Il Teatro Olimpico accoglie Fred Hersch

A Vicenza Jazz, in trio con Drew Gress e Joey Baron

Vicenza Jazz 2021

Teatro Olimpico, 7 luglio 2021, ore 20:30

Fred Hersch Trio

Fred Hersch, pianoforte

Drew Gress, contrabbasso

Joey Baron, batteria

Il Teatro Olimpico accoglie Fred Hersch, a Vicenza Jazz, in Trio con Drew Gress e Joey Baron.

Se provate a leggere un po’ in giro, Fred Hersch è definito musicista di stampo billevansiano: è un modo certamente agevole di definire il suo linguaggio pianistico, il suo mondo di riferimento, di definirne un po’ i confini espressivi, attribuendone la genesi, l’ ispirazione, a Bill Evans.
Ma quando poi lo si ascolta, dal vivo per di più, si capisce che le semplificazioni, le etichette, vanno bene solo a fini didascalici, divulgativi, che hanno valenza al massimo di traccia, di orma, di indicazione di massima.
Perché Hersch suona come Hersch, avendo fatto tesoro di tanta musica, e probabilmente non ha nessun senso cercare di riconoscere, o peggio ricostruire, quanto e quale Bill Evans sia inscritto nella sua poetica.

Il magnifico concerto di Hersch in trio è stato un percorso, in ogni istante inaspettato, nel Jazz, e anche un po’ oltre il Jazz, nei luoghi scelti da Hersch, da lui raccontati, affrescati, fotografati, con un intento espressivo e personale molto intenso, anche nei momenti più tenui e impercettibili di pianissimo, quando gli scambi con la batteria incredibile di Joey Baron sono divenuti quasi spirituali.

La suite dedicata a Kind of Blue, di Miles Davis, si apre con Blue in Green, il cui tema viene proposto fedelmente e con una cura espressiva estrema, e sottolineato da un sottofondo soffuso delicatamente, in cui le spazzole di Joey Baron indugiano a lungo solo e soltanto sul rullante, con leggerissimi e rari battiti sui ride. L’armonizzazione del pianoforte è essenziale e prevede un ostinato che poi passa al contrabbasso. Il tema è ridisegnato con microvarianti timbriche, accenti ritardati o anticipati, e sapienti, piccoli silenzi.


Non siamo davanti all’ esecuzione dello schema Jazz, rigidamente e comodamente riproposto come fossimo alla voce dell’ enciclopedia del Jazz La ballad nel Jazz Trio. Hersch è compositore, in senso letterale, anche quando, amando una melodia, la ripropone nella sua interezza.
E’ raffinato e sensibile interprete, che maneggia creativamente stilemi e brani a noi noti, padroneggiandoli, e potendosi permettere ampie licenze poetiche. Il suo ST. Thomas, brano leggendario di Sonny Rollins, è un distillato di calypso, snocciolato con disinvoltura, energia e un sottile senso della misura (nei volumi, nell’interazione con la meravigliosa batteria di Baron e del contrabbasso fondante di Gress), in cui è attraente il suo indugiare su dissonanze armoniche che danzano sull’inconfondibile ritmo originale.

Non si può non sottolineare il profondo dialogo con il contrabbasso e la batteria: Gress e Baron non eccedono mai eppure i loro interventi, misurati, densi di suono così come di sapienti silenzi, sono un gioiello di estro espressivo.
Joey Baron spesso procede per “sezioni” sulla sua batteria: i tom, oppure solo il rullante, piccole incursioni sui ride, le spazzole spesso e volentieri anche nei brani swinganti. Quando suona con gli altri persegue il suono complessivo in maniera semplicemente poetica, talvolta limitandosi a incidere sui tempi pari, minimizzando gli interventi, e diventando travolgente negli assoli.

Drew Gress sottolinea, esalta, incornicia ogni particolare melodico, armonico, ritmico, con interventi pieni di suono, vere e proprie parole chiave dell’ andamento dei brani. Negli assoli svela tutta la propria capacità lirica.

Un trio dalla coesione mirabile.


Some Other Time è l’unico brano in solo, presentato per il bis, per il quale non dirò altro se non che la cura così poetica, sensibile, ispirata della melodia ha reso quei minuti commoventi. In fondo la musica ha senso anche, e forse soprattutto, per le corde che riesce a toccare in chi ascolta, per il suo impatto emotivo, nella consapevolezza che un’ esperienza sensoriale non è assoluta ma strettamente personale: per noi è stato così.


Di seguito le foto scattate da Daniela C. al sound check, occasione in cui spesso si ha la percezione del clima che si respira prima del concerto. Siamo felici di regalarvele.

Gonzalo Rubalcaba e Aymèe Nuviola “Viento y Tiempo”

A Vicenza Jazz con Cuba (e il Jazz) si festeggia il rientro alla vita

Vicenza Jazz 2021

Parco Querini, 5 luglio 2021, ore 20:30

Gonzalo Rubalcaba e Aimée NuviolaViento y Tiempo

Gonzalo Rubalcaba, pianoforte e tastiera Rholand

Aimée Nuviola, voce

Cristobal “El Profe” Verdecia, basso

Hilario Bell, batteria

Neiger “Majito” Aguilera, percussioni

Yunio Arronte, sax

Lourdes Nuviola, vocalist

Alfred Lugo, vocalist

Se a marzo mi avessero detto che a luglio avrei cantato, mi sarei commossa e avrei ballato a un concerto di eccellente musica cubana, e Jazz, non ci avrei mai creduto. Era il tipo di concerto che mi immaginavo come catarsi, una specie di fantasia irrealizzabile.
E invece, a Vicenza Jazz, nei giorni che mi sono ritagliata per la musica, ho assistito a Viento y Tiempo.

Ho un debole da sempre per la Musica Cubana. Amo il pianoforte di Gonzalo Rubalcaba Jazzista (il suo The Blessing è stato uno dei primi dischi in Trio a stregarmi). Amo le voci femminili che interpretano la musica Cubana. E questo concerto entusiasmante è stato prima di tutto un regalo e un ritorno alla vita, e alla luce, “Una luce al termine della notte“, come il motto di questo Vicenza Jazz 2021.

L’incantevole, colorata, sorridente Aimée Nuvola sale sul palco con tutto il suo carisma e legge in italiano parole piene di affetto e ammirazione a Raffaella Carrà, scomparsa poche ore prima nel pomeriggio e amatissima a Cuba e in tutto il Sudamerica: il concerto è dedicato a lei.

Un attimo di concentrazione prima di accingersi a suonare e la musica comincia.

Parte una rumba di quelle travolgenti ma… forte e ricca degli accordi, degli accenti, delle armonizzazioni del Jazzista Rubalcaba, che durante l’intero concerto si mostra nella sua completezza di artista che ama visceralmente le sue origini e che al contempo vive una continua, fervida, feconda creatività come artista contemporaneo.

Aiméè Nuivola canta un’intro molto jazzistica, accompagnata solo dal pianoforte, su Chan Chan. Via via tutta la ricca compagine di musicisti sul palco si unisce alla musica e ci si ritrova a Cuba. Aimée comincia da subito a coinvolgere il pubblico in riff da eseguire insieme alla band, esortando a battere le mani: nessuno si sottrae. Ce ne era bisogno, dopo un anno di silenzio, niente remore, tutti partecipano, tutti si alzano in piedi: sono appena dieci minuti che il concerto è cominciato, c’è ancora la luce del giorno.

Gonzalo prima di presentare il brano successivo saluta il pubblico dando la sua lettura di un anno triste di pandemia, come frutto dell’alternarsi ineluttabile di fasi felici e infelici nella vita, e dell’emozione di poter ricominciare a suonare. Parole emozionanti che scaldano ancora di più l’atmosfera.

Con Bemba Colora e Viento y Tiempo (che dà nome all’album) Gonzalo e Aimée, conosciutisi da adolescenti durante gli studi al Conservatorio di musica, proseguono lo spettacolo – concerto senza risparmiarsi. Gli assoli di Rubalcaba sono finestre sul suo Jazz, raffinato, autentico, energico. E nei brani filin, struggenti, romantici, jazzcubani, il pianoforte diventa lirico, crea una tensione emozionante con ritardando e contrasti tra cascate di note e silenzi espressivi bellissimi. La voce Di Aimée Nuviola è piena, sempre, anche nei pianissimo, e gode di un registro basso poderoso ma sempre poetico.

Inutile dire che i musicisti sul palco sono strepitosi, preparatissimi, perfetti, così come i vocalist (Lourdes Nuviola e Aimée, duettano con un feeling che solo due sorelle possono avere).

Il primo bis, chiesto a gran voce, è Lagrimas Negras, un mio brano del cuore. E poiché è un mio brano del cuore non riesco a scrivere altro che mi sono commossa, l’ ho cantato assieme ad Aimée mentre ascoltavo le note di Gonzalo che mi emozionavano profondamente e quindi avviso i lettori che queste ultime quattro righe, poiché solo emozionali, potrebbero discreditare la mia piccola aura di competenza, ma non importa: io c’ero e mi viene solo da scrivere che Lagrimas Negras era bellissima e mi sono commossa.

Dopo altri bis in cui ho ballato (e non ho più preso appunti nel mio taccuino) il concerto è finito e moltissimi del pubblico erano più felici di quando erano arrivati: non ne ho la certezza matematica, ma sento che è così.

Io e Daniela Crevena di sicuro: lo potete vedere anche dalle foto, del resto.

E per finire le foto del Backstage, cui per una volta abbiamo avuto accesso, perché già da prima di un concerto si entra nel clima, assistendo ai preparativi. Con un artista ulteriore che ci pregiamo di aver incontrato: Tony Martinez, make up artist: noi Daniels sogniamo che un giorno ci possa rendere un po’ cubane e brillanti, come la meravigliosa Aymèe.

The Last Coat of Pink – West, Dipace, Gallo svelano i loro Pink Floyd

A Vicenza Jazz, in un concerto intimo e coinvolgente

Vicenza Jazz 2021

Vicenza, 5 luglio 2021, Palazzo Chiericati, ore 19

The Last Coat of Pink


Kathya West, voce

Alberto Dipace, pianoforte

Danilo Gallo, contrabbasso

The Last Coat of Pink : West, Dipace, Gallo – svelano i loro Pink Floyd, rivelandoci durante un concerto intenso, intimo, vibrante, che le possibilità della musica sono infinite.
C’è tutta la musica da comporre ancora, c’è musica di ogni genere che esiste già e fa parte della nostra vita, molta che non conosciamo che non ne fa parte, ma è lì, e magari prima o poi la conosceremo.
E c’è la musica che nasce dall’impulso espressivo di alcuni artisti a comunicare quanto, e come, e perché, quella musica di altri musicisti è stata importante per loro: da questo atto nasce altra musica, del tutto nuova e a un tempo forte della sua stessa storia.
I Pink Floyd di The Last Coat of Pink sono diversi dai Pink Floyd originari: ma sono autentici.

Is There Anybody Out There? apre il concerto, ed è il pianoforte ad introdurla con note accennate ed intense, che presto si fondono con la voce, dapprima quasi un soffio, fino al sopraggiungere del contrabbasso: l’atmosfera è rarefatta, ma intima. La voce di Kathya West è il perno, la guida su cui si avvinghiano i suoni, che via via prendono spessore: Danilo Gallo tratteggia ed enfatizza con l’arco, Alberto Dipace ricama accordi armonicamente sospesi, in una sequenza progressivamente più intensa ma sempre dolce, introspettiva.

Quando l’arco scompare, il contrabbasso dona vere e proprie pulsazioni tonali, vitali ad un sistema sonoro che appare perfetto: come si diceva, unico, animato di vita propria, un organismo nuovo, non un clone né una copia. Nuova musica.

I temi dei brani non sono mai stravolti, perché non sono mai uno scaltro spunto iniziale di cui abusare frettolosamente e gettare via dopo aver attirato l’attenzione di chi ascolta, come troppo spesso accade nei cosiddetti tributi.
Il tema, invece, viene curato amorevolmente e fluisce dalla voce, al contrabbasso, al pianoforte, e così facendo diventa via via cangiante, ma rimane il tema che è il motivo espressivo, sorgente e foce, di quella musica: nuova, incredibilmente, proprio perché nata dall’emozione del tutto unica che ha ispirato nei tre musicisti, e dalla quale nasce altra musica.

Come in Wish you Were Here, ad esempio (clicca per ascoltare il brano tratto dall’album)

L’atmosfera è quella di una rilettura calda, intima, quasi privata, è il rock trasfigurato nella sua essenza emozionale, che rimane potente e vigoroso per le capacità espressive della voce di Kathya West, capace di sussurrare ma anche drammaticamente gridare e invocare, del pianoforte di Alberto Dipace, capace di piccoli accordi suggestivi accennati e di momenti percussivi e a pieno volume, di Danilo Gallo, che suona il contrabbasso disvelandone infinite potenzialità espressive, da ultraterrene a sensuali.

Si esce da Palazzo Chiericati con la confortante sensazione di essersi arricchiti di un nuovo, intenso, affascinante sguardo su musica che pensavamo inalterabile, se non a costo di una sua clonazione, o banalizzazione. E invece The Last Coat of Pink ci ha mostrato quanto sia viva e pulsante quando la si affronti per motivi espressivi profondi.

Jazz mainstream d’autore: Flavio Boltro in quartetto

Al Teatro Comunale per Vicenza Jazz 2021

Vicenza Jazz 2021

Vicenza, 4 luglio 2021, Teatro Comunale, ore 18


Flavio Boltro, tromba

Luca Mannutza, pianoforte

Lorenzo Conte, contrabbasso

Andrea Michelutti, batteria



Jazz mainstream d’autore: il concerto di Flavio Boltro in quartetto al Teatro Comunale ci ha riportato ad assaporare strutture, dinamiche, suoni e brani della tradizione jazzistica, filtrati e rigenerati dal suo suono e dal suo fraseggio, inconfondibili.


Un repertorio di standards comune a grandi trombettisti come Miles Davis, Clifford Brown, ma anche pezzi originali (come il bellissimo First Smile), suonati con energia, swing, interplay, guizzi improvvisativi ricchissimi, scambi serrati, e capacità introspettiva.



Luca Mannutza al pianoforte è una garanzia di inventiva, estro, interplay. E la ritmica in effetti crea un’atmosfera vivida su schemi rigidamente precostituiti: esposizione del tema, sviluppo, assoli, scambi alternati, rientro, conclusione. Il resto lo fa il timbro di una delle migliori trombe europee.


Un bis vezzosamente predetto da Flavio Boltro, musicista di lungo corso, oramai avvezzo alle dinamiche della musica, e meritati applausi e sorrisi.

Hamid Drake e Pasquale Mirra al Teatro Olimpico

A Vicenza Jazz l’improvvisazione libera tra batteria e vibrafono

Vicenza Jazz

Vicenza, 4 luglio 2021, ore 16

Duo Drake – Mirra


Hamid Drake, batteria

Pasquale Mirra, vibrafono


Hamid Drake e Pasquale Mirra al Teatro Olimpico ci hanno offerto un’ora e mezzo di improvvisazione libera, empatica, osmotica.
Un dialogo pulsante per un duo inusuale, tra batteria, vibrafono, percussioni, da ascoltare liberandosi di ogni catena concettuale, etichetta, e assaporare la libertà del fluire libero di suoni così come facciamo quando ascoltiamo il rumore del mare, del vento, dei tuoni.
Non sembri artificio retorico questo paragone, ma è davvero lo stato d’animo cui è benefico abbandonarsi quando si ha la possibilità di assistere, anzi, ascoltare, un concerto come quello cui abbiamo assistito al Teatro Olimpico. Nemmeno una nota o un battito sono apparsi disarmonici nel tempio palladiano dell’ arte classica: anzi, il cielo delle scene fisse di Vincenzo Scamozzi è sembrato anche più vivido di quanto non appaia già nella realtà, per via dell’esplodere e propagarsi di suoni naturali.


Il concerto comincia con un pianissimo del vibrafono, sottolineato da battiti quasi impercettibili delle spazzole sulla batteria: una melodia iniziale reiterata, che gradatamente si arricchisce di piccoli inserti, che diventano accordi. Il volume si alza, Drake passa alle bacchette, ma la batteria è coperta da un telo leggero e il suono è smorzato eppure intenso.

Lo scorrere della musica è multiforme. L’esperienza sensoriale è tale che inizialmente, quando ancora il concerto è all’inizio, si ha il bisogno di distinguere tra i due strumenti, di percepire con attenzione ogni scambio. Ma quando si decide di sciogliersi nell’ ascolto, semplicemente si entra nel suono, che è il suono di un nuovo strumento di cui non sappiamo il nome, nome che non ci interessa conoscere. Drake e Mirra procedono per osmosi, senza mai smettere di ascoltarsi, e non è solo questione di cambi ritmici o timbrici, ma di reciproco stimolo creativo.


Nei momenti in cui sono riuscita a rimanere attenta per fare il mio dovere di “cronista” della musica, e analizzare razionalmente cosa accadeva, ho ascoltato ad esempio che a una piccola cellula melodica reiterata in modo ipnotico nel vibrafono, corrispondevano infinite variazioni poliritmiche della batteria. A un incalzare in crescendo del vibrafono a volte si accompagnava un minimalismo della batteria. Al contrario in alcuni momenti lo spessore sonoro aumentava in contemporanea e improvvisamente scemava per poi sdoppiarsi, ovvero in ogni momento poteva succedere qualsiasi cosa.
E questo non per una sciatta casualità, ma per rispondere anzi a una legge impellente, quella dell’ ascolto istintivo reciproco.

Drake canta, con il suo strumento, scegliendo di volta in volta di far prevalere i tom, le pelli, o i ride, nei momenti più “onirici”. E canta anche con la sua voce, forte e benaugurante. Mirra fluttua tra l’essere marcatamente melodico e/o armonico in senso precipuamente tonale, e destrutturante e atonale nei momenti più “immateriali”. Ma può anche accadere di abbandonare il pentagramma in episodi vulcanici, terrestri, percussivi. Timbri scuri possono essere soffi d’aria, note acute spade potentissime.

Ancora una volta, emerge quanto la padronanza tecnica dello strumento possa dar vita a due tipi di musicisti: quelli bravissimi, ma essenzialmente ottimi acrobati, e quelli che la loro maestria la utilizzano per riuscire a volare oltre le convenzioni.

L’acustica del Teatro Olimpico porta entrambi a dover tener conto del lungo perdurare di eco e armonici a ogni suono e battito: semplicemente questo perdurare viene accolto e sfruttato per diventare parte della musica che via via si concretizza.

La cronistoria di questo concerto potrebbe andare avanti ancora per molto, in virtù di tutto ciò che è accaduto sul palco. Invece termina qui con una piccola considerazione: il Jazz, inteso come creatività, improvvisazione, composizione estemporanea, è vivo perché ci sono musicisti che come Mirra e Drake osano, vanno oltre, e non ripropongono uno schema, vetrificato, che molti chiamano, impropriamente, Jazz.

Rebekka Bakken e la sua voce sconfinata

Vicenza Jazz: la cantautrice e interprete norvegese al Teatro Comunale con il suo gruppo e un repertorio affascinante tra folk, musica sacra, blues e altro ancora

Vicenza, 3 Luglio 2021, Teatro Comunale, ore 20:30

Rebekka Bakken, voce e pianoforte

Jørn Øien, tastiere

Johnny Sjo, basso

Johan Lindström, chitarra

Karl O. Wennerberg batteria

Rebekka Bakken e la sua voce sconfinata irrompono sul palco del Teatro Comunale, e Vicenza Jazz, grazie alle scelte del direttore artistico Riccardo Brazzale, si apre a un mondo musicale che non è il Jazz iconografico a senso unico che abbiamo pigramente in testa: Jazz è un modo di concepire la musica, non un modo unico di suonare o un genere rigido di musica. Il Jazz è spazio, tempo, curiosità, contatto tra suoni.
Dunque, e lo ripeteremo più volte, ogni Festival Jazz che presenti progetti diversi, dal mainstream a tutto ciò che preveda libertà espressiva, sarà un vero Festival Jazz.


Rebekka Bakken è una cantautrice, norvegese, dalla voce emozionante, avvolgente, possente, enigmatica, perfino. E’ anche una interprete incredibile, che ha una padronanza perfetta del suo potente strumento, ma è tutt’ altro che accademica, o allineata, o impostata in maniera univoca.
Cantando, racconta, evoca, rende vivi stati d’animo, storie, accadimenti. Per un’ora e mezzo tiene la scena con la sua voce, la sua straordinaria presenza scenica, e anche con il suo background musicale, che riporta al rock, al blues, alla musica sacra, al soul, ai cantautori americani, a Joni Mitchell, a Janis Joplin: ma mi fermo qui perché allo stesso tempo niente di tutto questo e di molto altro viene mai replicato da Rebekka Bakken.



Già da subito con la sua Closer, tratta dal suo Things You Leave Behind si impone con una personalità musicale travolgente.
Gli arrangiamenti sono affascinanti, con la batteria di Wennerberg che procede in terzine e accentua i tempi pari, la chitarra di Lindström che procede vibrando quasi come un mandolino, e l’ Hammond di Jørn Øien , che danno un sapore retro a questa ballad, che contrasta con una vocalità che sarà sempre inimitabile.

(Qui sotto il brano disponibile su Youtube)

Closer



Il concerto prosegue con Black Shades, e Rebekka canta a voce spiegata, sfacciata, ritraendosi però anche improvvisamente in pianissimo pieni di suono, in un continuo dialogo con i suoi musicisti che la assecondano, e allo stesso tempo la ispirano.



La romantica, malinconica, struggente Hotel St. Pauli dall’ inciso indimenticabile, che evoca un po’ le canzoni pop russe, avvolge il pubblico che al termine di una bellissima coda strumentale esplode in un applauso quasi liberatorio.



La sua interpretazione di Little Drop Of Poison di Tom Waits è vibrante, ironica, personalissima. Il solo di pianoforte di Jørn Øien è dolce, quasi una milonga. Il basso di Johnny Sjo costruisce da solo l’atmosfera del brano, e qui siamo quasi a Cuba, se vogliamo cercare una suggestione.



Il canto sacro, fuori dai canoni della musica europea e vicino alla vocalità de Le Mystère des Voix Bulgares è toccante, emozionante. La sola voce di Rebekka Bakken procede appoggiandosi a una lontana eco strumentale esattamente opposta a ciò che ci si aspetterebbe: non il suono da chiesa, ma distorsioni elettroniche, nel registro grave, che paradossalmente amplificano il misticismo del brano, rendendolo una vera esperienza sensoriale.

Il microfono smette di funzionare e Rebekka senza fare una piega continua a cantare raggiungendo la postazione di Johnny Sjo.

Il concerto termina tra gli applausi entusiastici di una platea incantata. Se, come noi, ancora non conoscevate Rebekka Bakken e il suo gruppo, vi consigliamo di cominciare ad ascoltarla, e appena potete di andare a vederli e sentirli dal vivo.

Anais Drago e i suoi due violini

La musicista in solo al Palazzo Chiericati con il progetto Solitudo



Vicenza, 3 luglio 2021 ore 16

Palazzo Chiericati

Solitudo


Anais Drago: violino, violino elettrico ed effetti

Anais Drago e i suoi violini potrebbe essere il titolo di una fiaba, o di un romanzo fantastico. E in effetti il suo concerto qui a Vicenza Jazz comincia con una piccola melodia pentatonica pizzicata e immersa tra gli accordi del violino, suonato senza arco, che in alcuni momenti diventa quasi una ghironda, in altri si tramuta in pioggia, o temporale, in quasi silenzio, e poi di nuovo in una ghironda.
La loop station replica il suono delle dita di Anais che percuotono il legno, e da quel momento i suoni si sovrappongono in un intreccio di timbri, di suoni, di ritmi che diventano il solitario ensemble di questa musicista appassionata e creativa: musicista, non solo violinista, cantante, e curiosa sperimentatrice anche di altre arti.


La sua performance scorre tra la strutturazione dei suoni sulla loop station e l’ improvvisazione che vola sopra un tappeto di quei suoni tessuti ad arte da lei stessa, un attimo prima di improvvisare. E ancora, letture e parole alternate alla musica, che si tramuta ancora una volta, in colonna sonora.
O letteratura tramutata in musica, come nel caso della malinconica umanità del Minotauro di Friedrich Dürrenmatt.
Ogni cellula melodica viene reiterata più volte cambiando il timbro e il contesto armonico degli effetti.
Le dinamiche sono comprese in una forchetta molto ampia dal pianissimo estremo allo spessore sonoro massimo, e si susseguono per improvvisi contrasti o con sfumature progressive verso gli estremi.
Le suggestioni sono quasi infinite: ci si trova immersi in allegre danze popolari, o in flussi sonori profondi e intimi, o in contesti armonici mediorientali, o avvinghiati in melodie struggenti.


Una fascinosa mistura di musica strutturata e studiata al millimetro che è culla di suggestioni variegate quasi all’estremo: dalla musica colta, all’improvvisazione più libera, all’interazione tra arti.
Anais Drago ha una dedizione assoluta al suo strumento, che promuove da virtuosismo (indiscutibile) a infinita potenzialità espressiva.
Il progetto si intitola Solitudo, ed è in uscita, dopo l’ estate.

WOLAND: omaggio a Il Maestro e Margherita

Il Trio di Massimo Barbiero a Ivrea, per il Festival dell’Architettura: coda in musica per Open Papyrus Jazz Festival

Tutte le foto sono di CARLO MOGAVERO

Ivrea, 19 settembre

via Jervis 24, ore 21

Massimo Barbiero: batteria e percussioni
Eloisa Manera: violino e violino elettrico 5 corde
Emanuele Sartoris: pianoforte

Presentazione cd WOLAND – Omaggio a Il Maestro e Margherita

Il festival Open Papyrus, giunto alla 40esima edizione, si interseca con il Festival dell’Architettura, presentando un concerto che si svolge davanti all’ Ex Centro dei Servizi Sociali Olivetti, uno dei più importanti siti architettonici della città, città che ha ottenuto il riconoscimento come Patrimonio Mondiale Unesco: “Ivrea città industriale del XX secolo”.
Il concerto è l’occasione per presentare il nuovo disco di Massimo Barbiero, direttore artistico di Open Papyrus, in trio con Eloisa Manera ed Emanuele Sartoris: un omaggio al libro di Michail Afanas’evič Bulgakov, Il Maestro e Margherita, di cui Woland, “Maestro di Magia Nera”, è personaggio fondamentale.


Quando parlo della musica di Massimo Barbiero non vado mai cercare corrispondenze tra l’impianto letterario scelto e la musica che ascolto. Decido piuttosto di abbandonarmi alla capacità immaginifica insita in quella musica, e credo di non sbagliare evitando ogni intento didascalico. E’ l’atmosfera, che conta. Non cerco prove della coerenza del progetto, né traguardi: piuttosto mi lascio trascinare in quel nuovo viaggio.


La musica comincia, e si è subito agguantati dalle dinamiche ammalianti del violino di Eloisa Manera.


L’impianto armonico è cromatico, sospeso. Massimo Barbiero entra con la sua batteria e mette in risalto quel clima destrutturando lo scorrere del tempo invece che disciplinandolo, in un dialogo continuo con il violino. Batteria e violìno appaiono complementari. Gli arpeggi del pianoforte di Emanuele Sartoris imprimono una ulteriore sensazione fluttuante e ipnotica.

Da subito si percepisce una ricerca molto profonda di effetti suggestivi, ma è una ricerca espressiva, non estetica. Proprio per questo, l’effetto all’ascolto è esteticamente bello e suggestivo, sia negli episodi di musica scritta che in quelli costruiti sull’improvvisazione.
Dinamiche, timbri, tocco, tutto concorre a un flusso di musica di volta in volta onirico, intenso, dolce, libero, avvinghiante, sia nei momenti più sommessi, che in quelli più intensi e dai volumi espansi e forti.

I brani si susseguono in maniera naturale, quasi come una narrazione, densa di sorprese e di svolte inaspettate, per chi ascolta.
Le intro di violino di Eloisa Manera sono piccoli gioielli: fraseggi ariosi che improvvisamente si stringono in stridori aspri, per poi dilatarsi di nuovo, preziosi anche per le note lunghe che si dispiegano variando continuamente dai pianissimo ai forte, aprendosi in bicordi fulminei per poi rinchiudersi in nella nota iniziale, che incanta di nuovo, dopo quell’improvviso lampeggiare.


Le incursioni del pianoforte di Emanuele Sartoris. in solo, ma anche durante i fitti dialoghi con batteria e violino, sono un’ irresistibile amalgama tra improvvisazione totalmente libera e una grande conoscenza della musica contemporanea, mai citata letteralmente, piuttosto presente come materiale sonoro da cui Sartoris attinge in maniera del tutto personale. Ed è questa ricchezza di linguaggio che dona quasi infinite possibilità alla conquistata libertà espressiva.

La batteria di Massimo Barbiero può essere di volta in volta immateriale o percussiva e potente, e si focalizza anch’essa su volumi e timbri piuttosto che sull’imperativo di “dare un ritmo”, se non in senso del tutto astratto: stempera, disegna, affresca, utilizzando ogni angolo dei metalli, delle pelli, del legno, preferisce il fluire libero dei suoni (non posso parlare di battiti, o almeno io li ho percepiti come suoni) allo scorrere ordinato del tempo.

Dunque il tempo è sospeso. Tra i tre si instaura un legame che va al di là di quello che di solito si definisce “interplay”. Barbiero, Manera e Sartoris definiscono i confini di un mondo incorporeo eppure tangibile, hanno un loro linguaggio che impatta emotivamente su cui ascolta: le sonorità del violino vengono tradotte dalla batteria, poi tradotte dal pianoforte, una cellula melodica del pianoforte viene ripresa dalla batteria, un battito della batteria viene tradotto in melodia dal violino.


E’ un dialogo continuo, il loro, sempre serrato, enigmatico, eppure stranamente sempre comprensibile da chi ascolta, mai ostico, e da dialogo può sfociare in intensi momenti corali. Se il pianoforte costruisce melodie o armonie ben definite, batteria e violino le traspongono in chiave fiabesca, ma può anche accadere l’inverso.
Se tutto è destrutturato e tonalmente incerto, improvvisamente irrompe un ritmo di danza, in 1, a loop, ma con dinamiche variate, o frasi legate pronunciate un attimo dopo staccate, poi ancora legate.


Emerge un equilibrio tra il sistema temperato e le molteplici possibilità dei suoni che esistono in natura al di là del pentagramma, in bilico su di una incertezza tonale che genera il suono non come dovrebbe essere ma come ancora non è, poiché sta nascendo e proviene da un altro mondo, quel mondo incorporeo di cui si parlava più su. E’ proprio quel fantastico, spesso garantito dalla batteria e dallo stemperarsi improvviso di suoni un attimo prima potenti in una intensa rarefazione (si perdoni l’ossimoro): intensa, poiché percepita come stupefacente, ricca di tensione.
Se Sartoris procede con potenti ottave parallele, quadrate, definite, Manera rumoreggia e ottiene suoni anomali, bicordi, tricordi, mentre Barbiero insiste sulle pelli: improvvisamente però arriva un unisono inaspettato, o appare una cellula melodico ritmica reiterata quasi ossessivamente, il volume si alza, poi si assottiglia diventando altro ancora.



Dove è Woland, dove sono il Maestro e Margherita?
Ascoltateli, non tentate di trovarli, quando andrete a sentire dal vivo questo trio, o ascolterete il disco: sarebbe perdere tempo prezioso a guardare il dito, invece che la luna.