marta durante in concerti nella sala adiacente si sono svolte le Installazioni d’arte a cura di ARTE IN FUGA: artisti hanno dipinto in tempo reale contemporaneamente ai concerti. Per questo motivo affianchiamo le foto dei due eventi. All’ Open Papyrus Jazz Festival il direttore artistico Massimo Barbiero ha come punto fermo che le arti convivano e siano osmotiche e senza confini reciproci.

Jazz Fantasy è un trio attivo da molti anni specialmente qui nel Nord Italia, e dopo un periodo di silenzio si riunisce proponendo un Jazz fluido e variegato, a metà strada tra il mainstream e sonorità più inusuali: queste emergono soprattutto dagli scambi e dalle alternanze tra i tre strumentisti, alla continua ricerca di spunti reciproci.

Il concerto si dipana tra episodi rarefatti, magari per una intro in cui si unisce un ostinato di contrabbasso a veloci incursioni dissonanti del pianoforte, e momenti di improvvisazione simultanea in cui la parola d’ordine è libertà e massimo spessore sonoro.

I brani sono variegati, le atmosfere differenti. Se il contrabbasso canta all’unisono con la voce di Dalsass, quell’atmosfera nordica, contemplativa, sarà resa efficace anche dalle armonizzazioni delicate del pianoforte di Giro e da suoni leggeri, specialmente concentrati sui metalli, della batteria di Hinteregger.

In un gruppo che ha come nome Jazz Fantasy non manca lo swing, e il rappresentativo corredo di scambi, assoli, rientri, e temi originali sviscerati in crescendo di improvvisazione e dinamiche a contrasto, compresi momenti di stop piuttosto incisivi.

Un concerto connotato da un dialogo serrato del trio per un’ ora abbondante di jazz fluente e vivace.

41° Open Papyrus Jazz Festival Ivrea – Ralph Towner

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41° Open Papyrus Jazz Festival IvreaRalph Towner

Parole Daniela Floris

Foto di Carlo Mogavero

Ivrea, Cortile Museo Garda, venerdì 3 settembre 2021, ore 21

Ralph Towner, chitarra

Quando si ha l’opportunità di ascoltare Ralph Towner dal vivo conviene semplicemente abbandonarsi alla bellezza complessa eppure così immediata e istintiva del suo fluire.
Towner è musicista poliedrico, polistrumentista, che ha percorso e percorre esperienze musicali infinite, che ha da sempre coltivato un coinvolgimento appassionato verso generi musicali diversi tra loro, creando un proprio linguaggio inconfondibile, e determinando l’ abbattimento di ogni confine tra essi: il concerto di Ivrea, in solo, acustico, è stato intenso, lirico, e fecondo dell’ intera poetica di un musicista unico.

Non è mera tecnica quando all’aria di una fresca notte estiva si mescolano piccole frasi melodiche ripetute, che cullano, e che sembrano identiche ma non lo sono, e te ne accorgi perché ti cullano, ma non ti addormentano, perché tante sono le variabili in ognuna: il tocco, un piccolo accenno ritmico differente, una dinamica inaspettata.

Non proviene da una semplice reminiscenza di studi profondi di musica classica l’ esposizione limpida di un tema, armonizzato pianisticamente: è polifonia, è contrappunto, ma le dita scorrono nella tastiera rivelando fraseggi, soluzioni ritmiche, respiri, piccoli canti, di certo non ascrivibili solo alla musica colta.
La carica innovativa del linguaggio poetico di Ralph Towner è estemporanea, continua. Quel tema iniziale, viene scomposto ma i suoi frammenti riemergono durante tutto il brano, diventando altro: la melodia si contrae, si espande, si polverizza ma è sempre lì e mentre ascolti senza accorgertene lo segui e provi una sorta di appagamento quando, alla fine del brano, si riaggrega e lo si riconosce nella sua limpidezza.

Il suono della chitarra di Towner è definito dalla caratteristica di essere cangiante. Eppure ciò che si ascolta, in termini di timbro, ambito armonico, potenza o delicatezza delle dinamiche, ma anche complessivamente nella composizione di ogni brano non è una serie di caratteristiche giustapposte: qui emerge il Folk! Qui sento il Jazz! Qui c’è Bach! Qui c’è autentico Free! Quella è una pentatonica! Ecco l’ Oriente, il misticismo!
E’ musica iridescente, perché il materiale sonoro cui questo straordinario compositore può attingere è infinito, e fa parte della sua cultura : ma è ciò che quelle sostanze diventano che è rilevante.
E nel suono acustico della suo strumento in solo, senza alcun altro suono che quello provocato dalle dita sulle sei corde, la musica di Ralph Towner si è svelata, cristallina, in tutto il suo spessore sonoro, fatto di sguardi lanciati al di là del proprio orizzonte.

41° Open Papyrus Jazz Festival Ivrea – Jelly Roll

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La musica di Jelly Roll Morton

41° Open Papyrus Jazz Festival Ivrea Jelly Roll – The music of Jelly Roll Morton

Parole di Daniela Floris

Foto di Carlo Mogavero

Ivrea, Cortile Museo Garda, venerdì 3 settembre 2021, ore 21

Helga Plankensteiner: baritone saxophone, vocals
Achille Succi: bass clarinet
Glauco Benedetti: tuba
Michael Lösch: tastiere
Marco Soldà: drums


Massimo Barbiero è un direttore artistico che ama portare sul palco ottima musica di ogni colore, origine, genere. E dunque dopo il concerto alla Sala Santa Marta ispirato ai Notturni di Chopin, con Emanuele Sartoris e Daniele Di Bonaventura, nel bel cortile del Museo Garda è andats in scena Jelly Roll, strepitosa compagine di fiati, tastiere e batteria che rende omaggio a un musicista leggendario, autoproclamatosi inventore del Jazz, compositore, pianista, di certo ideatore di uno stile inconfondibile: Jelly Roll Morton.

L’organico è particolare, i fiati sono tutti di timbro scuro: sax baritono, clarinetto basso, tuba. Pianoforte e batteria completano l’ ensemble (la tuba dunque si unisce alla ritmica, facendo spesso le veci del contrabbasso).

Il concerto comincia quasi sottovoce, senza la batteria, ed è così che i musicisti ci fanno entrare nel loro particolarissimo suono, rendendolo soffuso, avvolgente. Quando appare la batteria, il ritmo diventa sostenuto e le voci cominciano ad intrecciarsi, sapientemente, e a crescere: gli arrangiamenti sono incisivi, ricchi, agili, ricostruiscono una atmosfera ben connotata ma in maniera creativa. Black Bottom Stomp ha tutto il brio del brano originale, ma dal timbro particolare dato dalla scelta di strumenti tutt’ altro che squillanti.

Alle parti obbligate, dai rigorosi intrecci melodico – ritmico – armonici, in cui nulla è lasciato al caso, si affiancano episodi di improvvisazione a dir poco trascinante: se a improvvisare è il sax, potremo ascoltare clarinetto basso e tuba impegnati in strenui ostinati e note ribattute, che sottolineano il ritmo insieme alla batteria, per poi riatterrare tutti insieme nel tema principale. Una musica scorrevole, dinamica, che diverte prima di tutto la band che la esegue, e che contagia chi ascolta senza cadere mai nel rischio del tributo di maniera.

Quando il sax baritono di Helga Plankensteiner e il clarinetto basso di Achille Succi tacciono, si materializza un trio di tutto rispetto che swinga, improvvisa, gioca a scambi continui. La batteria di Marco Soldà ha un groove notevolissimo. La tastiera di Michael Lösch e la batteria riecheggiano lo stile di Jelly Roll Morton impastandolo con verve creativa. E la tuba di Glauco Benedetti non è lì solo per dare incalzanti e pomposi impulsi ritmici, ma interviene con vere e proprie linee melodico ritmiche che si incrociano e dialogano con il pianoforte, anche quando l’ensemble suona al completo.

Il concerto scorre per più di un’ora con continui colpi di scena (dal punto di vista sonoro), dinamiche raffinate, arrangiamenti per i quali Helga riceverà a fine serata i complimenti ammirati di Ralph Towner, che assisteva al concerto aspettando di salire sul palco subito dopo.

Un quintetto davvero da non perdere: rileggere un classico del Jazz mantenendone l’atmosfera ma in modo del tutto nuovo non è cosa scontata. Esplorate!

41° Open Papyrus Jazz Festival Ivrea – Duo Di Bonaventura Sartoris

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Notturni

Parole di Daniela Floris
Foto di Carlo Mogavero

41° Open Papyrus Jazz Festival Ivrea – Duo Di Bonaventura Sartoris – Notturni



Sala Santa Marta, 3 settembre 2021, ore 19

Daniele Di Bonaventura, bandoneon

Emanuele Sartoris, pianoforte

Premessa: a Santa Marta durante in concerti nella sala adiacente si sono svolte le Installazioni d’arte a cura di ARTE IN FUGA: artisti hanno dipinto in tempo reale contemporaneamente ai concerti. Per questo motivo affianchiamo le foto dei due eventi. All’ Open Papyrus Jazz Festival il direttore artistico Massimo Barbiero ha come punto fermo che le arti convivano e siano osmotiche e senza confini reciproci.

Notturni è un disco da poco uscito per l’etichetta Caligola Records, che viene presentato durante un bel concerto, il primo cui assistiamo al festival Open Papyrus, che vede un sodalizio inedito: il bandoneon di Daniele Di Bonaventura e il pianoforte di Emanuele Sartoris.
II progetto nasce da un’ idea di Sartoris, che intende il notturno come composizione nell’accezione chopiniana: “Il tipo del notturno chopiniano è quello pianamente elegiaco, sentimentale, ove talvolta la frase assume l’aspetto quasi di un declamato lirico.” Ma, spiegherà nel corso del concerto, al tempo di Chopin si improvvisava. Musica classica e Jazz non sono incompatibili. E le etichette rigide, nella musica, sono spesso controproducenti, inesatte, asfittiche.

Notturni comincia con l’ispirazione fondante di tutto il progetto, ovvero Chopin: il tema melodico del Notturno Opera 9 n° 1 è inizialmente presentato dal pianoforte e delicatamente sottolineato dalle note lunghe del bandoneon, ma andando avanti ci saranno anche toccanti unisoni.
Quando il tema passa a Daniele Di Bonaventura l’ atmosfera diventa suggestiva, straniante: è una questione di timbro, inusuale e affascinante, che tramuta la melodia che si è avvezzi ad ascoltare al piano in qualcosa di nuovissimo eppure totalmente familiare. La somma inaspettata di due fattori che fanno parte della nostra cultura musicale: un tema noto di musica classica eseguito con un suono che ci porta alla musica popolare.

L’intreccio, per tutto il concerto, è tra musica classica, tradizionale, improvvisazione. Ma è anche intreccio e dialogo, mai scontro, tra due modi di esprimersi in equilibrio tra l’ espressività traboccante e a tratti impetuosa di Sartoris, e quella poetica, intensa, lirica di Di Bonaventura, che sceglie di tratteggiare, accennare, alternando momenti di intensità solistica a sussurri armonici quasi sottesi eppure fondamentali .
E ancora incrocio tra musica scritta e momenti liberi, alternati, contemporanei, episodi di quasi silenzio e momenti di potenza sonora massima, momenti in cui l’ acustica della sala penalizza un po’ i particolari, per l’altissima densità di note senza pause, che finiscono per sovrapporsi e impastarsi.


L’impostazione classica di Sartoris emerge nella composizione delle parti obbligate, complesse eppure di impatto, in cui una tecnica ferrea è condizione necessaria per eseguire non solo i Notturni di Chopin rivisitati, ma anche i brani originali, nei quali l’interpretazione è la seconda fase che segue a quella dello studio serrato di ogni particolare.

Così la personalità di ognuno emerge nel tocco, nelle dinamiche, nei colori di una trama scritta rigorosa ma non certo paralizzante, e anzi sembra alimentare di spunti i momenti di libera improvvisazione. Sartoris non fa mistero della sua preparazione tecnica, percorrendo la tastiera con ogni acrobazia possibile, una vera fabbrica di suono. Di Bonaventura con il suo bandoneon canta, a volte tuffandosi in quel potente magma sonoro, a volte sovrastandolo con fraseggi incisivi e quel timbro dritto e cristallino che è come un ricamo lucente su un ricco broccato.

Ad un certo punto la condivisione diventa anche condivisione dello strumento: Di Bonaventura lascia il bandoneon e raggiunge Sartoris al pianoforte. Le foto parlano per noi.

Notturno d’inverno (composizione di Di Bonaventura), Plenilunio, Sancta Sanctorum: i brani originali si susseguono tra momenti sonori scuri, pastosi, massicci, spesso lirici, ed episodi più intimi, in cui il pianoforte si ritrae e culla melodie tenui ma intense, cantate dal bandoneon.

Il Notturno Opera 9 n° 2 è l’ultimo brano, in cui Chopin, Sartoris e Di Bonaventura si ritrovano, chiudendo un’ ora di musica inaspettata e travolgente.



Il Teatro Olimpico accoglie Fred Hersch

A Vicenza Jazz, in trio con Drew Gress e Joey Baron

Vicenza Jazz 2021

Teatro Olimpico, 7 luglio 2021, ore 20:30

Fred Hersch Trio

Fred Hersch, pianoforte

Drew Gress, contrabbasso

Joey Baron, batteria

Il Teatro Olimpico accoglie Fred Hersch, a Vicenza Jazz, in Trio con Drew Gress e Joey Baron.

Se provate a leggere un po’ in giro, Fred Hersch è definito musicista di stampo billevansiano: è un modo certamente agevole di definire il suo linguaggio pianistico, il suo mondo di riferimento, di definirne un po’ i confini espressivi, attribuendone la genesi, l’ ispirazione, a Bill Evans.
Ma quando poi lo si ascolta, dal vivo per di più, si capisce che le semplificazioni, le etichette, vanno bene solo a fini didascalici, divulgativi, che hanno valenza al massimo di traccia, di orma, di indicazione di massima.
Perché Hersch suona come Hersch, avendo fatto tesoro di tanta musica, e probabilmente non ha nessun senso cercare di riconoscere, o peggio ricostruire, quanto e quale Bill Evans sia inscritto nella sua poetica.

Il magnifico concerto di Hersch in trio è stato un percorso, in ogni istante inaspettato, nel Jazz, e anche un po’ oltre il Jazz, nei luoghi scelti da Hersch, da lui raccontati, affrescati, fotografati, con un intento espressivo e personale molto intenso, anche nei momenti più tenui e impercettibili di pianissimo, quando gli scambi con la batteria incredibile di Joey Baron sono divenuti quasi spirituali.

La suite dedicata a Kind of Blue, di Miles Davis, si apre con Blue in Green, il cui tema viene proposto fedelmente e con una cura espressiva estrema, e sottolineato da un sottofondo soffuso delicatamente, in cui le spazzole di Joey Baron indugiano a lungo solo e soltanto sul rullante, con leggerissimi e rari battiti sui ride. L’armonizzazione del pianoforte è essenziale e prevede un ostinato che poi passa al contrabbasso. Il tema è ridisegnato con microvarianti timbriche, accenti ritardati o anticipati, e sapienti, piccoli silenzi.


Non siamo davanti all’ esecuzione dello schema Jazz, rigidamente e comodamente riproposto come fossimo alla voce dell’ enciclopedia del Jazz La ballad nel Jazz Trio. Hersch è compositore, in senso letterale, anche quando, amando una melodia, la ripropone nella sua interezza.
E’ raffinato e sensibile interprete, che maneggia creativamente stilemi e brani a noi noti, padroneggiandoli, e potendosi permettere ampie licenze poetiche. Il suo ST. Thomas, brano leggendario di Sonny Rollins, è un distillato di calypso, snocciolato con disinvoltura, energia e un sottile senso della misura (nei volumi, nell’interazione con la meravigliosa batteria di Baron e del contrabbasso fondante di Gress), in cui è attraente il suo indugiare su dissonanze armoniche che danzano sull’inconfondibile ritmo originale.

Non si può non sottolineare il profondo dialogo con il contrabbasso e la batteria: Gress e Baron non eccedono mai eppure i loro interventi, misurati, densi di suono così come di sapienti silenzi, sono un gioiello di estro espressivo.
Joey Baron spesso procede per “sezioni” sulla sua batteria: i tom, oppure solo il rullante, piccole incursioni sui ride, le spazzole spesso e volentieri anche nei brani swinganti. Quando suona con gli altri persegue il suono complessivo in maniera semplicemente poetica, talvolta limitandosi a incidere sui tempi pari, minimizzando gli interventi, e diventando travolgente negli assoli.

Drew Gress sottolinea, esalta, incornicia ogni particolare melodico, armonico, ritmico, con interventi pieni di suono, vere e proprie parole chiave dell’ andamento dei brani. Negli assoli svela tutta la propria capacità lirica.

Un trio dalla coesione mirabile.


Some Other Time è l’unico brano in solo, presentato per il bis, per il quale non dirò altro se non che la cura così poetica, sensibile, ispirata della melodia ha reso quei minuti commoventi. In fondo la musica ha senso anche, e forse soprattutto, per le corde che riesce a toccare in chi ascolta, per il suo impatto emotivo, nella consapevolezza che un’ esperienza sensoriale non è assoluta ma strettamente personale: per noi è stato così.


Di seguito le foto scattate da Daniela C. al sound check, occasione in cui spesso si ha la percezione del clima che si respira prima del concerto. Siamo felici di regalarvele.

Gonzalo Rubalcaba e Aymèe Nuviola “Viento y Tiempo”

A Vicenza Jazz con Cuba (e il Jazz) si festeggia il rientro alla vita

Vicenza Jazz 2021

Parco Querini, 5 luglio 2021, ore 20:30

Gonzalo Rubalcaba e Aimée NuviolaViento y Tiempo

Gonzalo Rubalcaba, pianoforte e tastiera Rholand

Aimée Nuviola, voce

Cristobal “El Profe” Verdecia, basso

Hilario Bell, batteria

Neiger “Majito” Aguilera, percussioni

Yunio Arronte, sax

Lourdes Nuviola, vocalist

Alfred Lugo, vocalist

Se a marzo mi avessero detto che a luglio avrei cantato, mi sarei commossa e avrei ballato a un concerto di eccellente musica cubana, e Jazz, non ci avrei mai creduto. Era il tipo di concerto che mi immaginavo come catarsi, una specie di fantasia irrealizzabile.
E invece, a Vicenza Jazz, nei giorni che mi sono ritagliata per la musica, ho assistito a Viento y Tiempo.

Ho un debole da sempre per la Musica Cubana. Amo il pianoforte di Gonzalo Rubalcaba Jazzista (il suo The Blessing è stato uno dei primi dischi in Trio a stregarmi). Amo le voci femminili che interpretano la musica Cubana. E questo concerto entusiasmante è stato prima di tutto un regalo e un ritorno alla vita, e alla luce, “Una luce al termine della notte“, come il motto di questo Vicenza Jazz 2021.

L’incantevole, colorata, sorridente Aimée Nuvola sale sul palco con tutto il suo carisma e legge in italiano parole piene di affetto e ammirazione a Raffaella Carrà, scomparsa poche ore prima nel pomeriggio e amatissima a Cuba e in tutto il Sudamerica: il concerto è dedicato a lei.

Un attimo di concentrazione prima di accingersi a suonare e la musica comincia.

Parte una rumba di quelle travolgenti ma… forte e ricca degli accordi, degli accenti, delle armonizzazioni del Jazzista Rubalcaba, che durante l’intero concerto si mostra nella sua completezza di artista che ama visceralmente le sue origini e che al contempo vive una continua, fervida, feconda creatività come artista contemporaneo.

Aiméè Nuivola canta un’intro molto jazzistica, accompagnata solo dal pianoforte, su Chan Chan. Via via tutta la ricca compagine di musicisti sul palco si unisce alla musica e ci si ritrova a Cuba. Aimée comincia da subito a coinvolgere il pubblico in riff da eseguire insieme alla band, esortando a battere le mani: nessuno si sottrae. Ce ne era bisogno, dopo un anno di silenzio, niente remore, tutti partecipano, tutti si alzano in piedi: sono appena dieci minuti che il concerto è cominciato, c’è ancora la luce del giorno.

Gonzalo prima di presentare il brano successivo saluta il pubblico dando la sua lettura di un anno triste di pandemia, come frutto dell’alternarsi ineluttabile di fasi felici e infelici nella vita, e dell’emozione di poter ricominciare a suonare. Parole emozionanti che scaldano ancora di più l’atmosfera.

Con Bemba Colora e Viento y Tiempo (che dà nome all’album) Gonzalo e Aimée, conosciutisi da adolescenti durante gli studi al Conservatorio di musica, proseguono lo spettacolo – concerto senza risparmiarsi. Gli assoli di Rubalcaba sono finestre sul suo Jazz, raffinato, autentico, energico. E nei brani filin, struggenti, romantici, jazzcubani, il pianoforte diventa lirico, crea una tensione emozionante con ritardando e contrasti tra cascate di note e silenzi espressivi bellissimi. La voce Di Aimée Nuviola è piena, sempre, anche nei pianissimo, e gode di un registro basso poderoso ma sempre poetico.

Inutile dire che i musicisti sul palco sono strepitosi, preparatissimi, perfetti, così come i vocalist (Lourdes Nuviola e Aimée, duettano con un feeling che solo due sorelle possono avere).

Il primo bis, chiesto a gran voce, è Lagrimas Negras, un mio brano del cuore. E poiché è un mio brano del cuore non riesco a scrivere altro che mi sono commossa, l’ ho cantato assieme ad Aimée mentre ascoltavo le note di Gonzalo che mi emozionavano profondamente e quindi avviso i lettori che queste ultime quattro righe, poiché solo emozionali, potrebbero discreditare la mia piccola aura di competenza, ma non importa: io c’ero e mi viene solo da scrivere che Lagrimas Negras era bellissima e mi sono commossa.

Dopo altri bis in cui ho ballato (e non ho più preso appunti nel mio taccuino) il concerto è finito e moltissimi del pubblico erano più felici di quando erano arrivati: non ne ho la certezza matematica, ma sento che è così.

Io e Daniela Crevena di sicuro: lo potete vedere anche dalle foto, del resto.

E per finire le foto del Backstage, cui per una volta abbiamo avuto accesso, perché già da prima di un concerto si entra nel clima, assistendo ai preparativi. Con un artista ulteriore che ci pregiamo di aver incontrato: Tony Martinez, make up artist: noi Daniels sogniamo che un giorno ci possa rendere un po’ cubane e brillanti, come la meravigliosa Aymèe.

The Last Coat of Pink – West, Dipace, Gallo svelano i loro Pink Floyd

A Vicenza Jazz, in un concerto intimo e coinvolgente

Vicenza Jazz 2021

Vicenza, 5 luglio 2021, Palazzo Chiericati, ore 19

The Last Coat of Pink


Kathya West, voce

Alberto Dipace, pianoforte

Danilo Gallo, contrabbasso

The Last Coat of Pink : West, Dipace, Gallo – svelano i loro Pink Floyd, rivelandoci durante un concerto intenso, intimo, vibrante, che le possibilità della musica sono infinite.
C’è tutta la musica da comporre ancora, c’è musica di ogni genere che esiste già e fa parte della nostra vita, molta che non conosciamo che non ne fa parte, ma è lì, e magari prima o poi la conosceremo.
E c’è la musica che nasce dall’impulso espressivo di alcuni artisti a comunicare quanto, e come, e perché, quella musica di altri musicisti è stata importante per loro: da questo atto nasce altra musica, del tutto nuova e a un tempo forte della sua stessa storia.
I Pink Floyd di The Last Coat of Pink sono diversi dai Pink Floyd originari: ma sono autentici.

Is There Anybody Out There? apre il concerto, ed è il pianoforte ad introdurla con note accennate ed intense, che presto si fondono con la voce, dapprima quasi un soffio, fino al sopraggiungere del contrabbasso: l’atmosfera è rarefatta, ma intima. La voce di Kathya West è il perno, la guida su cui si avvinghiano i suoni, che via via prendono spessore: Danilo Gallo tratteggia ed enfatizza con l’arco, Alberto Dipace ricama accordi armonicamente sospesi, in una sequenza progressivamente più intensa ma sempre dolce, introspettiva.

Quando l’arco scompare, il contrabbasso dona vere e proprie pulsazioni tonali, vitali ad un sistema sonoro che appare perfetto: come si diceva, unico, animato di vita propria, un organismo nuovo, non un clone né una copia. Nuova musica.

I temi dei brani non sono mai stravolti, perché non sono mai uno scaltro spunto iniziale di cui abusare frettolosamente e gettare via dopo aver attirato l’attenzione di chi ascolta, come troppo spesso accade nei cosiddetti tributi.
Il tema, invece, viene curato amorevolmente e fluisce dalla voce, al contrabbasso, al pianoforte, e così facendo diventa via via cangiante, ma rimane il tema che è il motivo espressivo, sorgente e foce, di quella musica: nuova, incredibilmente, proprio perché nata dall’emozione del tutto unica che ha ispirato nei tre musicisti, e dalla quale nasce altra musica.

Come in Wish you Were Here, ad esempio (clicca per ascoltare il brano tratto dall’album)

L’atmosfera è quella di una rilettura calda, intima, quasi privata, è il rock trasfigurato nella sua essenza emozionale, che rimane potente e vigoroso per le capacità espressive della voce di Kathya West, capace di sussurrare ma anche drammaticamente gridare e invocare, del pianoforte di Alberto Dipace, capace di piccoli accordi suggestivi accennati e di momenti percussivi e a pieno volume, di Danilo Gallo, che suona il contrabbasso disvelandone infinite potenzialità espressive, da ultraterrene a sensuali.

Si esce da Palazzo Chiericati con la confortante sensazione di essersi arricchiti di un nuovo, intenso, affascinante sguardo su musica che pensavamo inalterabile, se non a costo di una sua clonazione, o banalizzazione. E invece The Last Coat of Pink ci ha mostrato quanto sia viva e pulsante quando la si affronti per motivi espressivi profondi.